domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Stefano Servadei, una vita al servizio dei deboli
Pubblicato il 02-02-2016


Stefano ServadeiCosì, pochi giorni dopo i suoi novantatrè anni, ci ha lasciato il compagno Stefano Servadei.Altri ricorderanno la sua lunga carriera politica: il fiero antifascismo di chi non si piegò mai e cominciò a combattere quando non aveva ancora vent’anni. Si impegnò per la scelta repubblicana e in quel 1946 diventò, a soli 23 anni,consigliere comunale a Forlì. Fu vicepresidente della Provincia e segretario della Federazione socialista alla quale si era iscritto il giovane Luciano Lama. E poi, dal 1963 al 1983, fu deputato e mentre era ancora in carica scrisse una lettera nella quale invitava  i suoi tanti elettori a votare per me. Era stato sottosegretario all’industria, poi al Commercio Estero, poi Questore della Camera. Aveva un’altissima concezione della morale in politica,fu il primo  cogliere i rischi dell’infiltrazione criminale nella riviera romagnola.
Ricordo la fatica che feci a convincerlo a candidarsi per fare il consigliere regionale nel 1985. Era sempre presente alle sedute,sempre si impegnava ma capivo che allora la sua scelta autonomista si faceva sempre più forte. Era autonomista.e dunque nenniano, in politica. Ma era autonomista soprattutto per la concezione sociale della democrazia,per quel suo speciale rapporto con le radici più profonde della società. E proprio alle Radici ha intitolato il suo libro di ricordi. E qui bisogna ricordare la sua vocazione per l’autonomia della Romagna e la fondazione del Movimento per l’Autonomia della Romagna. Ed ecco il senso della poesia di Aldo Spallicci,suo grande ispiratore,vero poeta dell’autonomia romagnola. Stefano ha donato le sue carte e qualche studente ne farà argomento di ricerca. Proprio a persone come lui sembrano dedicate le parole che scrisse Gianni Bosio: “Noi parliamo male,e spesso a ragione, dei vecchi riformisti… Ma le classi subalterne erano carne della carne loro, sangue del loro sangue”. Ecco cos’è stata la politica. E forse anche le critiche ai vecchi riformisti oggi si stemperano nel riconoscere la loro grandezza, nell’aver posto un’intera vita al servizio di chi era troppo povero per farcela da solo, era troppo emarginato per guadagnare una coscienza della propria dignità, o semplicemente trovava ostacoli perché non faceva parte delle classi dominanti. La democrazia dei socialisti alla Nenni e alla Servadei fece crescere non solo l’economia ma la società civile di un’antica Nazione. Grazie, Stefano.

Franco Piro

LA RUMAGNA INT E’ CALVÊRI

A’ ‘l diren nùn a quii ch’i ‘n ‘e cardeva,
a chi c’dgeva: «A’ si’ sempr’ in cagna in râgna
tra al vostar legh; i vecc sè ch’i marceva,
mo adëss j è tott vigliëcch nenca in Rumâgna.
A’ si’ sol bun ‘d rugê drì da la seva:
“Viva la Franza” – dis – “Viva la Spagna!”
coma i vost cuntaden quant ch’i staseva
sota i prit – “Me m’n’infott, basta ch’a’ magna”».
A’ i dirèn: «O burdell, stasì mo bun,
ciapè de e’ Pass dla Morta a e’ mont Calvêri,
da e’ Vallon dl’Aqua in só, zirè cun nun
tott i caminament dai longh ai curt,
fasì d’un cant a cl’êt tott al trinceri,
e cavev e’ capël ‘d davanti ai murt!»

Lo diremo noi a quelli che non ci credevano, / a chi diceva: «Siete sempre
in lite / con i vostri partiti; i vecchi sì che marciavano, / ma adesso sono
tutti vigliacchi anche in Romagna. / Siete solo capaci di sbraitare da
dietro la siepe: / “Viva la Francia” – dice – “Viva la Spagna!” / – come i
vostri contadini quando stavano / sotto i preti – “Io me ne fotto, basta che
mangi”». / Gli diremo: «O ragazzi, state un po’ buoni, / prendete la strada
dal Passo della Morte al monte Calvario, / dal Vallone dell’Acqua in su,
girate con noi / per tutti i camminamenti, da quelli lunghi a quelli corti,
/ percorrete da una parte all’altra tutte le trincee, / e toglietevi il
cappello davanti ai morti!»

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