domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Mutilazioni genitali femminili
l’ONU: dramma da cancellare
Pubblicato il 09-02-2016


Mutilazioni genitali femminiliNew York, 9 febbraio – “Dove c’era dolore, adesso c’è forza”. Queste le parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon in occasione dell’evento speciale in occasione della giornata per la Tolleranza Zero verso le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF), riferendosi alle cerimonie alternative alle MGF che alcune comunità stanno sviluppando, grazie anche ad un programma delle Nazioni Unite.

Entro il 20130, questo lo scopo del programma presentato oggi e incluso nei Sustainable Development Goals, bisognerà essere riusciti ad invertire una tendenza che conta, ad oggi, circa 120 milioni di vittime e vede la pratica delle mutilazioni genitali femminili ancora diffusa in almeno 28 Paesi africani, più in alcuni Paesi dell’Asia e dell’America Latina.

La cerimonia ha visto la Rappresentanza italiana fra i principali organizzatori, insieme ad UNFPA, UNICEF, UN WOMEN, EQUALITY NOW e altri Stati membri, tra cui Colombia, Eritrea, Niger, Burkina Faso, Tunisia e Regno Unito.

Intervenendo questa mattina alle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha ricordato il lungo percorso che, dal 2007 (anno della prima consultazione globale sulle MFG) ad oggi ha permesso di ottenere che in quasi tutti i Paesi in cui la pratica è diffusa, le mutilazioni genitali femminili siano state messe fuori legge.

Un incredibile risultato ottenuto grazie ad una battaglia che, da sempre, ha visto l’Italia impegnata in prima linea, tanto a livello nazionale che internazionale.

È grazie anche al lavoro dell’Italia, infatti, che nel 2012 e nel 2014 sono state adottate per consenso due risoluzioni dell’Assemblea Generale che definiscono le MGF “un abuso irreparabile e irreversibile che viola i diritti umani di donne e ragazze”.

“Porre fine alle mutilazioni genitali femminili è una battaglia che dobbiamo vincere tutti insieme, uomini e donne, governi e società civile, famiglie e istituzioni. Ce la faremo. L’Italia è orgogliosa di essere in prima fila in questo nobile sforzo” ha affermato il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni tramite messaggio.

Il lavoro combinato dei Paesi membri, Italia in testa, e delle Nazioni Unite, che hanno demandato a un programma congiunto UNFPA/UNICEF il lavoro concreto sul tema, ha portato alla possibilità di offrire un training specifico a 110 mila fra medici, infermieri e ostetrici e di coinvolgere circa 820 mila donne in 17 Paesi.

Grazie a questo programma 15 mila comunità (circa 12 milioni di persone), sono stati sensibilizzate sul tema e, afferma Babatunde Osotimehin, direttore esecutivo dell’UNFPA, il cambiamento visto è stato prima di tutto culturale. Nel corso di questi 7 anni, infatti, le comunità sono state sensibilizzate sul tema, a volte elaborando una serie di cerimonie alternative per permettere alle ragazze di compiere il tradizionale rituale di passaggio pur evitando le mutilazioni.

Il Segretario Generale ha poi tenuto a sottolineare l’importanza che i membri maschili delle comunità ricoprono nella lotta a queste pratiche.

Molta strada è stata fatta e lo dimostra anche la presenza dell’Indonesia fra i relatori, Paese che fino a pochi anni fa ha sempre negato l’esistenza della pratica nel proprio territorio e che oggi riconosce come circa la metà delle bambine indonesiane sotto gli 11 anni sia stata sottoposta a MGF e sostiene a viso aperto l’implementazione dei programmi internazionali.

Ad oggi si stima che il numero delle bambine e ragazze minori di 14 anni che sono state sottoposte alle MFG raggiunga i 44 milioni. In Gambia, ad esempio, il 56 percento delle ragazze è stato sottoposto a mutilazione, il 54 in Mauritania. Alcuni segnali positivi ci sono, come la combattuta decisione del Gambia e della Nigeria di mettere a bando la pratica, ma non è ancora sufficiente. Le MGF, infatti, rimangono ancora molto diffuse anche in alcune popolazioni indigene dell’America Latina, ad esempio in Colombia e in Equador.

Ma anche nei Paesi Europei e del Nord America il rischio è ancora alto, a causa della diaspora africana e medio orientale, con circa 137 mila bambine a rischio nel Regno Unito, 7 mila in Italia.

La mutilazione genitale femminile, come ha raccontato la cantante malese Inna Modia, essa stessa vittima di MFG e oggi impegnata attivamente nella lotta per i diritto delle donne e delle bambine, non affligge solamente il corpo delle bambine, ma soprattutto lo spirito, determinando ancora troppo spesso il loro “valore” all’interno della comunità. Secondo la testimonianza della cantante, che si è successivamente e con successo sottoposta ad un intervento ricostruttivo, sottoporsi a MGF ha significato per lei perdere la propria identità “non sapevo più chi fossi, né quale fosse il mio posto in società”, ha spiegato fra le lacrime.

Le Nazioni Unite stimano che, se non si riuscirà a implementare questo programma efficacemente entro il 2030, ci saranno allora più ragazze mutilate di quante ce ne siano oggi. Ragazze che oltre al dolore fisico e psicologico della mutilazione, potrebbero essere esposte ad infezioni, malattie e un altissimo tasso di mortalità natale, tanto per loro che per il nascituro.

Costanza Sciubba Caniglia

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