mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Tutto può succedere, caos travolgente dei Ferraro
Pubblicato il 29-02-2016


Tutto-può-succedere-la-famiglia-ferraro“Tutto può succedere”, per la regia di Lucio Pellegrini, è una fiction che funziona, che piace, riuscita sebbene non si sappia individuare bene per quale ragione, o meglio nonostante non vi sia un motivo univoco per cui si possa dire ben strutturata, ma sia una poliedricità di fattori a farne una serie di successo. Un sequel non stupirebbe, intanto ci sono da godere ancora alcune puntate per scoprire un finale che si preannuncia tutto a sorpresa, poiché i retroscena che offre sono molteplici di episodio in episodio. Segue il filone americano, sull’impostazione della famiglia allargata all’italiana tipica della fiction nostrana “Una grande famiglia” appunto.
Tuttavia c’è un tono meno giallo-poliziesco, drammatico, ma più realistico e sociale in “Tutto può succedere”. E l’ambito sociale sembra davvero il suo punto di forza. Molte le tematiche che vengono affrontate, mentre si tenta di seguire le vicende articolate e complicate dei singoli personaggi della famiglia Ferraro. Non c’è, però, un protagonista assoluto, anzi ogni individuo pare perfettamente incatenato alla vita degli altri, in un unicum che distoglie l’attenzione dagli egoismi personali per concentrarsi sul bene della famiglia, nel cui interesse si lavora tutti, sempre pronti a correre in soccorso di chi è in difficoltà. E tutto funziona proprio quando si è insieme, oppure proprio perché l’unità indiscutibile della famiglia dà ordine nel caos dell’esistenza dei suoi membri, che in essa si ritrovano e si riconoscono, mentre altrimenti sarebbero persi nel vagare incerto della vita in cerca di una dimensione; ma tutti sanno che la loro dipende dalla famiglia ed è in essa, è lì il suo senso.
Non c’è un protagonista, come non c’è un solo tema affrontato. Tutto sembra incentrato sull’imprevedibilità della vita, che può sempre sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo, che affascina e colpisce col suo divenire sullo stampo del “panta rei” di Eraclito, che fa eco al “carpe diem” di Orazio. Si invita a vivere ogni momento fino in fondo, a commettere anche qualche pazzia che fa sentire vivi appunto, a cogliere l’attimo per godere di ogni emozione, a inseguire i propri sogni, pur rimanendo ancorati alle proprie radici, trovando la propria strada senza dimenticare chi si è, da dove si viene.
Nel frattempo si fa un quadro sociale molto interessante. Diverse generazioni a confronto, giovani e adulti, adolescenti alle prese con crisi d’identità, problemi di cuore, ma anche economici, disagi sociali e disturbi mentali, una casa famiglia speculare a quella dei Ferraro; crisi economica, precariato, disoccupazione da una parte e crisi di coppia dei coniugi Ferraro dall’altra; separazioni e ricongiungimenti, matrimoni e convivenze, ma anche il tema del divorzio affrontato. Amicizie, amori, legami di sangue, tra tradizione e modernità. Cambiamento dei tempi che vorrebbe modificare appunto le relazioni sociali, ma che in realtà può intensificarle laddove si lasci spazio ai sentimenti veri. Nonostante le nuove tecnologie abbiamo portato a comunicare in modo diverso, portando un procedere degli eventi inaspettato e complicato. Ci si trova nelle situazioni senza saperne la ragione, senza neppure rendersene conto. Non si sa neppure come fare per uscirne, ma si sa che la soluzione del problema è in un solo posto: la famiglia, che ci seguirà ovunque noi andiamo.
La famiglia, tuttavia, non è il solo argomento trattato, per quanto centrale. Non si manca di parlare di genitorialità, paternità e maternità ai tempi moderni. Madri, padri, genitori e figli, nonni e nipoti, messi gli uni di fronte agli altri per consigliarsi e supportarsi a vicenda. Adolescenti alle prese con i primi amori e a scoprire la loro sessualità (ma si parla anche di omosessualità), ma anche adulti impegnati a ritrovare ciò che tiene in piedi un rapporto di coppia longevo e duraturo. In tutto questo panorama di legami sentimentali, non poteva mancare la multiculturalità di una coppia mista formata da Feven Neghisi (Esther Elisha) e Carlo Ferraro (Alessandro Tiberi), genitori del piccolo Robel (Sean Ghedion Nolasco). La coppia sembra davvero funzionare bene. Una famiglia mista perfetta nelle sue imperfezioni. Di sbagli, errori, incomprensioni ne sono commessi molti, ma proprio questi uniscono di più. Ci si vuole bene e si viene apprezzati proprio per questo, per quello che si è, nonostante tutti i limiti umani che si abbiano.
