venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Vittorini e Il Gattopardo. Una vicenda da ristudiare
Pubblicato il 22-02-2016


eliovittorini_libriR439_thumb400x275La vulgata secondo la quale fu Elio Vittorini a non capire e quindi a rifiutare prima per Mondadori e poi per Einaudi Il Gattopardo che gli era stato sottoposto, poi pubblicato, grazie a Bassani, dall’editore Feltrinelli nel novembre del 1958, resiste da quasi sessant’anni, e trova acritica accoglienza presso autorevoli studiosi dell’editoria, giornalisti e storie letterarie. In realtà, se si ripercorre quella vicenda letteraria utilizzando carte d’archivio e testimonianze dirette (come ha fatto negli ultimi tempi il critico letterario Gian Carlo Ferretti in alcuni suoi libri: L’editore Vittorini, Einaudi 1992; La lunga corsa del Gattopardo, Aragno 2008; Giorgio Bassani editore-letterato, Manni 2011), ci si accorge che il primo giudizio di Vittorini sull’opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, peraltro proposta frettolosamente e ingenuamente nel maggio del 1956 alla Mondadori in una versione assai incompleta (i capitoli I-II-VII-VIII nella versione definitiva del romanzo), non è affatto negativo.
Ragguagliato dall’attento e scrupoloso “comitato di lettura” mondadoriano –  composto da Adolfo Ricci lettore scelto e studente universitario a Pavia, dal narratore e docente di letteratura Sergio Antonielli e dal critico letterario e dirigente Rai Angelo Romanò –  Vittorini intuisce che il dattiloscritto di Lampedusa è di interesse commerciale e merita attenzione, anche se “manca comunque di qualcosa che rende monco il libro pur pregevole”, e lo segnala ai responsabili della casa editrice: “Non si può far capire all’autore che dovrebbe rimetterci le mani (e in qual senso?). Intanto restituirei avendo cura di assicurarci che l’autore rispedisca a noi dopo fatta revisione”. Il suggerimento di Vittorini non avrà purtroppo un seguito, perché nel dicembre di quell’anno il dattiloscritto verrà restituito  al destinatario, accompagnato da una lettera: “Il volume ha interessato molto, ed ha avuto più di una lettura. Tuttavia i pareri dei nostri consulenti, sia pur favorevoli, non sono stati senza riserve, ragion per cui…”.
Alcuni mesi dopo, il 27 marzo del 1957, l’editore palermitano Salvatore Fausto  Flaccovio  invia a Vittorini il testo di Lampedusa, arricchito di altri due capitoli, proponendolo per la collana einaudiana dei “Gettoni”. In quell’occasione Il Gattopardo viene letto da due collaboratori dello scrittore siracusano, Giuseppe Grasso e Raffaele Crovi, che scrivono anche due relazioni. Vittorini le legge ed esamina personalmente l’opera in questione. I tre poi discutono l’impostazione di una lettera da inviare all’autore.
Lettera la cui stesura viene affidata a Giuseppe Grasso e che Vittorini condivide  e firma. In questa missiva datata 2 luglio 1957, così l’autore di Conversazione in Sicilia dice allo sconosciuto letterato conterraneo: “Egregio Tomasi, il Suo Gattopardo l’ho letto davvero con interesse e attenzione. Anche se come modi, tono, linguaggio e impostazione narrativa può apparire piuttosto vecchiotto, da fine Ottocento, il Suo è un libro molto serio e onesto, dove sincerità e impegno riescono a toccare il segno in momenti di acuta analisi psicologica.[…] Tuttavia, devo dirLe la verità, esso non mi pare sufficientemente equilibrato nelle sue parti.[…] Voglio dire che seguendo passo passo il filo della storia di Don Fabrizio Salina, il libro non riesce a diventare… il racconto di un’epoca e, insieme, il racconto della decadenza di quell’epoca, ma piuttosto la descrizione delle reazioni psicologiche del Principe alle modificazioni politiche e sociali di quell’epoca. […] Il linguaggio, più che le scene e le situazioni, mi pare riveli meglio, qua e là, il prevalente interesse saggistico-sociologico del romanzo.[…] Queste, in definitiva, sono le mie impressioni di lettore e gliele comunico pensando che, in qualche modo, potrebbero anche interessarLe”.
Vittorini in questa lettera – poi utilizzata dai suoi detrattori per additarlo alla comunità letteraria come colui che ha stroncato e giudicato “impubblicabile” il capolavoro del principe siciliano – invece di appellarsi all’oggettiva impossibilità di assumere nuovi impegni di pubblicazione nella collana einaudiana dei “Gettoni” o di spiegare che quella collana è dedicata alla narrativa sperimentale, mostra di avere letto i sei capitoli del romanzo (su otto dell’edizione definitiva) e di averlo apprezzato, anche se con la sua prosa classica e accattivante, con il suo giudizio storico lucido e amaro, con il senso di morte che investe i diversi personaggi e l’irrisione di ogni mitologia vitalistica, Il Gattopardo esprime  idee lontane da quelle che sostengono l’ideologia letteraria dell’intellettuale-editore siracusano.. A differenza dei detrattori di Vittorini, Tomasi di Lampedusa,  correttamente, non legge questa lettera come una stroncatura, e con il figlio adottivo Gioacchino Lanza Tomasi osserva: “Come recensione non c’è male, ma pubblicazione niente”.  Certo, l’autore di Conversazione in Sicilia aveva convinzioni letterarie e morali,  idiosincrasie (chi non ne ha?) che lo spinsero a rifiutare di pubblicare Il dottor Zivago di Boris Pasternak e Il tamburo di latta di Gunter Grass.  Ebbe inoltre una caduta di stile quando a una domanda sul Gattopardo che nel febbraio del 1959 aveva venduto 40000 copie, così rispondeva: “Il libro è certo piacevole, e si pone senza dubbio su un elevato livello letterario, ma non è di alta statura.[…] È una seducente imitazione dei Vicerè di Federico De Roberto”.
E tuttavia, se oggi  si vuole studiare seriamente quella vicenda letteraria senza leggerla come esempio dell’insensibilità estetica oltre che ideologica di Vittorini, cadendo così nella trappola degli equivoci, dei pregiudizi e della cattiva informazione, bisogna ricondurla al tempo storico che l’ha vista nascere e alle posizioni politico-culturali che vi si celavano, perfettamente individuate e sintetizzate in una lucida quanto equilibrata osservazione di Gioacchino Lanza Tomasi: “La scoperta di Bassani e il diniego di Vittorini non sono bizze di letterati. Bassani è anche un notomista dei vinti; mentre il rifiuto della trascendenza, anche a livello di ideologia, è attivamente sgradevole a chi pensi di poter contribuire al progresso del mondo”.

Lorenzo Catania

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