Scandalo petroli, si dimette la ministra Guidi

Federica Guidi

Federica Guidi

Cinque arresti e uno scandalo hanno portato già alle dimissioni della ministra Federica Guidi, titolare del dicastero per lo Sviluppo Economico, ma la vicenda potrebbe coinvolgere anche la ministra Boschi.
“Caro Matteo sono assolutamente certa della mia buona fede e della correttezza del mio operato. Credo tuttavia necessario, per una questione di opportunità politica, rassegnare le mie dimissioni da incarico di ministro. Sono stati due anni di splendido lavoro insieme. Continuerò come cittadina e come imprenditrice a lavorare per il bene del nostro meraviglioso Paese”. Con queste parole la Guidi nella lettera inviata al presidente del Consiglio ha preso congedo dal governo prima di essere costretta a farlo dal peso degli avvenimenti.

Gli arrestati, ai domiciliari, sono dipendenti del Centro oli di Viggiano dell’Eni, dove viene trattato il petrolio estratto, e sono accusati di traffico illecito di rifiuti. Ma l’inchiesta dei pm di Potenza può portare molto più in là perché tra gli indagati c’è anche l’ingegnere Gianluca Gemelli, compagno della ministra Guidi, che – in base alle intercettazioni – avrebbe sfruttato la sua posizione per ottenere favori per appalti alla Total. Sostanzialmente avrebbe fatto in modo, sembra con l’aiuto della ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, di presentare alcuni emendamenti governativi, fatti poi approvare in Senato, per favorire gli interessi rappresentati dal compagno della ministra.

Il nome della Boschi
L’intercettazione che mette nei guai Gemelli è del 5 novembre del 2014 quando viene bocciato l’emendamento inserito nel decreto Sblocca Italia, per la realizzazione del progetto “Tempa Rossa”. Gemelli telefona alla compagna che lo rassicura: “Dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato se è d’accordo anche Mariaele (il ministro Boschi, ndr) quell’emendamento che mi hanno fatto uscire quella notte, alle quattro di notte”. Come scrive il Corriere della Sera, Gemelli chiede alla Guidi se riguarda quello dei suoi amici della Total: “Quindi anche coso, vabbè i clienti di Broggi”. E lei: “Eh certo, capito? Te l’ho detto per quello”.
Successivamente c’è un’altra telefonata che chiama in causa la ministra Boschi. Dopo aver ricevuto rassicurazioni dalla sua compagna, Gemelli chiama infatti il dirigente della Total Giuseppe Cobianchi: Avuta la notizia Gemelli chiama subito il rappresentante della Total: “La chiamo per darle una buona notizia..ehm.. .si ricorda che tempo fa c’è stato casino..che avevano ritirato un emendamento…ragion per cui c’erano di nuovo problemi su Tempa Ross … pare che oggi riescano ad inserirlo nuovamente al senato..ragion per cui..se passa…e pare che ci sia l’accordo con Boschi e compagni…(…) se passa quest’emendamento… che pare… siano d’accordo tutti…perché la boschi ha accettato di inserirlo… (…) è tutto sbloccato! (ride ndr)…volevo che lo sapesse in anticipo! (…) e quindi questa è una notizia…”.

E l’emendamento passa
E in effetti l’iter legislativo successivo sembra confermare indirettamente che Gemelli ha riferito una cosa vera. Dalle indagini è emerso infatti che l’emendamento era stato effettivamente inserito nel maxiemendamento alla Legge di stabilità del 2015, modificato dal Senato il 20 dicembre, con il quale si dava il via al progetto Tempa Rossa.
Che sia coinvolta direttamente la ministra Guidi non pauiono esservi dubbi. Dalle carte emerge un altro incontro tra il ministro Guidi, i rappresentanti della Total e il sottosegretario Simona Vicari e dopo la riunione il dirigente della Total Cobianchi chiama Gemelli per ringraziarlo: “A nome della società la ringrazio per averci fatto conoscere direttamente il ministro Guidi e per l’interessamento che ha avuto”. “Assolutamente a disposizione, ce lo siamo detti dal primo giorno”, risponde soddifsatto Gemelli.
I cinque dipendenti dell’Eni finiti ai domiciliari, appartebngono al centro oli di Viggiano (Potenza) dove viene trattato il petrolio estratto in Val d’Agri. I provvedimenti cautelari sono stati emessi dal gip del Tribunale di Potenza nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia che ha anche disposto un’ordinanza di divieto di dimora nei confronti di un dirigente della Regione Basilicata.

