venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Valdo Spini e Firenze,
capitale del “socialismo liberale”
Pubblicato il 11-02-2016


In un volume intitolato Le Arti del 1939, il celebre illustratore olandese Hendrik Willem van Loon dedica il capitolo XXV a Firenze, che grazie ai suoi artisti «conquistò il suo posto al centro del mondo delle arti» (p. 208). Il ruolo sovranazionale, attribuito al capoluogo toscano, si ritrova anche negli scritti di Giorgio La Pira, sindaco dal 1951 al ’57 e poi dal 1960 al ’65, il quale sostiene che «Firenze ha nel mondo il grande compito di integrare con i suoi valori contemplativi l’attuale grande civiltà meccanica e dinamica». E poi aggiunge: «I nostri grandi scrittori, poeti, artisti hanno assegnato a Firenze questo compito nel mondo e noi faremo il possibile per far diventare la nostra città sempre più il centro dei valori universali» (Sindaco, vol. I: 1951-1954, Firenze 1988, p. 33).
Durante la prima amministrazione La Pira fu commemorato il 28 settembre 1956 Piero Calamandrei, giurista e promotore della rivista «Il Ponte», che sul frontespizio del primo fascicolo «aveva voluto il disegno di un omino che attraversava una passerella gettata tra due cumuli di macerie, simbolo dell’Italia da ricostruire materialmente e moralmente» (p. 39). Tra il pubblico quel giorno era presente Giorgio Spini, storico e appassionato militante di Unità Popolare, che per l’occasione aveva condotto con sé il figlio Valdo. Con questo ricordo si apre la «storia politica» di Valdo Spini in un libro intitolato La buona politica. Da Machiavelli alla Terza Repubblica. Riflessioni di un socialista (Marsilio, Venezia 2013, ristampa 2015, pp. 175) con la prefazione di Carlo Azeglio Ciampi e l’introduzione di Furio Colombo.
Chiamato alla presidenza del Comitato fiorentino per le celebrazioni del V centenario della stesura del Principe, Valdo Spini connette la «stravagante motivazione» di legare l’evento a questa sua autobiografia politica. Lo scopo è quello di interrogarsi sulla «impotenza della politica» e sulla sua «incapacità di interpretare i fenomeni del proprio tempo»: un interrogativo che spinge l’autore a cercare uno sbocco positivo e concreto, e di rileggere le vicende politiche che hanno traghettato l’Italia dalla prima alla Seconda repubblica (p. 21). Un’autobiografia politica che confluisce nel governo presieduto dall’azionista Ciampi e segna per l’autore un’esperienza positiva per la «continuità del filone ideologico» rappresentato dal socialismo liberale di Carlo Rosselli.
La proposta politica di Rosselli (1899-1937), elaborata nel suo libro Socialismo liberale (1930) e presentata due anni dopo nei «Quaderni di Giustizia e Libertà», è raccolta da Valdo Spini, che cerca di valorizzare il lascito teorico nei «Quaderni del Circolo Rosselli». Il debutto della rivista, che trasforma Firenze nella «capitale del socialismo liberale» e nella «città dei fratelli Rosselli» (p. 43), coincide con la partecipazione di Spini al XLII congresso del PSI (Palermo, 22-26 aprile 1981). Egli considera quell’assise congressuale come la conclusione del «vecchio» partito nenniano, quando Craxi impone di notte con un diktat l’elezione diretta del segretario, fino a quel momento scelto dalla direzione del partito: «una notte che rappresentò l’inizio della fine di quel PSI» (p. 66). Più avanti nella crisi del partito, seguita all’esplosione di Tangentopoli, egli propone ai socialisti d’ispirarsi all’insegnamento rosselliano e di riprendere i valori della tradizione laburista; ossia mantenere il nome socialista con l’aggiunta di «liberale, legato alla tradizione di Carlo Rosselli» per «scrollarsi di dosso il peso di quanto era avvenuto» (p. 137).
Il percorso politico di Spini, tuttavia, comincia nel 1962 con l’adesione al Partito socialista, continua con l’esperienza nell’associazione Nuova resistenza, prosegue con la militanza politica nei congressi della Toscana, la conquista della segreteria provinciale fiorentina della Fgsi nel 1968 e l’ingresso l’anno successivo nel comitato centrale del PSI. Gli anni 1970-74 si caratterizzano per un suo attivo impegno politico, che si esprime nel rilancio del Circolo Fratelli Rosselli, istituzione di diretta derivazione dei due socialisti uccisi dall’associazione francese Cagoule «su mandato del governo fascista italiano» (p. 50). Sul piano politico Spini si riconosce nella «sinistra lombardiana», di cui è portavoce nell’ambiente politico fiorentino. Con questa funzione egli percorre la sua carriera politica come consigliere comunale nel 1975, deputato nel 1979, membro della direzione nel 1980 e vicesegretario nazionale del Psi nel 1981.
Di queste vicende personali, raccontate con chiarezza espositiva e con passione civile, l’autore rivela aneddoti poco noti: il leader dei nenniani fiorentini Gigi Mariotti che al bar ordina la spuma, non «perché costa meno», ma per la sobrietà che occorre mostrare in un partito dei lavoratori (p. 47); Pertini che nel 1983 gli confida di dare l’incarico a Craxi (p. 73); Berlinguer che mangia da solo nel self service di Montecitorio (p. 85); la confidenza di Giulio Andreotti che nel 1992 gli rivela l’ascesa di Mino Martinazzoli alla segreteria della DC; il drammatico colloquio con Craxi, in piena Tangentopoli, nel quale gli confessa: «Effettivamente le cose erano andate troppo oltre».

