giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Luigi Mainolfi:
La Borsa come “strumento economico”
Pubblicato il 01-02-2016


Uno dei concetti ammanniti dall’informazione radiofonica e televisiva (quella giornalistica non arriva alla massa, che non legge) è l’andamento della Borsa. Questo fenomeno è diventato uno strumento, che viene utilizzato dai persuasori occulti per alimentare allarmismi e stati d’animo funzionali a recepire i messaggi dei poteri forti, tesi a teleguidare i cittadini. Preoccupato per l’analfabetismo strumentale della maggioranza delle persone, penso sia utile tentare di spiegare, sinteticamente, la nascita della Borsa, la sua natura e il significato del suo fluttuare.

Le rivoluzioni industriali del XVIII e del XIX secolo fecero nascere l’esigenza di fare incontrare investitori e risparmiatori, anche perché le imprese familiari cedevano sempre più spazio alle società di capitali. Per le esigenze di questo nuovo tipo di società, nacque la figura dell’intermediario, attore per facilitare l’incontro tra chi cercava capitali e chi li aveva. Ci voleva un luogo dove le due figure si potessero incontrare. L’intermediario, figura importantissima, definiva il luogo, la cadenza e la durata delle riunioni, i criteri di ammissione dei titoli alle contrattazioni, le regole di comportamento dei contraenti.

La Borsa nacque come un’organizzazione privata. Negli USA era come Club di intermediazione. La crisi del 1929 fece nascere l’esigenza di porre ordine e nel 1933 il Securities Act impose l’obbligo della trasparenza. Nel 1934, fu deciso che il mercato dei titoli dovesse essere controllato. In Italia, la prima Borsa venne inaugurata a Milano, presso il Monte di Pietà, il 15 febbraio 1808. Successivamente, vennero aperte le Borse di Napoli, Roma, Firenze, Livorno e Genova. Si andò avanti senza collegamenti tra le varie Borse, fino al 27.12.1882, quando venne deciso un regolamento unitario.

Nel 1913, fu disciplinata l’organizzazione delle Borse. Nel 1974, con legge n.216, fu istituita la CONSOB (Commissione nazionale per le società e la Borsa). Questo perché il valore degli scambi e le persone coinvolte aumentavano con progressione quasi geometrica. Il tentativo di giustificare scelte politiche con l’andamento della Borsa è mistificatorio. Tra le variazioni della Borsa e l’economia non c’è, nel breve periodo, un rapporto diretto. Il valore economico di un’impresa non varia nel giro di ore. Facciamo un esempio. Nel 1999 il Mib 30 salì del 22,3% mentre il tasso di crescita del PIL fu appena dell’1,4%. Ci domandiamo: Perché si parla tanto di Borsa? Perché, da strumento per regolare i rapporti tra investitori e risparmiatori, la Borsa è diventata uno strumento che alimenta un’attività economica autonoma, interessante per chi vuole vendere e per chi vuole comprare titoli azionari. Come nello Zecchinetto c’è chi pensa che uscirà una carta e chi pensa che quella carta non uscirà, così nella Borsa ci sono le “asimmetriche informative”, che consigliano ad alcuni di vendere e ad altri di comprare titoli azionari, alimentando la crescita del trasferimento dei capitali. Alla fine, guadagnano gli intermediari. Negli anni, la funzione della Borsa si è modificata, sotto l’influenza della mentalità speculativa, che ha preso il sopravvento sulla logica produttiva. Infatti, a causa di ciò, nel 2008, le Authority di Borsa volevano attuare interventi drastici, come la chiusura dei listini. Solo la Consob tedesca aderì. Nello stesso anno la Guardia di Finanza avviò un’indagine sulle SIM e sulle Società.
Mi auguro che i cittadini diventino meno ingenui e la smettano di pensare che la Borsa sia un Vangelo per giustificare decisioni, dannose per il popolo e vantaggiose solo per i furbetti dei quartieri.
La Borsa non è una Dea.

Luigi Mainolfi

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Commenti all'articolo
  1. La Borsa si presta a operazioni speculative e si è oramai resa indipendente dal sottofondo economico-produttivo.
    E’ carino il caso di alcuni dipendenti di banca “buontemponi”, che negli anni settanta si divertirono a “fare una speculazione. Cominciarono ad acquistare un titolo che solitamente non variava mai e, acquista un pochini oggi, acquista un pochino domani, ma mai senza esagerare, portarono in su la quotazione del titolo. Il gioco finì, il giorno in cui sul giornale “Il sole-24 Ore” uscì un bell’articolo che assicurava che sul titolo “tal dei tali” non c’erano operazioni in vista….

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