domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tagli alla reversibilità. Forse, ma solo in futuro
Pubblicato il 15-02-2016


Pensionati“No al taglio delle pensioni di reversibilità”. Il coro unanime che si leva dall’opposizione, ma anche dalla stessa maggioranza di governo e il ministro del lavoro Poletti che parla di “polemica totalmente infondata”. Un no arriva anche dao socialista pert bocca del responsabile welfare, Marco Andreini. Il parapiglia che agita mondo politico, sindacati e soprattutto i pensionati, è nato sul disegno di legge delega (approvato dal Cdm il 28 gennaio e approdato in commissione alla Camera) che dopo aver messo in cantiere il contrasto alla povertà è alla ricerca dei fondi per sostenerlo e tra le misure ipotizzate c’è anche quella – peraltro non espressamente esplicitata dal ddl – di rivedere le pensioni di reversibilità (ovvero quelle erogate agli eredi alla morte del pensionato o del lavoratore che muore avendo maturato i requisiti per l’assegno) agganciandole all’Isee, per il quale conta il reddito familiare e non quello individuale.

Il primo a tuonare è stato il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini: “Il governo vuole tagliare le pensioni di reversibilità… fregando così migliaia di persone, soprattutto donne rimaste vedove. Rubando contributi effettivamente versati, per anni. Un governo che fa cassa sui morti mi fa schifo”.

“Sulle pensioni di reversibilità – attaccano i sindacati in una nota congiunta dei segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil – il governo tira il sasso e poi nasconde la mano”. “Nella proposta di legge delega sulla povertà – affermano Vera Lamonica, Maurizio Petriccioli e Domenico Proietti – è scritto che si intende operare una “razionalizzazione” delle prestazioni assistenziali, anche di natura previdenziale, introducendo principi di selettività tramite applicazione dell’Isee. L’obiettivo dichiarato è il reperimento di risorse per un piano nazionale contro la povertà, ma ancora una volta si scopre un cinismo di fondo: se si deve dare qualcosa ai poveri bisogna toglierla a chi è appena meno povero. Logica questa che invece non si vede quando si opera sulle imprese o si tagliano le tasse anche a chi potrebbe e dovrebbe pagarle”.

Però lo stesso Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera definisce “non accettabile” l’ipotesi.

“I socialisti – aggiunge Marco Andreini, responsabile nazionale PSI per il welfare – esprimono viva preoccupazione in merito alla prospettiva di una possibile revisione delle pensioni di reversibilità. Chiediamo al Governo una parola di chiarezza per tranquillizzare migliaia di famiglie italiane, la cui economia, già fragile, non deve essere ulteriormente destabilizzata”.

A questo punto c’è da registrare la mezza marcia indietro del ministro. “La polemica sulle pensioni di reversibilità – dice Poletti – è totalmente infondata. Evidentemente – prosegue – c’è chi cerca facile visibilità e si diletta ad inventare un problema che non c’è per poi poter dire di averlo risolto. La proposta di legge delega del Governo – rimarca in una nota – lascia esplicitamente intatti tutti i trattamenti in essere. Per il futuro non è allo studio nessun intervento sulle pensioni di reversibilità; tutto quello che la delega si propone è il superamento di sovrapposizioni e situazioni anomale. Ribadisco che il Governo vuole dare e non togliere: per questo, per contrastare la povertà, nella legge di stabilità è previsto lo stanziamento di 600 milioni per il 2016 e di 1 miliardo strutturale a partire dal 2017”.

Pare di capire insomma che il taglio, se ci sarà, riguarderà le pensioni future. Infatti in una nota Palazzo Chigi fa sapere che “se ci saranno interventi di razionalizzazione saranno solo per evitare sprechi e duplicazioni, non per fare cassa in una guerra tra poveri. La delega del governo dà non toglie” riferendosi alle misure per la povertà e precisando che qualsiasi intervento varrà solo sulle prestazioni future.


Un nuovo fronte aperto dal governo
di Silvano Miniati

Personalmente sono tra coloro che quando si discute di pensioni e di stato sociale preferiscono pensarci un po’ e vedere come si sviluppa la situazione prima di esprimere un parere.

Questa volta però non è possibile seguire questa linea, in quanto si è in presenza di un atto talmente provocatorio nei contenuti come nelle modalità di proposta da imporre reazioni immediate. Il dato clamoroso della vicenda che ci troviamo a discutere sta nella proposta di attuazione di una norma che trasforma le pensioni di reversibilità da pensioni appunto a rendita assistenziale sottoposta a tutte le condizioni che regolano già oggi gli interventi assistenziali.

Che esista una differenza abissale tra pensione e assistenza, lo sanno bene anche i bambini. Che il passaggio da diritto previdenziale a intervento assistenziale metta in discussione il diritto in quanto tale non può esserci nessuno che può negarlo. Che un passaggio delle pensioni di reversibilità da pensione a intervento assistenziale cambi la radice stessa dell’impianto previdenziale italiano, sarebbe davvero difficile negarlo. Che esista una differenza tra un diritto che può essere anche diversamente normato nella sua fruibilità e un intervento che dipenderebbe totalmente dalle volontà del governo e dalla disponibilità di bilancio, non ci può essere nessuno che lo mette in discussione.

La stessa operazione fu fatta quando fu deciso di considerare la pensione minima o sociale non più un diritto, ma un intervento sociale. Allora ci si poteva appigliare al fatto che mentre quella che veniva definita pensione minima non era strettamente collegata ad attività lavorative e a contributi pregressi, tanto è vero che nel calderone delle pensioni minime finirono anche migliaia di lavoratori soprattutto donne che vantavano periodi di contribuzione non sufficienti per raggiungere la pensione. Già in queste ore, di fronte all’ondata montante di critiche e di reazioni fortemente negative, fonti governative affermano che con questa scelta non si toglie niente ai pensionati in questione e anzi si da loro qualcosa di più.

Si tratta di una delle tante colossali bugie che in queste settimane e mesi ci siamo sentiti raccontare. Ciò è avvenuto e nessuno potrà negarlo, quando si è parlato degli 80 euro per tutti i pensionati, di aiuti e sgravi fiscali che poi non ci sono stati, di soluzione del problema degli esodati o di facilitazioni per le donne in attesa di pensione. È ormai chiaro che quando si afferma che si tratta di decisioni assunte nel nostro interesse, è consigliabile che si facciano subito i calcoli di quanto ci dovremo purtroppo rimettere.
Ricordiamo che la pensione di reversibilità è un diritto spettante a chi si vede, in quanto superstite trasferito un diritto previdenziale maturato da altri.

Un diritto che spetta quindi a coniugi e famigliari in particolari condizioni. Un diritto che certo andrebbe rivisitato e anche depurato da storture che nel tempo ne hanno condizionato la fruibilità. Un diritto che andrà comunque difeso con le unghie e con i denti e soprattutto con la determinazione di chi non accetta che Renzi e i suoi ministri assistiti dal coro plaudente dei dirigenti dell’INPS che sembrano aver dimenticato che l’istituto previdenziale non è una loro azienda privata e che ci sono milioni di cittadini direttamente coinvolti che andrebbero chiamati in causa.

Mai come in questo momento affermare che l’INPS è dei lavoratori e dei pensionati, che la pensione non si tocca, è importante anche quando metterla in discussione significherebbe trasformare un diritto in intervento assistenziale. Non si può confondere un diritto cioè la pensione in un intervento assistenziale e cioè in una scelta che governi faranno poi dipendere dalle loro politiche economiche e finanziarie, e cioè al loro piacimento.

Silvano Miniati
Network sinistra riformista

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