lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

ULTIMATUM LIBIA
Pubblicato il 02-02-2016


ISIS in LibiaDaesh è nel mirino e un’azione militare congiunta in Libia è ormai alle porte. I tempi sono brevissimi perché o entro martedì il nuovo governo di coalizione nazionale libico otterrà il sostegno parlamentare a Tobruk come a Tripoli, e sarà controparte attiva per salvare il Paese dal finire nell’autoproclamato califfato di al-Baghdadi, oppure la coalizione anti-Isis si muoverà comunque.

Nessuno nega più che vi sarà l’intervento militare. Quello che ancora manca di sapere è il come e il quando. Dopo The Times e il New York Times oggi è stato a Le Figaro a illustrare i piani di un intervento armato.

Insomma un ultimatum che non riguarda solo la Libia, ma anche l’Italia, il Paese che ha più interesse di tutti a premettere un accordo politico all’azione militare. Il timore è infatti quello di finire ai margini di un intervento armato in un Paese che dista solo un braccio di mare dalle nostre coste e che potrebbe generare un caos di cui saremmo i primi a pagare le conseguenze.

Insomma l’ultimatum vale anche per noi che, come commentano alcuni, ‘facciamo parte della Nato, ma quando si è trattato di bombardare il nostro alleato Gheddafi non ci ha fatto neppure una telefonata…’. Sì perché è fresco il ricordo dell’alzata di ingegno prelettorale di Sarkozy, spalleggiato da Cameron, che nel 2011 mosse guerra al regime libico senza aver previsto (forse?) un dopo-Gheddafi mettendo l’allora governo Berlusconi in un angolo, in un prendere-o-lasciare, le cui drammatiche conseguenze sono oggi sotto gli occhi di tutti.

“Cercheremo di schiacciare Daesh da ogni angolo e togliergli rifornimenti” ha detto il segretario di Stato Usa John Kerry dopo la riunione ristretta della Coalizione anti-Isis che ha aggiornato questa mattina i suoi lavori a Roma. “Questa guerra è di lungo periodo – ha detto ancora Kerry – più lungo rispetto a conflitti più tradizionali”. “L’Italia è tra i Paesi più attivi nella lotta all’Isis”, ha detto nella conferenza stampa finale, e sta avendo un “ruolo cruciale”. Ha citato in particolare “l’expertise dei carabinieri che ha dato un grande contributo nell’addestrare le forze di polizia irachene” come esempio dell’impegno italiano. “Pur essendo simile a quella “contro al Qaeda” questo conflitto “è un impegno più lungo e duraturo” ma è fondamentale se “vogliamo soffocare Daesh e mettere a nudo le loro bugie”.

Quanto alla crisi siriana, questa “peggiora giorno dopo giorno. 13,5 milioni di siriani hanno bisogno di assistenza umanitaria e 6 di essi sono bambini”. “Assad – ha aggiunto Kerry – adotti misure immediate per mettere fine all’assedio delle città dove i siriani muoiono di fame”. Sul terrorismo Kerry ha spiegato che “Assad resta un magnete per i terroristi”. “Affinché i negoziati a Ginevra procedono, pretendiamo che ci sia un cessate il fuoco e un pieno accesso umanitario, lo dice una risoluzione dell’Onu votata anche dalla Russia”.
“L’Isis non può essere sconfitto senza una soluzione politica al conflitto siriano” – ha commentato a sua volta l’Alto Rappresentante Ue, Federica Mogherini e per questo è “necessario aumentare l’accesso umanitario”, “focalizzarci sulle aree liberate” e sulla “lotta al terrorismo nella regione e in Europa”, “senza dimenticarci della Libia”.

Tagliare le teste dell’idra non sarà né facile né breve insomma e il nostro ministro degli esteri Paolo Gentiloni ha aggiunto che nella lotta sono stati fatti “importanti progressi ma di fronte abbiamo un’organizzazione molto resistente e quindi non dobbiamo sottovalutarla”.
Gentiloni come co-presidente con Kerry dello Small Group della coalizione anti-Isis, ha ricordato che lo Stato islamico ha perso terreno nel 40% dell’Iraq e nel 20% della Siria ma allo stesso tempo minaccia la Libia e l’Africa sub-sahariana, quindi la coalizione deve impegnarsi per un maggiore coordinamento negli sforzi militari, economici e diplomatici.

Obiettivo della terza riunione ristretta della coalizione anti-Isis nel formato ‘Small Group’ – le precedenti si sono tenute a Londra e Parigi – che comprende 23 ministri degli Esteri, è fare un bilancio del 2015 e delle operazioni in corso per fronteggiare la minaccia dello Stato islamico.

IL CAOS LIBICO
Attorno al tavolo alla Farnesina anche il presidente della Camera dei rappresentanti (HoR) di Tobruk, Aqila Saleh che, a quanto riferiscono fonti libiche, ha ricevuto il sostegno di Kerry e Gentiloni per l’avallo parlamentare al governo di unità nazionale. Solo pochi giorni fa il governo era stato ‘bocciato’ dai parlamentari a Tobruk – dove risiede il governo riconosciuto dalla comunità internazionale – come a Tripoli a conferma dell’estrema frammentazione politica di un Paese con due capitali e una quantità di capi locali più o meno forti, ma tutti desiderosi di non uscire a mani vuote dalla formazione del nuovo esecutivo. L’assemblea di Tobruk il 25 gennaio scorso aveva respinto l’esecutivo di 32 ministri presentato dal Consiglio presidenziale, concedendo 10 giorni di tempo per formare un governo più snello.

