martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Una alternativa per una gestione indipendente dei mass-media
Pubblicato il 12-02-2016


All’interno delle società democratiche, l’informazione riveste la natura di interesse pubblico; ciò rende impossibile considerate le imprese che producono informazione (tutti gli editori dei mass-media, inclusivi oggi dell’informazione prodotta e diffusa su supporto sia cartaceo, che informatico) alla stregua di una qualsiasi altra impresa produttrice di un “bene” d’interesse esclusivamente privato.

Quando prevalevano sistemi sociali caratterizzati da mercati sufficientemente competitivi, in assenza di disparità accentuate nelle distribuzione della ricchezza, poteva trovare giustificazione l’idea che l’informazione potesse essere considerata come bene privato e che, in regime di libertà di espressione e di opinione, il pubblico fosse libero di decidere quali giornali comprare e quali no; ciò perché la sua decisione, presa di giorno in giorno spontaneamente, senza che le pressioni di governi o di gruppi sociali, o anche senza i condizionamenti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie, potessero opporsi al “voto libero e segreto” dei “compratori al minuto” dei giornali. In questo caso appare evidente come l’interesse del pubblico a ricevere una “giusta e vera informazione” potesse essere tutelato attraverso la possibilità che gli veniva garantita dalla struttura complessiva del sistema sociale di preferire e scegliere i giornali a tiratura migliore.

L’evoluzione dell’organizzazione sociale e l’aumento della sua complessità hanno determinato una forte discontinuità nelle sopravvivenza del libero mercato, nel senso che questo, via via che l’aumento della ricchezza prodotta si è distribuito inegualmente tra i cittadini, è venuta meno la possibilità di continuare a produrre ed a distribuire l’informazione alla stessa stregua di una qualsiasi altra merce. L’avvento della società di massa nella prima metà del secolo scorso ha portato con sé anche l’avvento della “società dell’informazione”, all’interno della quale i mass-media si sono trasformati nel motore principale della dinamica sociale e del cambiamento economico; fatto questo che, al fine di tutelare la partecipazione dei destinatari dell’informazione al controllo della dinamica sociale ed economica attraverso l’esercizio del voto, ha imposto che l’informazione diventasse la base del dibattito pubblico, nel presupposto che la giusta e vera informazione sugli esiti di quella dinamica potesse essere il risultato di tale dibattito.
Per disciplinare in termini democratici il rapporto tra mass-media e società si è fatto ricorso a due approcci differenti: un approccio media-centrico ed uno socio-centrico. Col primo si è teso a riconoscere una forte autonomia e influenza al processo di produzione e di diffusione dell’informazione, concentrato sulla sfera di attività propria dei media; col secondo, i mass-media sono stati considerati un riflesso delle forze politiche ed economiche, al punto da risultare in generale un’applicazione del modo d’intendere la società. Entrambi gli approcci, però, non si hanno potuto rendere autonomo il processo di produzione e di diffusione dell’informazione, in quanto, se col primo è prevalsa un’informazione ad “uso e consumo” dei poteri forti, col secondo l’informazione è stata strumentalizzata a fini conservativi dalle forze politiche di turno al potere.

La mancanza di autonomia nel processo di produzione e di distribuzione dell’informazione ha determinato negli ultimi decenni una profonda crisi di sfiducia nei confronti dei giornali, dei giornalisti e dei proprietari delle attività editrici delle “testate”, in quanto la loro principale funzione si è progressivamente ridotta, da in lato, a servire alle forze politiche al potere come strumento di legittimazione delle loro scelte di governo, e dall’altro lato, a servire ai gruppi privati per conformare le scelte politiche alla soddisfazione dei loro prevalenti interessi.
Per superare la posizione di sudditanza dell’informazione nei confronti del potere politico e di quello economico, Julia Cagé, economista presso l’”Institut d’Études Politiques de Paris” (conosciuto col nome di Sciences Po), ha pubblicato di recente il libro “Salvare i media. Capitalismo, crowdfunding e democrazia”, nel quale presenta la proposta di un nuovo modello di governance e di finanziamento dei mass-media, al fine di evitare ai mezzi di informazione il pericolo di subire gli effetti della crisi di sfiducia da parte dei loro potenziali lettori; ciò, nella certezza dell’economista francese che, così come una vera democrazia non può sopravvivere in presenza di informazioni somministrate al pubblico da parte di un esiguo numero di soggetto dotati di potere politico o economico, ugualmente i mass-media garanti della qualità del dibattito democratico sui contenuti delle scelte pubbliche e di quelle economiche non possono essere sottomessi all’esclusiva influenza di chicchessia. Di qui la proposta “di pensare, al di là del pluralismo delle testate e delle reti televisive, il pluralismo della proprietà dei media: un azionariato plurimo, diversificato, in cui la maggioranza dei diritti di voto non sia nelle mani di una minoranza di individui”.