Proprio nel 1982 Spini partecipa insieme a Bettino Craxi al congresso dell’Internazionale socialista e lo affianca durante la visita ufficiale a Roma di una delegazione del PS francese. Nelle elezioni europee del 1984 rappresenta il Psi nella stesura e nell’approvazione del Manifesto dell’Unione socialista europea. Nello stesso anno si impegna nella tutela dei diritti delle minoranze religiose e ottiene il 21 febbraio 1984 l’Intesa con la Chiesa valdese. Come sottosegretario all’Interno, Spini svolge l’incarico con sensibilità verso le disfunzioni della giustizia e del sistema elettorale. Egli presenta infatti alla Camera una proposta (la n. 1995 del 1° agosto 1984) per disciplinare il finanziamento dei partiti e rendere trasparente l’attività elettorale dei candidati. Nel maggio1985, proprio per l’accento posto sulla trasparenza della politica, viene scelto come capolista alle elezioni amministrative del comune di Firenze, dove propone di sottoporre i conti delle entrate e delle spese dei candidati a un comitato di garanti. Una scelta premiata dall’elettorato, che esprime un ricco consenso verso i socialisti e che porta all’elezione di Massimo Bogianckino alla guida di una Giunta quadripartito (Pci, Psi, Psdi, Pli).

Il nuovo corso socialista, dominato dalla figura di Bettino fino al 1992, vede Spini nella funzione di «vigile coscienza critica» di un partito, invischiato in fatti di corruzione e poco sensibile alle sue mozioni di moralità pubblica. Nelle elezioni politiche del 1987 Craxi cerca di estrometterlo, inserendo il suo nominativo al tredicesimo posto della lista in Toscana, convinto così di sbarazzarsene. Ma grazie a 19,525 preferenze riesce a farsi eleggere lo stesso. Nondimeno Spini non attenua né giustifica le responsabilità di Craxi durante la vicenda di Tangentopoli, sottolineando come «l’offensiva giudiziaria abbia mostrato una certa “predilezione” per il PSI» (p. 124). A suo giudizio Craxi doveva dimettersi dopo il famoso discorso del 22 luglio 1992, per permettere al PSI di entrare in una fase nuova (pp. 122-123) e di tenere presente la sua proposta di legge in materia di trasparenza dei finanziamenti ai partiti (p.124). Alle dimissioni di Craxi, avvenute l’11 febbraio 1993, Spini cerca di sostituirlo alla segreteria, ma i maggiori esponenti della direzione gli preferiscono Giorgio Benvenuto, che assisterà alla fine del PSI e al crollo della prima Repubblica.

Nunzio Dell’Erba

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