“Lunedì o martedì – ha detto Gentiloni – sarà presentato il nuovo governo libico di unità nazionale, che dovrà ottenere la fiducia del Parlamento. Il rischio è che Daesh moltiplichi la sua attività d’azione in Libia. Ma è confortante per l’Italia sapere che c’è convergenza tra di noi sulla necessità di puntare sul percorso negoziale che si è aperto”.

Fonte AdnKronos

Fonte AdnKronos

L’ULTIMATUM
Secondo quanto riferisce il dipartimento di Stato, i ministri hanno deciso di sollecitare il Consiglio presidenziale libico perché sottoponga al voto del parlamento di Tobruk, lunedì prossimo 8 febbraio, un nuovo governo di unità nazionale.

“L’ultima cosa al mondo da desiderare – aveva detto a inizio giornata Kerry – è un falso Califfato con l’accesso a miliardi di dollari di rendite petrolifere”. “Siamo sul punto di avere un governo di unità nazionale e questo impedirà a Daesh” di proliferare nel Paese. Per il segretario di Stato americano è quindi essenziale concentrarsi sull’addestramento delle forze di sicurezza libiche e puntare sull’azione militare “non solo per ripulire il territorio ma per creare un ambiente sicuro per consentire a un governo di insediarsi e operare”.
E per l’Italia la nascita di un governo riconosciuto che chieda l’aiuto della coalizione è la premessa indispensabile per allontanare il rischio che l’Isis dipinga l’intervento militare come una riedizione del colonialismo e su queste basi costruisca una nuova forma di resistenza armata nazionale. Una bugia che renderebbe ancora più difficile la pacificazione del paese e della regione.

L’HUB DEL TERRORE
Frattanto nessuno nasconde che il vero pericolo che si sta correndo nel Mediterraneo è che il sedicente Stato islamico trasformi la Libia nel centro nevralgico del terrorismo, un rischio rafforzato dall’afflusso di foreign fighters come effetto dei risultati dei raid aerei sui jihadisti in Siria.

Alla Farnesina c’era anche oggi l’inviato speciale di Washington in Siria, Brett McGurk, Federica Mogherini (Lady Pesc) e i rappresentanti di Arabia Saudita, Australia, Bahrein, Belgio, Canada, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giordania, Iraq, Kuwait, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Qatar, Regno Unito, Spagna, Svezia e Turchia.

Dalla riunione è arrivato anche un “pieno sostegno” al governo iracheno, presieduto da Haydar al-’Abadi, e ai negoziati in corso in questo momento a Ginevra. A questo proposito il segretario di Stato Usa ha ricordato che serve “un ulteriore sostegno finanziario”. Bisogna “collaborare con il governo iracheno per assicurare che le aree liberate restino libere, che l’elettricità torni a funzionare, che ci sia l’acqua e si torni alla normalità”.

A margine delle due grandi questioni sul tavolo, di Libia e Siria, ieri sera Kerry ha avuto un colloquio con il ministro egiziano degli Esteri, Sameh Shoukry, nel corso del quale si è parklato anche dello Yemen e della questione palestinese.

LA GUERRA È UN AFFARE
Da segnalare le parole del ministro degli Esteri francese Laurent Fabius a margine della riunione, secondo cui l’Italia “ha un legame particolare con la Libia, ha preso una sorta di leadership, come è giusto che sia”, nella gestione della crisi, e “la Francia è al suo fianco nel sostegno al processo politico”. “Credo che gli italiani si sentano molto impegnati, andiamo nella stessa direzione”, ha aggiunto Fabius, precisando che è “assolutamente inesatto” parlare di intervento militare francese e ribadendo la necessità di avere nel Paese al più presto un governo di unità nazionale. “Non è assolutamente previsto un nostro intervento militare in Libia”, ha dichiarato il ministro francese, aggiungendo che ci sono “pressioni, ma che questa non è la posizione del governo”.

Export armi alla Siria

Dati realtivi al 2013, fonte UE

A questo proposito c’è da notare, come ricorda il sito ‘truenumbers.tv’, che la Francia è alla testa, se non proprio alla guida operativa, di una vasta coalizione internazionale che combatte l’Isis in Siria. Ma è anche il Paese europeo che nel 2013 ha ottenuto più permessi per esportare armi nel mondo, Siria compresa.

Il grafico dimostra che dopo le primavere arabe e all’alba della nascita dei gruppi fondamentalisti, la Francia ha esportato armi per un valore complessivo di oltre 9,5 miliardi e 6,7 miliardi sono stati incassati dalla vendita di armi a Paesi fuori dall’Unione europea. Anche la Germania partecipa alla coalizione anti-Isis (anche se non bombarda direttamente il territorio del sedicente Stato Islamico), ma è anche quella che nel 2013 ha venduto armi per un controvalore di 5,8 miliardi di euro 4,6 dei quali fuori dalla Ue. In questa classifica l’Italia è in sesta posizione: ha venduto armi per 2,1 miliardi di euro.

Insomma la guerra è pur sempre un buon affare.

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