sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Trentino-A. Adige, regione da non buttare
Pubblicato il 18-02-2016


Alla fine resterà soltanto l’orchestra Haydn. L’istituzione musicale sembra essere destinata a diventare l’unica e ultima iniziativa di una Regione, il Trentino – Alto Adige/Sudtirol, ormai svuotata di qualsiasi funzione, di qualche rilievo.

Montagna fioriIl Consiglio regionale sembra essere il vascello fantasma della leggenda nordica, resa celebre dall’opera wagneriana “L’olandese volante”. Il racconto si attaglia perfettamente alla nostra situazione: il vascello fantasma, il cui equipaggio è composto anch’esso di presenze evanescenti, appare e scompare tra i flutti; qualche volta ha contatti con la terraferma, cioè con la realtà; alcuni però dicono che non esista, altri che invece sia in procinto di nuove scoperte, di nuovi viaggi capaci di rinverdire antiche glorie.
Così sembra essere la Regione fantasma: esiste o non esiste? Che cosa fa? Qual è il suo ruolo? E gli ammiragli che si sono susseguiti pensano di restaurare o di smantellare una volta per tutte il logoro vascello? Certo è che la rotta Bolzano, Trento, Roma sembra non avere mappe certe né punti di riferimento adeguati per un viaggio tranquillo. Sembra che la bussola e il cannocchiale siano stati da tempo gettati in mare. Si naviga a vista, tra le nebbie e le scogliere. La rotta viene così modificata, invertita, deviata senza un disegno preciso. Il rischio di incappare nella tempesta definitiva è sempre più alto, sopratutto in questo momento di forte e crescente sentimento, nel Parlamento e nel Paese, contrario alle autonomie speciali.
Fuori di metafora, la situazione della Regione è davvero preoccupante. In queste prime settimane dell’anno sono stati varati due organismi consultivi che dovrebbero aiutare nel lungo cammino verso il cosiddetto Terzo statuto. Alto Adige e Trentino sono andati ciascuno per proprio conto: a Bolzano è nata una Convenzione, a Trento una Consulta. Queste iniziative, per altro utili e nobili almeno nelle intenzioni, rischiano però di essere ancora una volta orpelli retorici completamente ininfluenti a livello concreto. In contemporanea infatti i “nostri” parlamentari depositavano un disegno di legge costituzionale che, se ho ben compreso, svuota di fatto, ulteriormente, la Regione privandola di una delle sue residue competenze, quella sugli enti locali.
A mio avviso giustamente il presidente del Consiglio provinciale di Trento, Bruno Dorigatti, ha chiesto chiarimenti con un tono  eccezionalmente deciso ed energico. Le repliche piccate di Ugo Rossi (che è anche Presidente della Regione) superano una normale dialettica istituzionale. Tutto sembra visto con fastidio. Così però aumenta la confusione.
Come socialisti non possiamo che auspicare che questa tensione tra le massime autorità della Provincia trovi uno sbocco positivo e che prevalga finalmente la volontà di ricercare una unità pragmatica, antidoto alle “pulsioni suicidogene” che si manifestano sempre più spesso e ad ogni livello nel centro sinistra autonomista trentino.
Perché la posta in gioco è troppo alta. Non si tratta più di equilibrismi o della malcelata intenzione della SVP di andare verso la certificazione di morte della Regione. Come avvenuto negli ultimi decenni la SVP ammicca i trentini con belle parole, lusinghe e promesse, salvo poi alla prova dei fatti perseguire la stessa strategia: in sede romana ridurre di anno in anno le competenze, mettendo in campo i suoi voti, sempre utili e a volte necessari al Governo.
Così potrebbe continuare fino allo svuotamento completo della Regione. E il Terzo statuto certificherebbe la nascita di due enti separati, con gravissime conseguenze per l’autonomia trentina. Forse a questo non si arriverà mai e rimarrà una cornice istituzionale unitaria sempre più invisibile. Oppure no. Non è detto che tutto rimanga come adesso.
Quello che preoccupa di più risiede però, a mio avviso, nella scarsa consapevolezza politica di questa fase. Ora la SVP è molto inquieta per l’intenzione austriaca di ripristinare il confine del Brennero a causa della crisi dei migranti. Sarebbe un fatto di eccezionale gravità. Che però evidenzierebbe una realtà da cui non si può prescindere: il fatto cioè che l’Alto Adige/Sudtirol è Italia e non Austria. Pensavamo che il confine fosse ormai abbattuto per sempre. Sognavamo la nascita di Regioni europee transfrontaliere. Nell’ambito di un’Europa sempre più unita, gli Stati nazionali avrebbero contato sempre di meno, mentre sarebbero sorte in tutto il continente Regioni autonome guidate da un governo centrale europeo. La storia sembra invece andare in un’altra direzione. Ritornano i confini, le nazionalità, la chiusura dentro se stessi. In questo quadro la Regione Trentino – Alto Adige/Sudtirol dovrebbe essere invece rilanciata, come espressione collettiva e voce di questo territorio, come unione di minoranze, come prova di una convivenza possibile non solo tra i gruppi etnici storici, ma anche con i nuovi arrivati che fuggono da guerre e violenza. Questo è l’orizzonte a cui dobbiamo tendere.
Alessandro Pietracci
Segretario Provinciale del PSI

Dal Giornale Trentino, 17 febbraio 2016, p.1

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