venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Otello Gaggi, vittima del fascismo e dello stalinismo
Pubblicato il 08-02-2016


Otello GaggiNell’Inchiesta socialista sulle gesta dei fascisti in Italia, pubblicata nel 1922 e ristampata dall’Edizione Avanti! nel 1963, è riportata una minuziosa relazione dei socialisti di San Giovanni Valdarno alla Federazione di Arezzo. Nella relazione sono descritti i fatti avvenuti il 23 e il 24 marzo 1921 nella cittadina toscana, dove un gruppo di fascisti fiorentini, «provvisti di elmetto, fucili e moschetti», devastarono la Casa del Popolo e la società corale «Vincenzo Bellini», uccisero il capostazione Salvagno e costrinsero «quasi tutti gli appartenenti ai partiti estremi … ad allontanarsi dal paese per le minacce contro di essi» (pp. 381-383). La descrizione dei fatti coincide con quella esposta nella relazione della regia procura di Arezzo, citata da Giorgio Sacchetti nella «nuova edizione riveduta e aumentata» del libro su Otello Gaggi, vittima del fascismo e dello stalinismo (BFS edizioni, Pisa 2015, pp. 104).

Nella relazione i socialisti valdarnesi fanno i nomi delle vittime (Giuseppe Bisi, Attilio Biddi, Elio Bronconi, Luigi Costereggi, Domenico Ermini, Giovacchino Lombardi, Raffele Nebbiai, Corinna e Iolanda Soldi, Giuseppe Terzo Forconi), ma non ricordano Otello Gaggi, presente negli scontri avvenuti nel bacino minerario di Castelnuovo dei Sabbioni. Il 23 marzo 1921, durante lo scontro con gli impiegati definiti «spie dei fascisti», è ucciso l’ingegnere Agostino Longhi, mentre rimane ferito gravemente il direttore Dario Raffo dello stabilimento Ferriera, dove Gaggi lavora come operaio saldatore. Il giovane non ha ancora compiuto venticinque anni (essendo nato il 6 maggio 1896), ma ha svolto un’intensa attività anarchica come antimilitarista durante la «settimana rossa», disertore nella guerra europea e antifascista all’apparire delle prime violenze squadriste. Basta il suo passato di sovversivo per essere ritenuto responsabile del delittuoso episodio, processato e condannato in contumacia a trent’anni di reclusione, tre anni di vigilanza e 165,50 lire di pena pecuniaria.

Nonostante le molte ombre sul delittuoso episodio, il ricorso in Cassazione e la solidarietà dei deputati socialisti Luigi Frontini e Tito Oro Nobili, Gaggi ripara nella libera Repubblica di San Marino per poi rifugiarsi a Odessa. Nella cittadina dell’Ucraina egli dovette rimanere ben poco, se nel novembre 1922 si trova a Baku, dove viene arrestato per avere partecipato alle lotte cospirative dei socialisti rivoluzionari del Caucaso e rinchiuso per tre anni nel carcere di Čeljabinsk. Secondo una versione più attendibile sembra invece che egli si trovi a Mosca, dove ha una relazione con una donna di nome Olga e una figlia, Tamara Silianteva Otellovna, ancora vivente nel 2014.

Gli anni trascorsi a Mosca sono divisi tra il lavoro come piazzista di libri e il ritrovo nel Club Internazionale, luogo d’incontro degli emigrati italiani. I nuovi arrivati devono compilare un apposito modulo (denominato Anketa) e fornire i propri dati anagrafici e la pregressa attività politica. Essi sono sorvegliati dai rappresentanti del PCd’I tramite due suoi fiduciari, Antonio Roasio e Domenico Ciufoli, che tengono aggiornato il modulo e lo trasmettono alla sezione quadri del Komintern e all’NKVD. La situazione di Gaggi sembra facilitata in quanto la moglie di Roasio, Dina Ermini (alias Miranda Boffa), è dello stesso paese, oltre ad essere cognata di un cugino dell’anarchico valdarnese. In realtà il successo della linea di Stalin mette in seria difficoltà Gaggi, che in una lettera all’amico Angelo Cardamone esprime giudizi poco lusinghieri sulla politica comunista, esprimendo il desiderio di voler rientrare in Italia. La lamentela di una vita di stenti, il dibattito sull’ingiusta detenzione di Francesco Ghezzi e le critiche alla linea ufficiale dell’Internazionale sono interpretati come una critica al potere dalle autorità sovietiche, che inseriscono il nome di Gaggi in una lista nera, insieme a quelli di Luigi Calligaris, Ezio Biondini, Aldo Gorelli, Gino Martelli, Emilio Guarnischelli.

