venerdì, 9 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

“Una puttanata invereconda”
Pubblicato il 23-02-2016


Così, quarant’anni fa, Ercole Bonacina, uomo tutto d’un pezzo e lombardiano della prima ora, definiva il comportamento dei giovani turchi della corrente che, esautorando di fatto lo stesso Lombardi, trattavano al Midas la sostituzione di De Martino con Craxi con i giovani turchi delle altre correnti, “pardon”, componenti. Forse aveva ragione o forse no. Il fatto è che, da allora in poi, puttanate invereconde ne abbiamo viste in quantità industriale; in una serie “horror” di cui lo spettacolo offerto dai candidati/candidati alla candidatura per il Comune di Roma non è che l’ultima e imperdibile puntata.

Come da copione, almeno in questi ultimi tempi, gli scontri più feroci, con annesso abbondante spargimento di liquame, avvengono sul piano personale e tra personaggi dello stesso campo; sino al punto di mettere questi personaggi in polemica con sé stessi.
Appartengono a questa variante estrema la Meloni e Bertolaso. La prima eterna contestatrice di non si sa bene che cosa, appare, solo qualche mese fa, candidata naturale del centro-destra. Salvo, poi, ritirare, improvvisamente, la sua candidatura per improvvisa e, a quanto sembra, imprevista maternità; coinvolgere nel generale pasticcio la sventurata Rita dalla Chiesa come espressione di capacità politico-amministrative sicuramente considerevoli ma ignote ai più, evidentemente senza consultare i suoi partner e nemmeno la malcapitata Rita: e, infine, dopo il suo ritiro, ritirarsi essa stessa sotto la tenda. Il secondo, che prima si dichiara indisponibile, essendo Roma poca cosa rispetto all’ampiezza dei suoi pensieri e delle sue preoccupazioni per le sorti del mondo, e per la grave malattia di un suo familiare. Salvo poi cambiare idea pochi giorni dopo, scoprendo il Comune di Roma come orizzonte fondamentale della sua esistenza pubblica; e, informandoci, nel contempo, che il problema familiare si era felicemente risolto. (Della qual cosa non possiamo che rallegrarci; il mondo, poi, potrà, almeno per ora, fare a meno di Bertolaso).
Certo, si affretta a dire il Cavaliere, l’uomo delle Grandi emergenze, il trionfatore dell’Aquila è il Migliore tra i candidati. Un imprimatur che un tempo sarebbe bastato a tacitare i dubbiosi; ma che ora scatena commenti quanto meno irriguardosi. “Non esiste” dice le Meloni; Salvini sghignazza (anche se silenziosamente). Per Storace, poi, forte dell’appoggio di donna Assunta, Bertolaso sarebbe stato scelto come perdente di successo, così da spianare la strada a Giachetti.

Nel Pd, poi, le cose non è che vadano tanto meglio. Non foss’altro perché il sistema delle primarie sta, ancora una volta, sfuggendo di mano ai suoi utilizzatori finali. Il duello Giachetti/Morassut doveva essere, nelle intenzioni ufficiali, un duello tra gentiluomin e poi tutti compatti intorno al vincitore. Ma già si sta rivelando per qualcosa di molto diverso. Come un duello che ha come posta in gioco l’esistenza stessa del partito romano: preso di mira in quanto baluardo dell’antirenzismo e messo pubblicamente alla gogna dallo stesso Giachetti in quanto complice del malaffare capitolino. Difficile che i perdenti accettino, allora, di buon grado la sconfitta e non pensino a cercare una vendetta nel segreto dell’urna.
A sinistra assistiamo, infine, a due spettacoli quanto meno singolari. Un sindaco uscente i cui titoli di merito, agli occhi degli elettori romani, non derivano dalla qualità del suo governo ma dalle modalità invereconde del suo licenziamento; e che annuncia sempre più tremende vendette essendo, nel contempo, sempre più incerto e dubbioso sul come esercitarle. E, ancora, e qui siamo in piena (anche se apparente) schizofrenia politica, i dirigenti locali di un partito – Sinistra italiana – di cui Fassina, candidato sindaco, è uno dei massimi esponenti, che esercitano pressioni, al limite dell’indecenza, per indurre lo stesso Fassina a ritirare la sua candidatura.

Per concludere Marchini e il M5S. Il primo che si compiace dell’appoggio di Berlusconi e che si definisce “a destra di Storace e a sinistra del Pd”. Il secondo che chiede voti ai romani in nome della onestà diligente dei suoi rappresentanti: ma auspicando apertamente di non raggiungere un successo che lo obbligherebbe a governare; perché governare sarebbe un rischio mortale per la sua diversità.
Nulla in tutto questo che rassomigli ad un confronto serio sui programmi. Ma non c’è da stupirsene. Perché ormai i programmi si rassomigliano tutti anche nell’essere in larghissima parte irrealizzabili. E perché questa irrealizzabilità è in larghissima dovuta a quello sfascio della macchina comunale di cui centrodestra e centrosinistra sono pienamente corresponsabili.

Alberto Benzoni

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo

Lascia un commento