La proposta consiste nell’organizzare la gestione dei media secondo un “nuovo modello associativo”, che preveda la produzione e la distribuzione dell’informazione attraverso un’attività non profit, a metà strada tra “lo statuto delle fondazioni e quello delle società per azioni”, al fine di giustificare la conduzione dell’attività economica necessaria per mantenere in vita i media senza il perseguimento di fini di lucro. Si tratta di un modello finalizzato a mettere “in stato di sicurezza” il finanziamento delle attività produttrici dei media, impedendo qualsiasi forma di distrazione dei capitali investiti e contenendo il potere degli azionisti, con l’adozione di statuti vincolanti. Inoltre, il modello associativo configura un nuovo ruolo per le associazioni dei lettori e dei dipendenti, ma anche un quadro giuridico e fiscale favorevole allo sviluppo del finanziamento partecipativo (crowdfunding), che può consentire una semplificazione degli aiuti alla stampa.
Un modo di pensare la governance e il finanziamento dei media come quello proposto dalla Cagé garantirebbe la qualità dell’informazione, nonché la stabilità e la continuità degli investimenti necessari per la sua produzione; i media, in tal modo, cesserebbero d’essere terreno propizio alle forze politiche al potere, al fine di legittimarne le scelte, ma anche d’essere “terreno di rapina” per speculatori in cerca di “preda”. “Riducendo il potere decisionale dei maggiori azionisti – conclude la Cagé – e conferendo un effettivo contropotere ai lettori, agli ascoltatori, ai telespettatori, ai giornalisti”, il modello fondato sul finanziamento partecipativo rendere possibile “una riappropriazione democratica dell’informazione per chi la fa e per chi la consuma”: quindi, non manipolata da chi detiene un potere politico od economico, sufficiente per influenzare i voti e le decisioni del pubblico.

L’attuazione della proposta della Cagé consentirebbe di dare corpo all’idea di gestire l’attività produttiva dei media andando oltre il mercato, per realizzare un’offerta di un’informazione libera e indipendente, indispensabile al dibattito democratico. La proposta della Cagé consentirebbe anche di risolvere la “questione” del rapporto tra l’esercizio del potere decisionale correlato alla quota di capitale detenuto e la proprietà diffusa delle risorse finanziarie investite nel processo produttivo dei media, con la formulazione di statuti che prevedano un ruolo nuovo per le associazioni composte da lettori e dipendenti, e un quadro giuridico e fiscale favorevole allo sviluppo del crowdfunding.
A tal fine, la Cagé propone che nello statuto sia stabilito il mancato rispetto della “regola della proporzionalità ‘un’azione = uguale un voto’”; ciò comporterebbe la fissazione di una soglia massima di partecipazione, al di là della quale i diritti di voto cessino di crescere o crescano in proporzione minore rispetto all’apporto di capitale; di qui la necessità, per i lettori, di organizzarsi in associazioni, con lo scopo di entrare nel capitale delle “testate” con quote pari alla soglia massima stabilita per avere uguale diritto di voto.
Al di là della complessità dell’”ingegneria finanziaria” suggerita, la proposta dell’economista francese possiede la prerogative di riuscire a soddisfare tutti quei lettori che avvertono quanto siano false le “testate” o le “reti” cosiddette di opinione, quando è palese che la loro gestione, come avviene in Italia, non è garantita da presunti “editori puri” (cioè da imprenditori aventi come loro esclusivo interesse la produzione e la diffusione di un’informazione gradita ai consumatori), ma da editori che, al contrario, sono portatori di interessi plurimi, ben oltre quello di dare vita a una “testata”. L’accoglimento della proposta della Cagé varrebbe a porre un freno, nell’interesse della democrazia nel nostro Paese, alla caduta della stima che ormai da tempo grava sui mass-media nazionali.

Gianfranco Sabattini

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