Dunque un modo per parlare anche di italianità, pur partendo da un esempio americano. La serie, infatti, è un adattamento nostrano di quella statunitense intitolata ‘Parenthood’, creata da Jason Katims (andata in onda sulla NBC per sei stagioni e ispirata al film ‘Parenti, amici e tanti guai’ di Ron Howard). Un cast ricco fa il resto, in cui però una recitazione eccezionale rende più l’idea di persone vere che di personaggi. Nessuno spicca più degli altri, tutti sullo stesso piano e hanno ragione di essere proprio in funzione del resto degli attori e protagonisti: un caos travolgente li (s)travolge.
Tra questi ultimi vi sono: Pietro Sermonti (che interpreta il primogenito Alessandro Ferraro); Maya Sansa (è Sara Ferraro, secondogenita); Ana Caterina Morariu (la terzogenita, Giulia Ferraro); Alessandro Tiberi (Carlo Ferrero, il più piccolo dei fratelli); Camilla Filippi (veste i panni di Cristina, la moglie di Alessandro), Licia Maglietta (è Emma Ferraro) e Giorgio Colangeli (è Ettore Ferraro). Due coniugi, con i loro quattro figli, due fratelli e due sorelle, ognuno a sua volta con la sua famiglia. Alessandro e Cristina, infatti, hanno due figli: Federica (Benedetta Porcaroli) e Max (Roberto Nocchi), affetto dalla sindrome di Asperger. Sara ne ha altri due: Ambra (Matilda De Angelis) e Denis (Tobia De Angelis). Giulia è sposata con Luca (Fabio Ghidoni) e hanno una bambina: Matilde (Giulia De Felici).
Sicuramente un’altra cosa che funziona di questa fiction (oltre l’intreccio, la naturalità, la spontaneità che sa di quotidianità dei personaggi e degli eventi, di queste storie di vita vera di cui è composta) è la musica. La colonna sonora, infatti, vede la sigla iniziale costituita dal brano omonimo ‘Tutto può succedere’ scritto da Giuliano Sangiorgi e dal compositore Paolo Buonvino ed eseguita dai Negramaro. Inoltre c’è anche la canzone ‘Pinzipo’, intepretata da Raphael Gualazzi. Forse è proprio la sensazione che tutto possa accadere da un momento all’altro e che venga a cambiare la nostra vita per sempre a fornire quella sensazione di sospensione, di attesa e di propensione al nuovo al tempo stesso, di un futuro incerto e imponderabile che affascina e che spaventa contemporaneamente, ad esserne non solo il leitmotiv ma anche il punto di forza. Titolo mai fu più adatto: la vita è fatta di alti e bassi, di gioie e dolori, di sorprese positive e negative, ma se si è pronti a ricominciare insieme, allora si avrà la forza di continuare pronti a veder cosa ci riserverà ancora e ancora, in un avvicendarsi di fatti la cui alternanza è destinata a ripetersi all’infinito, immutabile eppure sempre così diversa.
Come un album di famiglia che si sfoglia, in cui i cambiamenti apportati dal tempo sono evidenti, ma limpido è il ricordo dei momenti fotografati, fermati in quel fotogramma che racchiude in sé l’intensità di sensazioni profonde e forti. Certo regala sorrisi e anche qualche lacrima, di commozione o di tristezza, amarezza e nostalgia, ma anche quello fa parte di noi, perché vedendo quelle immagini non possiamo che pensare: siamo noi, quelli lì, quelli di sempre; esseri umani con la loro vita normale vissuta, fatta di un’umanità così universale eppure così individuale. Per questo una delle scene più belle è quando ci si mette a sfogliare davvero quell’album fotografico. Un momento commovente come quello quando Sara ed Ambra cantano insieme “Luce (tramonti a nord-est)” di Elisa; perché questo è il senso della fiction: ‘siamo nella stessa lacrima’, cioè ci si riscopre così simili, che ci si sente tutti uguali e vicini, stretti dall’universo di emozioni che proviamo, che batte dentro di noi: quello di chi sente col cuore; quasi un unico cuore, una sola l’anima potremmo azzardare: l’animo della famiglia. La simpatia di un tono (auto)ironico, la schiettezza e la spontaneità, la genuinità e la naturalezza con cui si interpreta il tutto favoriscono l’immedesimazione e rendono più piacevole questa fiction in 13 episodi che sa di sincerità. Non mente al lettore nel raccontarsi questa famiglia, perché non si può farlo con chi ci vuole bene.

Ba.Co.

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