venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Medio oriente e il tramonto della strategia di Nixon
Pubblicato il 08-02-2016


È con la fine degli anni sessanta, e con il ritorno alla realpolitik incarnata dal duo Nixon-Kissinger, che gli Stati Uniti fanno per la prima volta i conti con l’impossibilità di “difendere il mondo libero” con le loro sole risorse economiche e soprattutto militari; ponendo, quindi, in campo, gli opportuni aggiustamenti.

Uno di questi è il ricorso massiccio, nell’opera di contrasto e di repressione (allora nei confronti dei comunisti e in generale de movimenti radicali  di tipo nazionale e sociale), a poliziotti locali. Identificati, nell’area che ci interessa (a prescindere da Israele che rappresenta un caso a sé), con il volgere degli anni settanta, nell’Arabia saudita e nell’Egitto di Sadat e di Mubarak (con l’aggiunta della Giordania e delle monarchie del Golfo).

Alla prima il ruolo di antemurale nei confronti della rivoluzione degli ayatollah e di garante di prima istanza degli equilibri interni del Libano; al secondo quello di mediatore di prima istanza nel conflitto israeliano-palestinesi oltre che di sostenitore di al Fatah contro le correnti estremiste del movimento.

Il sistema reggerà per un lungo periodo di tempo. A rimetterlo in discussione, prima per la sua inadeguatezza poi per il suo stesso principio ispiratore, saranno due elementi nuovi. Il primo, la radicalizzazione in senso antioccidentale del fondamentalismo islamico, sino al ricorso permanente della pratica terroristica. Il secondo, l’esplosione delle primavere arabe.

Da una parte una minaccia. Dall’altra una promessa. Gli europei continueranno ad essere ossessionati dalla prima, sino a svalutare, sin dal principio, l’importanza e la stessa validità della seconda. L’amministrazione Obama vedrà, al contrario nella nuova e generale richiesta di libertà e di democrazia, a partire da Tunisi e dal Cairo, l’occasione storica per estendere e rafforzare il suo sistema di alleanze in tutta l’area. Niente più contrapposizioni gravide di rischi tra regimi sempre più autoritari e opposizioni sempre più egemonizzate dal fondamentalismo radicale. Al loro posto, la convivenza pacifica tra diversi, garantita dall’establishment interno e internazionale e incentrata sui grandi movimenti politici islamici opportunamente “democristianizzati” dall’accesso al potere in un nuovo contesto pluralista. Un nuovo e più solido tassello atto a completare e consolidare il sistema di alleanze descritto per sommi capi in precedenza.

Uno scenario razionalmente perfetto. Ma con una fondamentale pecca: gli attori. Nessuno di loro è stato all’altezza della parte assegnata. O, per essere più precisi, tutti loro ne hanno svolta una diversa, non tenendo in alcun conto le indicazioni del copione se non contrastandole apertamente.

Per tornare alla nostra metafora iniziale i “poliziotti locali” si sono messi in proprio, perseguendo, ognuno di loro, la propria agenda, quasi sempre in più o meno aperto contrasto con le direttive del centro.

In queste condizioni, il pessimismo dell’intelligenza (una dote rara tra i politici, ma di cui Obama è espressione massima) porta la superpotenza verso l’unica via oggettivamente possibile: quello del disimpegno manovrato da un’area che non è in grado di governare né in prima persona né attraverso potenze locali interposte.

Di queste i consiglieri del presidente fanno nomi e cognomi (almeno nelle sede asettica di Foreign affairs); risparmiando rampogne a coloro che sono e rimarranno alleati storici degli Stati Uniti – come l’Arabia saudita e, soprattutto, Israele e puntando invece il dito accusatore nei confronti di coloro che sono venuti clamorosamente meno ad un ruolo che, tra l’altro, avevano tutto l’interesse a svolgere.

E qui il riferimento è alla Turchia di Erdogan ma soprattutto all’Egitto di Al Sisi. Il regime plurale che avrebbe dovuto nascere dopo piazza Tahrir sarebbe stato l’anello centrale del nuovo rapporto tra Occidente e mondo arabo e un punto di riferimento insostituibile nell’evoluzione del sunnismo politico. Quello costruito dal generale-presidente è non solo un disastroso passo indietro per la società egiziana ma anche un elemento destabilizzante all’esterno. Perché va molto al di là di Mubarak nella repressione “tous azimuts”; perché va molto al di là di Israele nel rendere la vita impossibile agli abitanti di Gaza; perché non lascia all’opposizione islamica vie d’uscita alternative al terrorismo; perché, con le sue interferenze militari in Libia, blocca la strada (spalleggiato dai francesi) alle necessarie intese politiche, e, infine, perché fomenta una xenofobia antioccidentale che avvelena i pozzi proprio quando posa a baluardo contro l’Isis.

Che fare allora? Tutto spingerebbe, secondo gli analisti di Obama, a prendere atto della situazione ponendo fine ai rapporti speciali (e ai relativi consistenti contributi finanziari) che legano Usa ed Egitto, o, più esattamente, il Pentagono e i militari egiziani. Ma “prendere atto della situazione” vuole dire rendersi conto che a pagare i cocci per la rottura sarebbero gli stessi Stati uniti; perché il regime dispone già da ora delle risorse alternative (Arabia saudita, Francia, eventualmente Russia, certamente Cina) disponibili a sostenerlo.

Rimane, allora, per gli Stati uniti, la politica di limitazione del danno: al Cairo come a Ryad, ad Ankara come a Damasco e Gerusalemme.

Una svolta a 180 gradi: dal Medio oriente come luogo di sperimentazione del ruolo egemonico degli Usa al Medio oriente come luogo in cui operare, con il dovuto garbo, perché i progetti dei protagonisti locali siamo tra loro relativamente compatibili.

Alberto Benzoni

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