venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tre casi da manuale
Pubblicato il 02-02-2016


C’è un fantasma che si aggira per l’Europa. O, più esattamente, il ritorno di una malattia che ritenevamo scomparsa da secoli. Parlo dell’isteria collettiva: della possibilità potenziale di trasformare un fatto o un evento o magari anche un non evento in simbolo di qualcosa di assai più grave, minaccioso e possibilmente catastrofico. Non siamo ancora al ritorno delle grandi paure: quelle simboleggiate dai cavalieri dell’apocalisse. Anche perché è difficile avere paura di ciò che non si conosce: che sia la guerra o la fame o le grandi malattie (fenomeni, per inciso, che gli Stati Uniti non hanno vissuto praticamente mai, con l’eccezione della guerra di secessione…). Siamo piuttosto alle paure al quotidiano: alimentate dalla convinzione di trovarsi di fronte ad una spirale discendente fatta di elementi negativi potenzialmente fuori controllo e dalla incapacità dei governi, diciamo delle istituzioni, di farvi fronte. Un processo che, a ben vedere, ha la sfiducia, nel prossimo e soprattutto, nelle istituzioni collettive, come motore e variabile indipendente.

Un fenomeno blando, tanto da non essere percepito come pericoloso, ma potenzialmente distruttivo. E un fenomeno che, proprio in virtù della sua carica antistatale e anti istituzionale è particolarmente diffuso nel nostro paese. Intendiamoci, la sfiducia nelle istituzioni, con il relativo rapporto perverso tra stato e cittadino, è un dato da sempre distintivo della nostra identità nazionale. Se ne parliamo qui al quotidiano è perché negli ultimi tempi, il fenomeno è diventato politicamente rilevante.

Rilevante perché sono venuti meno gli anticorpi che lo controllavano. E perché si è accresciuto l’interesse a fomentarlo. Da una parte, anche ma non solo in conseguenza della crisi economica, non c’è più lo stato a garantire il “diritto al pane e al lavoro”. Mentre mancano altri punti di riferimento collettivi cui fare riferimento: con la rivoluzione di Tangentopoli erano stati addirittura criminalizzati i partiti; ma per esaltare il ruolo salvifico della società civile. Scomparso quel vero e proprio ectoplasma, non è rimasto più nulla. Per altro verso, emerge sempre più chiaramente che alimentare la sfiducia diciamo così preventiva nelle istituzioni fa bene alla salute dei suoi “promoter”: che siano i media desiderosi di accrescere la loro “audience” o politici desiderosi di criminalizzare la concorrenza.

Il loro ruolo è, per inciso, assolutamente decisivo. Perché sono loro che, a partire da premesse mai chiaramente esplicitate, trasformano un non evento in un caso nazionale o comunque, interpretano eventi reali nella chiave più negativa tra quelle disponibili.

In questo senso le vicende di Genova (lo scontro tra manifestanti e polizia evitato in extremis dalla poliziotta democratica) e di Roma (le statue imballate in occasione della visita del presidente iraniano) sono particolarmente illuminanti; a completare un quadro già delineato dalla già ricordata vicenda di Quarto.

All’inizio e alla fine dell’evento,l’assenza dello stato: leggi degli organi preposti alla gestione e alla corretta interpretazione dell’evento stesso. Così, nell’ordine, nessuno si è degnato di spiegare al popolo bue: quali fossero le “regole d’ingaggio” delle forze dell’ordine in occasione della manifestazione di Genova; se l’iniziativa dell’impacchettamento fosse stata in qualche modo predisposta da qualcuno e su sollecitazione di chi; e, infine, perché mai gli organismi dell’antimafia fossero stati coinvolti “ex post”, e in modo così frenetico, in assenza di una qualsiasi “notitia criminis”.

E, allora, in assenza di una corretta interpretazione dei fatti, subentrano le leggende nere e i loro interessati cultori. A Genova solo il soprassalto di coscienza democratico ha evitato un disastro magari, perché no, scontato se non predisposto dalle forze dell’ordine se non dagli stessi manifestanti. A Roma la copertura delle statue è stata subita da uno stato imbelle di fronte alla tracotanza di autorità islamiche sanguinarie e intolleranti a testimoniare della incapacità dell’occidente di difendere i suoi valori. A Quarto la reazione sproporzionata dei dirigenti del M5S di fronte ad un non evento dimostra che l’evento c’è stato; e che comunque i grillini sono anch’essi, come tutti gli altri partiti, collusi con la criminalità organizzata.

Il morbo avanza. Anche perché, nell’ambiente, ci sono molti aspiranti untori; mentre il personale sanitario brilla per la sua assenza.

Alberto Benzoni

 

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Commenti all'articolo
  1. Alle spalle della situazione in cui versa attualmente il nostro Paese c’è sicuramente una pluralità di fattori, sulla cui origine ciascuno di noi può avere la propria opinione, ma sta di fatto che oggi – mi sembra abbastanza difficile poterlo negare – vi è una diffusa e crescente sfiducia verso il futuro e verso la capacità delle istituzioni di riuscire a governarlo.

    C’è poi la sensazione che anche le istituzioni siano viste “come motore e variabile indipendente”, nel senso che il cittadino comune si sente in balia di tanti “poteri” sui quali non riesce in alcun modo ad incidere, il che è comprensibile motivo di non poca preoccupazione.

    Io non credo che si tratti di “isteria collettiva” ma le “ paure al quotidiano”, come dice l’Autore, possono effettivamente farsi strada, e la classe media è probabilmente quella che si vede nelle vesti della categoria più bersagliata, e anche se non rappresenta di per sé stessa una entità uniforme sta forse cercando di ritrovare valori comuni, come forma di autotutela, e di individuare il soggetto politico che se ne può fare portavoce nella maniera quanto più efficace.

    Il ceto medio non è sicuramente esente da difetti, ma ha svolto un ruolo importante, per non dire determinante, nella storia e nello sviluppo del Belpaese, e può ancora dare tanto, e a me pare che una forza liberal socialista dovrebbe farsi convinta e decisa interprete del legittimo disagio che tale corpo sociale sta oggi esprimendo, e anche dei suoi non infondati “timori” verso ciò che possono riservarci gli anni a venire.

    Paolo B. 08.02.2016

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