Arrestato il 28 dicembre 1934, Gaggi è sottoposto a un interrogatorio e costretto ad ammettere le sue «terribili colpe», tra le quali quelle di essere vicino al gruppo trockista, diretto da Luigi Calligaris, e di aver condiviso l’opinione che «in Urss i lavoratori vivano male e che nel paese non ci sia libertà» (p. 70). Così, dopo alcuni interrogatori (9, 15 e 27 gennaio 1935) basati sulla «confessione» come elemento essenziale di colpevolezza, è condannato in un Paese stalinizzato, dove si assiste a un’avvicinamento con l’Italia mussoliniana per la valorizzazione di una fabbrica Fiat di cuscinetti a sfera. Il mito dell’operaio Alexsej Stachanov coincide con la condanna «a tre anni di confino a piede libero» di Gaggi, che è accusato anche di contatti con Felice Trojano, sospettato di attività antisovietica e ingegnere della fabbrica Dirižablestroj di Umberto Nobile. Con la medesina accusa è arrestato il 29 luglio 1937 per intraprendere l’ultimo viaggio dalla Lubjanka al Gulag senza ritorno.

Il 9 gennaio 1938 è condannato a cinque anni di carcere e trasferito poi nei campi di lavoro ubicati in diverse località sovietiche per la costruzione ferroviaria oppure per il disboscamento e la coltivazione agricola. Un anno prima di morire (1945), il caso di Otello Gaggi è sollevato da Victor Serge in una «lettera aperta» a Togliatti, che lascia insoluta la domanda sulla sorte «degli antifascisti italiani rifugiati in Urss» come Luigi Calligaris, Francesco Ghezzi e Otello Gaggi. L’invito dell’ex funzionario del Comintern, ora capo della dissidenza trockista e storico di fama internazionale, sarà raccolto alcuni dopo dal quotidiano «L’Umanità» che il 13 agosto 1949 rivolge una precisa domanda persino nel titolo: Togliatti, dove sono Ghezzi, Galli e Gaggi? Giusepe Saragat è tra i pochi ad interessarsi della sorte di Gaggi, recandosi a San Giovanni Valdarno per incontrare la sorella a casa di Giovanni Carbini, segretario amministrativo del Psdi e amico di Luigi Preti.

Solo, con l’apertura degli archivi sovietici, si riesce a conoscere la data precisa della morte di Gaggi, sopraggiunta a Sevželdorlag a causa della pellagra. Persino Dina Ermini, vedova di Roasio, è costretta ad ammettere che Gaggi «morì di stenti in un gulag», giustificando ancora le evidenti reticenze sull’operato di Togliatti e del marito, ignari della sorte degli antifascisti rifugiati in Unione Sovietica. Su iniziativa dei socialisti valdarnesi e del Circolo fratelli Rosselli la memoria di Gaggi e dei fuorusciti italiani è mantenuta viva, come prova nel 1992 l’iniziativa per la presentazione del libro «Dialoghi del terrore» di Francesco Bigazzi e di Giancarlo Lehner, quest’ultimo giornalista dell’«Avanti!» e uno degli storici più assidui a denunciare la morte dei rifiugiati politici nei gulag di Stalin.

Nunzio Dell’Erba

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