lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Repubblica, un referendum
che Togliatti non voleva
Pubblicato il 17-02-2016


Nella sua presentazione del convegno indetto da Mondoperaio sul settantesimo della nascita della nostra repubblica e sul ruolo di Nenni nell’averla determinata, Luigi Covatta ci ripropone le riflessioni del leader socialista la sera stessa del 2 giugno: il sentirsi, insieme, interprete appassionato dell’etica della convinzione e cultore attento dell’etica della responsabilità. Sottolineando, in conclusione, che, nella circostanza, lo stesso Nenni aveva saputo interpretare al meglio questo duplice ruolo.
Sul Nenni tribuno della plebe c’è poco da aggiungere ad una immagine già consolidata nella storia e nella memoria (né, del resto, i relatori hanno inteso soffermarvisi in modo particolare). Il repubblicano romagnolo aveva da tempo individuato nella monarchia, e nei gruppi che si erano coagulati a suo sostegno, un’ostacolo permanente e insormontabile alla crescita della democrazia italiana: e l’Umberto I di Bava Beccaris come il Vittorio Emanuele III del 28  ottobre e del 6 settembre non avevano fatto altro che confermare il suo antico convincimento. Un convincimento che portava ad intepretare l’eliminazione della monarchia non come un semplice fatto istituzionale, ma piuttosto come la sconfitta definitiva di una classe dirigente e di un apparato di potere.
Ma l’Italia del 1943-45 non era la Francia delle grandi giornate rivoluzionarie e non c’erano le condizioni perchè l’Antico regime potesse essere abbattuto nelle piazze e la Repubblica proclamata dalle assemblee. Togliatti se ne rende conto per primo: la questione non potrà che essere affrontata a guerra finita e attraverso procedure che abbiano il consenso degli alleati; alleati divisi nel giudizio sulla monarchia, ma assolutamente concordi nel dire no ad un cambiamento del regime per via rivoluzionaria. E Nenni fa suo il suo realismo (anche se solo fino a un certo punto le conseguenze pratiche del medesimo come la partecipazione ai governi Badoglio e Bonomi).
E, invece, agli inizi del 1946, le parti si rovesciano. Perché è il tribuno della plebe a trasformarsi in campione del realismo, sbloccando la situazione con proposte razionali e ragionevoli; mentre il leader del Pci sembra avere momentaneamente perso la sua tradizionale freddezza e la sua capacità di analisi.
Come è noto (e come è stato ampiamente ricordato dai relatori), materia del contendere era la titolarità della scelta istituzionale: se questa dovesse competere ad un’apposita Assemblea costituente (che era la posizione inziale delle sinistre) oppure al popolo, come chiedevano i monarchici, e come sostenevano gli americani e gli inglesi.
Ora, Togliatti il referendum non lo voleva. Per ragioni contingenti, insomma perchè non era sicuro di vincerlo. Ma anche per ragioni radicate nel Dna della sinistra comunista (e non solo) e sintetizzabili nell’incoercibile rigetto del sistema referendario.

Alberto Benzoni

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