domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Unioni Civili. Se non ora quando?
Pubblicato il 01-02-2016


Stupisce questo accanimento contro il matrimonio gay – che, gratta gratta, è ostilità preconcetta verso le coppie omosessuali – da parte dei seguaci di una religione che ha al proprio centro una Sacra Famiglia che di tradizionale ha ben poco. Stupisce ancor di più se leggiamo – e ascoltiamo davvero – le parole di Gesù: non ce n’è una, neppure una, che condanni l’omosessualità. L’intera sua predicazione, del resto, da’ scarsa importanza ai “peccati” nella sfera sessuale – peccati, questi, apparentemente veniali non già mortali, se posso permettermi una invasione nella teologia. Tutti ricordano l’episodio dell’adultera sul punto di essere lapidata, e le straordinarie parole di Gesù che fermano le mani (e le menti) esagitate dei moralisti-giustizieri: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Gesù è invece durissimo nei confronti dei ricchi (coloro che antepongono Mammona, ovvero il Dio-denaro o i beni materiali, a una vita spirituale) e degli ipocriti (coloro che professano a parole la loro fede e ne tradiscono lo spirito più autentico, che è la Caritas).

Ma devo correggermi: i paraocchi li indossa solo una parte dei seguaci del cristianesimo, i cattolici tradizionalisti/conservatori. Siamo abituati, in Italia, a identificare cattolicesimo e cristianesimo. Errore grossolano. Le chiese protestanti, la cui ragion d’essere è la difesa della libertà di coscienza (ovvero: diritto-dovere di ciascun credente di interpretare il Vangelo), accettano l’omosessualità e il sacerdozio femminile e tante altre cose ragionevoli. Da noi la Chiesa Evangelica Valdese si è pronunciata a favore delle unioni civili e della “stepchild adoption” per le coppie gay – meccanismo che consente l’adozione di un ‘figliastro’, ovvero del figlio biologico o adottivo del proprio partner/marito/moglie. Ragion per cui continuerò – io, laico e agnostico – a devolvere il mio 8 per 1000 a questa Chiesa coraggiosa: una goccia di libertà e spirito critico in un piatto mare conformista.

Martelliamo anche noi la nostra opinione sui social media, e fra i nostri amici: siamo noi laici i cultori della libertà, senza distinzioni. E infatti la rivendichiamo anche per le persone di fede, purché la loro libertà non implichi una menomazione della nostra. Ma i religiosi tradizionalisti, una volta al potere, cedono alle tentazioni autoritarie. È nel loro DNA. Diceva bene Salvemini: i fondamentalisti di tutte le religioni, coadiuvati dalle loro sponde politiche destrorse, “rivendicano le loro libertà in base ai nostri principi (quelli laici) e negano le nostre libertà in base ai loro principi (quelli religiosi)”. Noi laici non pensiamo che la nostra visione morale sia quella giusta e perfetta. Avendo letto e meditato Kant e gli illuministi francesi, dubitiamo di tutto, anche delle nostre convinzioni. Tranne di una: che a tutti sia consentita la libertà di scelta nella sfera più intima, quella degli affetti e delle scelte morali. Noi non sbandieriamo alcuna verità, termine che preferiamo declinato al plurale. Abbiamo però la temerità di dichiararci superiori in una cosa ai religiosi conservatori: se vinciamo noi, loro rimarranno liberissimi di vivere nelle loro immacolate famiglie; se vincono loro, noi perderemo la nostra libertà di formare famiglie diverse da quella mainstream. Che la volontà o il costume della maggioranza prevarichi su quello della minoranza confligge con l’ethos della democrazia liberale. È, questo, il nostro argomento politico e morale più forte, e incontrovertibile.

Una delle argomentazioni più trite e ritrite contro il matrimonio gay è stata espressa efficacemente dal Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana: il Parlamento ha altre priorità. La disoccupazione, per esempio. “La priorità vera è il reddito di inclusione, non le unioni civili.” Questa è una pseudo o non argomentazione, che tradisce la mancanza di argomenti intelligenti. Ma è molto subdola tant’è che ha fatto breccia anche in menti illuminate. È sbagliato staccare a colpi di accetta i diritti civili da quelli economico-sociali, che sono inseparabili. Purtroppo questo modo bizzarro di ragionare ha i suoi cultori anche a sinistra, fra i non credenti. Ecco che fa capolino – sottotraccia, timoroso di fare coming out – il vecchio marxista che polemizzava contro i liberal-socialisti. Sento la puzza di marxismo stantio e mal digerito che si confonde con l’incenso della sagrestia. I diritti civili sono roba da borghesi, da classe media benestante. I poveri hanno ben altre necessità. Era questo, in sintesi, il cavallo di battaglia del PCI, che veniva tirato per la giacca dai socialisti, dai radicali e dai liberali progressisti quando si doveva lottare per avere leggi civili sul divorzio e sull’aborto. Non è un caso che Il PCI fosse radicato in profondità nella società italiana, era in sintonia con le corde profonde di una cultura stordita e addomesticata dal cattolicesimo controriformistico. Guai a pensare con la tua testa: c’è la Chiesa (o il Partito proletario) a pensare per te.

Questo problema non è (o non era) solo italiano. In un bellissimo editoriale sull’ultimo numero di Dissent (originalissima rivista di ispirazione socialista, che si colloca a sinistra del partito democratico americano), Michael Kazin ricorda i dibattiti che hanno diviso la cultura “progressista” statunitense. Quante discussioni accanite per far passare l’idea che era nell’interesse (oltreché nell’atlante ideale) del Labour Movement, dei sindacati, occuparsi dei diritti civili degli afroamericani; quante litigate per demolire la stupida convinzione che la sinistra storica, accogliendo le rivendicazioni degli attivisti gay e lesbiche, rischiava di alienarsi le simpatie della classe lavoratrice ed operaia. La storia politica americana dimostra che non si può essere riformisti quando si chiede giustizia sociale, salari dignitosi e welfare, e conservatori quando si parla di diritti civili e pari dignità per tutti i cittadini.

Il liberal-socialismo non è necessariamente un “ircocervo”, una creatura immaginaria, come diceva Benedetto Croce. Non è neppure il ghiribizzo mentale che soddisfa il narcisismo dei borghesi. Quest’ultima devastante recessione ha riconfermato che il binomio giustizia e libertà è un tutt’uno inscindibile. Matrimonio gay e occupazione/welfare non si escludono a vicenda né viaggiano su rette parallele. E’ emerso un bisogno diffuso di tutela che va oltre gli steccati etero/omo. Timothy Stewart-Winter, “After Marriage Equality, What?” (Dissent, Fall 2015, pp. 35-38) dice chiaramente che, negli USA, “parte dell’urgenza che spinge coppie dello stesso sesso a reclamare il diritto di sposarsi sorge dall’erosione neoliberista delle reti di protezione sociale quali la sanità pubblica e la sicurezza sociale: i benefit, negati a chi non è sposato, sono riconosciuti invece alle coppie sposate”.

Come volevasi dimostrare: la battaglia per i diritti dei gay è socialista da cima a fondo. L’omosessualità non è il “vizio” di una borghesia decadente e compiaciuta di sé, la quale, soddisfatti i propri bisogni primari, si avventura nelle sperimentazioni sessuali. Omosessuali non si nasce né si diventa. Omosessuali si è. (Franco Buffoni, Laico alfabeto in salsa piccante gay). Se i gay sono esseri umani come noi, e sfido chiunque a dimostrare il contrario, essi possono essere ricchi o poveri, borghesi o proletari, imprenditori o semplici operai.

Edoardo Crisafulli

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