lunedì, 29 agosto 2016
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Opinioni e commenti
 

Tar e scuola: un rito, no
alle benedizioni pasquali
Pubblicato il 26-02-2016


Preti scuolaAll’inizio di febbraio il tribunale amministrativo regionale (TAR) dell’Emilia Romagna, ha accolto il ricorso presentato da alcuni insegnanti e genitori e dal comitato ‘scuola e costituzione’ e annullato la delibera con cui un consiglio d’istituto di Bologna aveva autorizzato le benedizioni a scuola.
Era la vigilia di Pasqua 2015 e le benedizioni, nonostante il ricorso, furono comunque impartite. Ora questo non dovrebbe ripetersi perché la decisione del TAR è arrivata ben prima delle scadenze liturgiche del 2016.

Ad aprire le ‘ostilità’ con i parroci dei plessi dell’istituto comprensivo 20 (Carducci, Rolandino e Fortuzzi), scuole elementari e medie, una nutrita schiera di genitori e alla fine il consiglio d’istituto, presieduto da Giovanni Prodi, nipote dell’ex presidente del Consiglio, decise comunque di autorizzare le benedizioni (con due voti contrari), ma di farlo in orario extrascolastico e con i bambini accompagnati dai familiari.

I giudici (estensore Italo Caso, presidente Giuseppe Di Nunzio) nella sentenza premettono che il principio costituzionale della laicità o non confessionalità dello Stato “non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa, ma comporta piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose. Ciò fa sì che anche la tutela della libertà religiosa non si risolve nell’esclusione totale dalle istituzioni scolastiche di tutto ciò che riguarda il credo confessionale della popolazione, purché l’attività formativa degli studenti si giovi della conoscenza di simili fenomeni se ed in quanto fatti culturali portatori di valori non in contrasto con i principi fondanti del nostro ordinamento e non incoerenti con le comuni regole del vivere civile”. La scuola non può però “essere coinvolta nella celebrazione di riti religiosi che sono essi sì attinenti unicamente alla sfera individuale di ciascuno – secondo scelte private di natura incomprimibile – e si rivelano quindi estranei ad un ambito pubblico che deve di per sé evitare discriminazioni”.
Insomma in parole povere, un conto la fede religiosa di ciascuno, un altro un rito religioso che non può essere impartito a forza a tutti, credenti, non credenti e diversamente credenti.

Monica Fontanelli

Monica Fontanelli

Una lezione di laicità – piuttosto rara come si è visto anche in questi giorni in occasione del (mancato) dibattito sulla legge sulle unioni civili – che ha soddisfatto gli autori del ricorso. “Si è affermato – ha detto l’insegnante Monica Fontanelli – un principio importantissimo, non solo per la scuola di Bologna, ma per la scuola italiana. L’indicazione è estremamente chiara: la scuola è laica. A scuola si insegna a vivere insieme, si fa cultura. Le pratiche religiose restano fuori. È stato affermato un principio della Costituzione”.

“Ancora una volta – protesta invece la deputata di Forza Italia Annagrazia Calabria – una decisione incomprensibile che va contro il buon senso e, soprattutto, contro i nostri valori, la cultura che ci caratterizza, la nostra identità. Perché la benedizione pasquale, esattamente come il festeggiamento del Natale, richiama valori positivi quali la rinascita, la speranza, l’amore. Perché i nostri bambini non possono festeggiare la Pasqua, anche con la benedizione del luogo in cui passano buona parte delle loro giornate, cioè la scuola? In che modo questo può offendere o infastidire chi non crede o professa altre religioni? È inspiegabile”.

“Non finisce qua. Penso – gli fa eco Daniela Turci, preside dell’istituto comprensivo 20 e anche consigliera comunale Pd – che vi siano gli estremi per il ricorso. Abbiamo agito seguendo il dettato legislativo del Consigli di Stato che evidentemente è superato da questa sentenza. Non giudico. Attendo di capire quali passi possano essere intrapresi. Mi confronterò con l’avvocatura di Stato e con gli uffici dell’Ufficio scolastico regionale”.

Crecifisso scuolaDurissimo contro il TAR il commento della curia secondo cui, evidentemente, l’Italia è un Paese a sovranità limitata. Don Raffaele Buono, direttore dell’ufficio diocesano di Bologna per l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole ha scritto su ‘Bologna Sette’ che “in uno Stato di diritto è certamente legittimo impugnare una decisione che si ritiene ingiusta; è però segno di autentico amore per la democrazia rispettare l’autonomia di una scuola, in particolare quando il suo supremo organo di rappresentanza si esprime con una maggioranza schiacciante”. Ovviamente aggiungiamo noi se si tratta della fede cattolica, perché per tutte le altre religioni e filosofie la scuola resta un territorio rigorosamente vietato. “La pronuncia – aggiunge l’arcidiocesi di Bologna, guidata da monsignor Matteo Zuppi – desta stupore e amarezza. Il merito non appare condivisibile. Infatti, quel gesto di pace che è la benedizione pasquale non è stato allora imposto a nessuno, ma fu conseguente a una adesione libera e volontaria e avvenne (dopo la protesta dei genitori, ndr) in orario extrascolastico, nel pieno rispetto della normativa vigente. Escludere la dimensione religiosa dalla scuola e pensare di ridurla ad una sfera meramente individuale – secondo l’arcidiocesi – non contribuisce alla affermazione di una laicità correttamente intesa”.

Oggi il presidente del TAR, Giuseppe Di Nunzio, ha avuto un colloquio con l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, per ‘spiegare’ la sentenza e, chissà, forse per scusarsi. All’arcivescovo ha dovuto spiegare che c’è una differenza tra rito religioso e tradizione cristiana: “Ho avuto occasione di avere un simpatico colloquio – ha detto a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario – con l’arcivescovo di Bologna. Il colloquio era determinato da ben altre ragioni istituzionali, e così abbiamo discusso un po’ di teologia: la differenza tra tradizione cristiana e rito cristiano”.
NYT Per il presidente “il cuore della sentenza è nel senso che la benedizione pasquale è un rito religioso, non è solo una tradizione religiosa, come può essere il crocifisso o il presepe”. E a dire la verità in molti ritengono che anche il crecifisso non dovrebbe trovare posto nelle aule di una scuola pubblica così come non vi possono oggi essere altri simboli di altre religioni e credenze. Chiaro no? Chissà, di certo la vicenda agli occhi degli stranieri, fatta eccezione per la tante teocrazie che opprimono tanti Paesi nel mondo, è apparsa davvero curiosa, tanto da arrivare sulla prima pagina del New York Times.
C. Co.

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