venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Nenni e la nascita della Repubblica
Pubblicato il 18-02-2016


Il giorno dell’annuncio dei risultati del referendum istituzionale, il titolo dell’articolo di fondo dell’Avanti! fu “Grazie Nenni”.
Un omaggio personale che si rivolgeva allora a chi, nell’ambito della sinistra, si era identificato, lungo tutto l’arco della sua esistenza personale e politica, con la causa della Repubblica; e che aveva avuto un ruolo determinante nel processo che aveva portato alla vittoria del 2 giugno. Ma che oggi può estendersi anche a Nenni padre della patria: insomma a colui che, proprio attraverso questo processo, avrebbe gettate le basi di quel sistema di democrazia partecipata, consensuale e inclusiva che avrebbe consentito la crescita del paese lungo tutto l’arco della prima repubblica.
Sul primo e soprattutto sul secondo aspetto, il Convegno indetto da Mondoperaio in occasione del settantesimo anniversario della repubblica ha portato a riflessioni e aggiornamenti importanti; riflessioni e aggiornamenti cui si richiama, nella sostanza, anche il nostro contributo.
Per quanto riguarda il passato, il no alla monarchia non aveva nulla da spartire con astratte considerazioni istituzionali: era la “consapevolezza viscerale” del fatto che la monarchia – leggi l’Umberto I di Bava Beccaris e il Vittorio Emanuele III del 28 ottobre e dell’8 settembre – si era, al dunque, sempre identificata con un blocco di potere conservatore se non reazionario; e, quindi, che la sua sconfitta sarebbe stata la vittoria della democrazia e del popolo.
E, con essa, lo scardinamento di un sistema: quello che aveva visto, nel corso dei decenni, l’esercito e non la polizia a sparare contro coloro che attentavano all’ordine costituito.
A identificarsi con questa causa era il Nenni rivoluzionario dell’ottocento, il tribuno della plebe, l’uomo che incarnava nel profondo l’etica della convinzione, l’uomo delle grandi battaglie condotte per la vita e per la morte.
Ma c’era anche in Nenni – come ricorda Covatta nella sua presentazione del Convegno – l’uomo della “politique d’abord”, il fautore delle intese e dei compromessi, il dirigente politico che aveva vissuto i disastri del primo dopoguerra, dell’avvento di Hitler, della Spagna anche come frutto delle divisioni della sinistra e delle forze democratiche; e che, quindi, intendeva fare ogni sforzo per mantenere l’unità dello schieramento antifascista.
Ora, questa unità è minacciata, proprio alla vigilia delle elezioni per l’Assemblea costituente; e sul tema delle procedure da adottare per risolvere la questione istituzionale.
Americani e inglesi per il referendum; così come i liberali e la stessa Dc. Le sinistre per demandare la decisione alla Costituente. Ad irrigidirsi su questa posizione, sino ad evocare possibili rotture non è Nenni ma Togliatti. Giocano in lui avversioni antiche: il referendum come inquinamento populista della lotta politica e fonte di degenerazioni autoritarie (anzi “cesariste”) assieme alle passioni antiche per i sistemi assembleari (possibilmente monocamerali…). Ma anche il timore tutto attuale che il referendum sia a rischio sconfitta; mentre la maggioranza all’assemblea è scontata; assieme all’impossibilità per il gruppo dirigente democristiano di sfuggire alla scelta.

Sarà Nenni a ricondurlo alla ragione. In primo luogo,, rassicurandolo sull’esito positivo dell’appello al popolo; con la relativa legittimazione formale e sostanziale, da questo conferita. In secondo luogo, e soprattutto, rappresentandogli le conseguenze catastrofiche di una rottura con la Dc su questo punto. E, in tale contesto, spiegandogli anche che, per la Dc, il passaggio referendario rappresentava un obbiettivo di valore esistenziale. L’unico che potesse consentire la coesistenza tra l’orientamento monarchico della maggioranza del suo elettorato e la propensione nettamente repubblicana del suo gruppo dirigente.

Nenni è, insomma,il primo a capire che l’unità del partito cattolico è essenziale per la tenuta del sistema democratico italiano; e al tempo stesso che il mantenimento di un rapporto politico di fondo tra Dc e sinistra è sarà una condizione essenziale per lo sviluppo della democrazia italiana.
Con il senno di poi, possiamo apprezzare sino in fondo, la sua lungimiranza politica.
Allora, la rottura sarebbe stata fatale; perché, se fosse avvenuta tra Dc e sinistra; non ci sarebbe stata nessuna Costituzione scritta in comune. E, se fosse avvenuta all’interno della stessa Dc, saremmo tornati alla situazione del primo dopoguerra, con De Gasperi nella condizione di Sturzo da una parte e un blocco clerico-conservatore guidato dalla Chiesa militante dall’altra.
Quello che, invece, abbiamo avuto è una Dc che utilizzava i voti di destra per guardare a sinistra e senza la pressione esterna di un partito conservatore. Per i puristi da strapazzo della seconda repubblica un pasticcio abominevole; per la democrazia italiana un’ottima cosa.

Alberto Benzoni

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