Opposizioni chiedono le dimissioni del ministro
Dopo la notizia dell’inchiesta di Potenza che ha coinvolto la ministra Guidi, i parlamentari del Movimento 5 Stelle, di Forza Italia e di altri partiti dell’opposizione ne hanno chiesto le immediate dimissioni. Una mossa scontata se si ricorda quanto già avvenuto contro la Boschi in occasione dello scandalo della Banca Etruria mentre in passato, per molto molto meno, vennero convinte a dimettersi Annamaria Cancellieri, ministra di Giustizia (Governo Monti) e Yosefa Idem, ministra delle Pari opportunità (Governo Letta). Più recentemente è toccato al ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, accettare l’invito a lasciare la poltrona per il sospetto di una raccomandazione a favore del figlio e una storia di orologi Rolex in regalo. Tutte considerazioni che evidentemente la Guidi, ma non solo lei a palazzo Chigi e nel Parlamento, hanno rapidamente fatto e poi tratto le dovute conseguenze.

Patto di stabilità. L’Italia chiede il ricalcolo all’UE

pier carlo padoanLe regole europee sul Pil, si sapeva, non piacciono al Governo italiano e in particolare all’attuale ministro dell’Economia. Ma l’Italia non è la sola e ha inviato, assieme a Spagna, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Slovacchia, una lettera alla Commissione europea con l’invito a rivedere il metodo di calcolo dell’output gap, dal quale dipende la velocità del processo di riduzione del rapporto deficit/Pil.

Ieri Pier Carlo Padoan in un’intervista a Le Figaro aveva sottolineato che le attuali modalità di calcolo penalizzano l’Italia. Il Tesoriere italiana aveva sottolineato che lo sforzo di aggiustamento dei conti pubblici richiesto dall’Ue all’Italia è “deformato da considerazioni statistiche” e “queste regole, imponendo all’Italia aggiustamenti dolorosi, le recano maggior danno che ad altri Paesi, e questo non mi va bene”. Secondo il governo italiano, il metodo adottato dalla Commissione europea danneggia l’Italia, le cui finanze pubbliche sarebbero altrimenti già in equilibrio seguendo regole diverse. È l’output gap, il parametro utilizzato dall’Ue per le decisioni sul livello di flessibilità da concordare ai singoli Stati e per le eventuali manovre correttive da attuare, l’output gap, è in sostanza la differenza tra tasso di crescita potenziale ed effettivo. Il divario tiene conto di quello che gli economisti chiamano il tasso di disoccupazione di equilibrio (Nawru secondo l’acronimo in inglese), il livello della disoccupazione che non si traduce in un aumento di salari e prezzi.
Nella lettera, si chiede di “eliminare la discrepanza” tra l’orizzonte temporale con cui la Ue stima l’output gap (2 anni) e quello utilizzato di prassi dai singoli Paesi (4 anni). Si chiede comunque anche di approfondire la questione del calcolo dell’output gap, con il suggerimento di valutare se affiancarlo ad altri indicatori.

A firmare sono i ministri Padoan, Luis de Guindos Jurado (Spagna), Rimantas Sadzius (Lituania), Dana Reizniece-Ozola (Lettonia), Pierre Gramegna (Lussemburgo), Mario Centeno (Portogallo), Dusan Mramor (Slovenia) e Peter Kamizir (Slovacchia). Costoro precisano di non voler discutere “la possibile revisione del modello” di calcolo ma di volere affrontare “una specifica incongruenza che potrebbe essere rapidamente corretta senza alterare la metodologia di calcolo condivisa”, precedendo appunto “all’armonizzazione dell’orizzonte temporale adottato dalla Commissione nelle sue previsioni macroeconomiche e di bilancio con quello previsto dai programmi di Stabilità/Convergenza” presentati dai singoli Paesi.

Redazione Avanti!

David Lazzaretti,
il messia dell’Amiata

S_m_labroIn molteplici pagine dei Quaderni del carcere (Torino 1975, I, pp. 297-299) Antonio Gramsci dedicò particolare attenzione alla figura di David Lazzaretti (1834-1878). L’intellettuale marxista fornì notizie preziose sulla sua vita e sull’attività politica che egli svolse come animatore di un nuovo movimento millenaristico a sfondo comunista-repubblicano. L’invito alla volontaria comunione dei beni suscitò l’interesse del periodico «La Plebe», che tenne a distinguere il movimento a «tinta religiosa» con il riscatto socialista fondato sulla scienza e sul lavoro. Nei suoi quindici anni di vita l’organo socialista, apparso dal 1868 al 1883, commento più volte il moto egualitario promosso da Lazzaretti, precisando che esso  poteva dar vita solo a «un aborto di dogmatismo e di comunismo».

