martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Venti di crisi e “La società
del rischio” di Ulrich Beck
Pubblicato il 22-02-2016


Il 2016 è cominciato riproponendo le grandi incognite dell’anno trascorso. Il dramma del terrorismo prodotto dal fondamentalismo islamico in primo luogo; i drammatici venti di guerra che spirano dalla Siria sull’intero pianeta; il “contro-shock petrolifero” connesso al surplus di produzione di greggio che ha abbattuto il prezzo del petrolio; la drastica frenata dell’economia cinese; la deflazione europea figlia dell’austerità imposta dalla Germania, con la crisi della domanda, della produzione e dell’occupazione, in cui si inserisce il perdurante buco nero politico ed economico della Grecia; i segnali preoccupanti di una nuova crisi globale come quella derivante dai mutui subprime del 2008 negli Stati Uniti, che non risparmia le economie emergenti, come Brasile, Australia, Messico e India e vede il Giappone alle prese con una nuova stagflazione, l’accoppiata di inflazione e stagnazione economiche.

Si potrà obiettare che si tratta di una visione apocalittica, magari qualcuno come i teorici della “decrescita” alla Serge Latouche rilancerà le ricette del “catastrofismo illuminato”, ma non vi è dubbio che il nuovo anno è nato all’insegna dei gravi problemi planetari legati alla finanza globale, in Europa alle politiche monetariste, e all’instabilità geopolitica.

Suonano davvero profetiche le analisi del sociologo tedesco Ulrich Beck, sulla “società del rischio”. Secondo uno dei maggiori sociologi del ‘900, che ha elaborato alcuni dei paradigmi fondamentali della scienza sociale del nostro tempo, si pensi a quelli della “modernità riflessiva” e dell’“individualizzazione”, i processi di modernizzazione delle società che avevano contribuito alla liberare l’umanità da antichi vincoli, si sono bloccati, trasformandosi da vantaggi in disvalori.

Ma la risposta teorica di Beck a questi rischi non è mai consistita in una chiusura verso il progresso, poiché la modernizzazione non può e non deve essere fermata né ripercorsa all’incontrario. Un’idea di progresso certamente non legata ad alcuna “filosofia della Storia”, letta hegelianamente, ma di tipo volontaristico, dentro l’idea delle “società aperte” di stampo popperiano.

E queste tesi il sociologo tedesco le applicò anche nell’ultimo suo libro, “Europa tedesca e la nuova geografia del potere”, pubblicato nel 2013 (in Italia per Laterza), in cui da europeista convinto (era membro del “Gruppo Spinelli”), sostenne che le spinte convergenti del populismo e dell’antipolitica si devono contrastare con il rafforzamento politico dell’Unione europea e con l’abbandono delle politiche di austerity.

Un eredità politica e culturale per le classi dirigenti del Vecchio Continente, che appaiono smarrite rispetto ai grandi temi sul tappeto: da Brexit per il momento sopito a Grexit con le drammatiche proteste del popolo ellenico; dai migranti alla crescita economia, con i rischi concreti dell’implosione dell’Unione europea.

Maurizio Ballistreri

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