lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Piero Gobetti, un liberale “incolto” o “geniale”?
Pubblicato il 18-02-2016


gobetti2Sul «Corriere della Sera» del 9 febbraio scorso, Marco Gervasoni ha pubblicato un articolo su Gobetti, in occasione del novantesimo anniversario della sua morte avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926. Il titolo Il genio operoso di Piero Gobetti. Un ragazzo scopritore di talenti (p. 35), rispeccchia fedelmente il giudizio dell’autore, che considera l’intellettuale torinese (era nato il 19 giugno 1901) «uno dei più grandi prosatori (o pensatori?) politici del Novecento italiano» per la «genialità» e la straordinaria capacità di organizzatore culturale. Strano che un quotidiano serio come il «Corriere» possa pubblicare un articolo così smaccatamente agiografico di un personaggio definito «geniale».

    Premesso ciò, bisogna ricordare il giudizio critico di Gaetano Salvemini, che il 28 gennaio 1923 annovera Gobetti e Prezzolini nel gruppo di uomini adusi al disprezzo dei valori democratici per la loro «incultura politica» e l’«incapacità ad analizzare le proprie idee»: «È moda, oggi in Italia, fra gli uomini che si immaginano di essere “rivoluzionari”, disprezzare la “democrazia” […] disprezzo, che […] anche uomini come Prezzolini, Gobetti, ecc. dimostrano per la “democrazia”, è documento della incoltura politica e della incapacità analizzare le proprie idee» (G. Salvemini, Memorie e soliloqui, in Scritti sul fascismo, Opere VI-II, Milano 1966, pp. 101 e 102)

    Sin dalla prima edizione del volume La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia (Cappelli, Bologna 1924), la rivista socialista «Critica Sociale» rivolgeva alcune precise domande all’autore: «I lettori fedeli del periodico “La Rivoluzione Liberale” sono generalmente imbarazzati se si chiede loro di definire che cosa sia e che cosa voglia il direttore di cotesta Rivista. È un liberale? È un conservatore? È un comunista? È tutte e tre le cose assieme? E come si possa conciliare? Certo è un agitatore di idee e un tenace antifascista, dietro e accanto al quale – giovanissimo – vanno altri giovani smaniosi di novità e di chiarificazioni filosofiche e politiche» («Critica Sociale», 1°-15 giugno 1924, n. 11, p. 176).

    A distanza di oltre novant’anni quella serie di interrogativi attende una risposta, la quale non si ritrova nella miriade di saggi premessi alla raccolta di articoli, editi con quel titolo e riproposti con periodicità nel ripetitivo e anemico dibattito culturale su Gobetti. La sua morte prematura, avvenuta all’età di ventiquattro anni (non «venticinquenne», come afferma Gervasoni), è preceduta da una frenetica attività editoriale. Gobetti ha 17 anni quando pubblica il 1° novembre del 1918 il primo numero di «Energie Nove»; ha 21 anni quando fonda il 12 febbraio 1922 «La Rivoluzione Liberale»; 23 anni quando pubblica il saggio omonimo. Nulla da eccepire sulla sua intensa attività editoriale (peraltro retribuita), ma qualche riserva può essere avanzata su quel «ragazzo scopritore di talenti»: basti citare il caso di Carlo Rosselli, la cui persona non fu «lanciata» da Gobetti, in quanto egli (nato a Roma il 16 novembre 1899) ha già collaborato ai periodici fiorentini «Noi Giovani» (1917) e «Vita» (1919). Scorrendo la bibliografia di Carlo Rosselli si accerta che egli pubblica su «La Rivoluzione Liberale» due articoli nel 1923 e due nel 1924, anni in cui egli milita nel Partito socialista unitario. L’articolo Liberalismo socialista, pubblicato su «La Rivoluzione lIberale» del 15 luglio 1924 è un ampliamento di quello già apparso sulla turatiana «Critica Sociale» (si veda la mia Guida bibliografica, in L. Rossi (a cura di), Politica, valori, idealità. Carlo e Nello Rosselli maestri dell’Italia civile, Roma 2003, pp. 161-162.

    Medesimo discorso vale per Antonio Gramsci, su cui Gervasoni commette un grave errore di analisi storica: Gramsci non «fu immesso nel circuito intellettuale grazie al patronage di Gobetti» (p. 35), se si pensa all’aspra critica che il pensatore sardo gli rivolse nel giugno 1919, tacciandolo di essere «veicolo di malavita intellettuale» («L’Ordine Nuovo», 7 giugno, n. 5, p. 38). Al contrario è Gramsci ad essere la guida e l’ispiratore di Gobetti durante l’occupazione delle fabbriche (settembre 1920). Sulla base di un articolo postumo – edito su «Rinascita» (1945) – alcuni storici come Nino Valeri considerano Gobetti un «comunista camuffato», ossia «un agente, se non proprio del partito comunista, per lo meno del gruppo … dell’Ordine Nuovo» per la collaborazione al periodico torinese come critico teatrale (N. Valeri, Prefazione, a Antologia della “Rivoluzione Liberale”, Torino 1948, p. XVI).

    Chiarito ciò, bisogna tenere presente che Gobetti non aveva (e non poteva avere per la giovane età) una solida preparazione culturale, come è stato riconosciuto da autorevoli studiosi. Essa è infatti il risultato di letture disordinate e di riflessioni storiche frettolose sparse in una miriade di scritti, che denotano una scarsa originalità per la ripresa di alcuni concetti politici da altri scrittori. La formula di «rivoluzione liberale» è tratta da Arturo Labriola, come sostiene E. Alessandrone Perona; quella di «riforma protestante» è ripresa da un saggio di Mario Missiroli e si ritrova nella letteratura politica della seconda metà del XIX secolo, come sostiene Giorgio Spini; la posizione di Gobetti sul Risorgimento come rivoluzione fallita denota una lettura distorta di Giuseppe Mazzini e della sua opera I doveri dell’uomo, considerato l’uno un diseducatore e l’altra un «libro immorale» (P. Gobetti, I repubblicani, «La Rivoluzione Liberale», 17 aprile 1923, p. 41), come sostiene il sottoscritto. Le critiche ingenerose verso i repubblicani si ritrovano espresse nei confronti di Filippo Turati, di Claudio Treves e di altri esponenti del socialismo riformista, dei quali ignora la lotta condotta per l’emancipazione dei lavoratori durante l’età giolittiana e il ruolo educativo esercitato dal Psi. Un giudizio che porta il giovane Gobetti a sottovalutare istituzioni come l’Allenza Cooperativa Torinese o altri organismi simili costituiti dai socialisti riformisti. Il ritratto su Matteotti, di cui Gobetti traccia un profilo biografico dopo la sua morte, è ripreso in gran parte da Aldo Parini e dalla sua biografia, pubblicata postuma (La vita di Giacomo Matteotti, Rovigo 1998): un confronto che attende di essere compiuto con obiettività attraverso una lettura accurata dgli articoli pubblicati da Parini su «La Rivoluzione Liberale» (1924, n. 30 e n. 40) e ripresi dal suo direttore nella struttura generale e persino nei suoi giudizi.

Nunzio Dell’Erba

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