giovedì, 30 giugno 2016
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Opinioni e commenti
 

Regeni e l’Italia, ‘il morto
giace e i vivi si danno pace’
Pubblicato il 11-02-2016


La sera del 25 gennaio, Giulio Regeni manca ad un appuntamento cui era atteso. Passano pochi minuti e un amico lo chiama per sapere cos’è successo. E non avendo risposta (il cellulare squilla a vuoto e poi si spegne), telefona subito all’ambasciata italiana, per avvertire della cosa. Un comportamento difficilmente concepibile in qualsiasi parte del mondo civile ma, evidentemente, non nell’Egitto di al Sisi; un regime baluardo sì dell’Occidente, ma i cui oppositori rischiano tutti i giorni la vita e a maggior ragione gli stranieri che stanno lì a difenderli e a ficcanasare.

L’ambasciata, dal canto suo, avverte subito la Farnesina. Ma il governo italiano, pur debitamente informato, non compie nessun passo, né pubblico né riservato per allertare Il Cairo sulla vicenda. Lo avrebbe certamente fatto se il nostro Giulio fosse stato un uomo dei servizi segreti. E, facendolo, avrebbe certamente messo in moto (all’insegna del “cane non mangia cane”) un processo che avrebbe consentito al giovane studioso di tornarsene libero in Italia. Ma, disgraziatamente per lui, Regeni non è una spia. E, allora, il nostro governo decide di tacere, nella speranza che la vicenda si chiarisca o magari si concluda positivamente da sola. Ma sarà proprio questo silenzio che segnerà la condanna a morte di Giulio.

Per capirlo non bisogna essere degli 007. Basta leggere i rapporti della Agenzie per i diritti umani. O scorrere la stampa straniera e, in particolare, quella anglosassone. Il regime di Al Sisi non è quello di Mubarak; è molto più simile a quello dei generali argentini, con annessi squadroni della morte e desaparecidos. È un regime che intende stroncare ogni tipo di opposizione e che – ebbene sì – fomenta una xenofobia ai limiti del delirio verso gli occidentali che la fomenterebbero. E, allora, Giulio Regeni non ha scampo: non è una spia e non è, apparentemente, protetto dal suo stesso Paese. Verrà dunque sottoposto al trattamento egiziano: quattro giorni di indicibili torture, poi la morte. E la discarica ai bordi dell’autostrada.

E dopo? E dopo sarà, l’alternarsi, giorno dopo giorno, delle prese per i fondelli e dei pesci in faccia. Prese per i fondelli gli “interessamenti “ di Al Sisi, le interviste del ministro degli esteri, le assicurazione sulla “piena collaborazione”. Pesci in faccia (e dopo la scoperta del cadavere) le dichiarazioni dei vertici sull’“incidente stradale”; l’arresto e il sollecito rilascio dei due “criminali comuni”, gli investigatori italiani privi di qualsiasi sostegno nella condotta delle indagini, le reazioni sempre più stizzite nei confronti delle sollecitazioni di Roma.

L’Egitto conosce evidentemente i suoi polli. E sa di non rischiare nulla. Nessun prezzo da pagare, anche solo simbolico.

Non lo chiede un governo che ha, nelle vesti del suo Capo, incensato le doti di statista (?!) del nostro generale e il ruolo centrale dell’Egitto nella lotta al terrorismo (pur essendo pienamente informato dell’azione destabilizzante svolta dal sullodato statista, in combutta con la Francia, in Libia); affrettandosi, qui ed oggi, a sottolineare che nulla e nessuno potrà turbare le eccetera eccetera relazioni tra i due Stati.

Non lo chiedono la classe politica (e, in particolare, quella “di sinistra”) il mondo sindacale e gli intellettuali del nostro Paese apparentemente colpiti da una paralisi galoppante che ne ha bloccato il cervello, il cuore e i visceri. Nessuna manifestazione. Nessun gesto di solidarietà e di affetto nei confronti di un giovane morto per aiutare altri. Nessun impegno a preservarne la memoria. Sono stati gli accademici di tutto il mondo a rivolgersi all’Onu per conoscere la verità e per ricordarlo: a firmare più di trentamila di cui una cinquantina tra Siria ed Egitto, l’Italia, almeno per ora, in coda. Duecento persone davanti all’Ambasciata italiana al Cairo; nessuno davanti all’Ambasciata egiziana, nel fondato timore di intralciare il traffico.

“Il morto giace, i vivi si danno pace”, si diceva; all’insegna del “dopo tutto se l’era cercata”.

Ma quelli che rinunciano a pensare, quelli che non sanno più indignarsi, quelli sì sono veramente morti.

Alberto Benzoni

 

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