    Di quest’uomo, portavoce di un «cristianesimo impregnato di comunismo», si è scritto molto per il misticismo collettivo con cui riuscì a coinvolgere numerosi diseredati in cerca di giustizia, ma senza precisi approfondimenti storici. In una minuziosa e documentata ricerca, pubblicata nel volume David Lazzaretti uno della mia terra: il santo e il profeta del Monte Amiata (Innocenti editore, Grosseto 2015, pp. 320), Paolo Lorenzoni ci dà ora un ritratto esaustivo di un uomo considerato da alcuni santo e da altri affetto da una malattia mentale.

    Nonostante il titolo, dettato da un naturale amore per la propria terra, l’autore travalica i confini della storia locale e presenta David Lazzaretti (per alcuni Lazzeretti) come un personaggio complesso, che dopo la sua conversione avvenuta nel 1868 stringe relazioni con il mondo cattolico e con quello politico in un susseguirsi di eventi interessanti la zona dell’Arcidosso, ma anche di arresti, processi e saccheggi al Monte Labbro. Proprio quell’anno, dopo una giovinezza trascorsa nel lavoro di barrocciaio e nell’aiuto della famiglia, Lazzaretti ebbe un violento accesso di febbre e una visione mistica in cui una voce gli affidò un compito di palingenesi sociale e lo incitò a recarsi dal pontefice per comunicargli la sua missione di novello «salvatore dei popoli e della Chiesa». Dopo un vano tentativo di essere ricevuto dal papa e un sofferente  peregrinare, Lazzaretti – come si legge in un manoscritto del 1915 e citato dall’autore – «fu preso da matto e da imbecille», a differenza del suo paese nativo dove  fu accolto con grande tripudio come un santo per avere ricevuto sulla fronte un segno delle due C rovesciate con la croce nel mezzo.

    In un racconto biografico, unito a considerazioni storiografiche di vario genere, l’autore riporta aneddoti popolari, dimostrando una vasta conoscenza della cospicua letteratura sul personaggio, sottoposto a continue visioni mistiche e, per questo, volto ad esercitare un ampio prestigio sociale sui contadini della zona. La sua predicazione fece ben presto numerosi fedeli, che si raccolsero in un movimento religioso, strutturato tra il 1870 e il 1872 in una Fratellanza cristiana e nel Pio istituto degli eremiti penitenzieri, l’una a carattere sociale e l’altro più elitario volto a divulgare i princìpi del nuovo messia. Le regole religiose, stampate nel 1871 a Montefalcone, sembravano tratte da un sodalizio collettivista e ispirate al comunismo primitivo di matrice cristiana per la comunità dei beni e la divisione dei proventi tratti dal lavoro dei campi. Grande attenzione Lazzaretti prestò alla morale femminile  e alla riforma dei costumi, di cui egli si fece portavoce in molteplici prediche con toni apocalittici e profezie, delle quali quella nuova era la «Terza Legge del Diritto», dopo quella della Giustizia e della Grazia, l’una  rappresentata dalle dodici tavole di Mosè e l’altra dal messaggio evangelico di Gesù Cristo. Proprio all’enunciazione di una nuova èra giuridica, richiesta dall’impellente questione sociale, Lazzaretti unì un ingenuo misticismo, di cui l’apparizione della Vergine era la rivelazione più eclatante nella sua scelta a nuovo messia e nell’annuncio di un rinnovato messaggio cristiano.

    Grazie al sostegno dei contadini assetati di giustizia, Lazzaretti fece costruire sul Monte Labbro (denominato da lui Labaro) una torre, simbolo dell’«Arca della Nuova Alleanza» e della novella Chiesa riformata. La torre, sopravvissuta fino ai nostri giorni, fu completata nell’agosto 1870 con un’altezza di metri 17,40 e una circonferenza di metri 23,14. Si trattava di un’opera imponente, che recava una bandiera rossa con la scritta «La Repubblica è il Regno di Dio», issata alla vigilia della processione del 18 agosto 1878. Su quella convulsa vicenda, che costò la vita al «profeta del Monte Amiata», l’autore fornisce una versione minuziosa fino alla sepoltura nel cimitero di Santa Fiora (ad Arcidosso gli fu negata la tumulazione) e all’autopsia eseguita il giorno successivo con la deposizione rilasciata dal medico condotto che si trattava di un uomo dotato di «una massa cerebrale perfetta, regolare, armonico il contenuto con il contenente». Eppure le autorità governative lo trattarono «alla stregua di un delinquente comune e peggio di un furbastro che, celandosi dietro moventi religiosi, operava al soldo del partito clericale e antiunitario italiano» (p. 188). Lo stesso ispettore del ministero dell’Interno appurò che la Società delle famiglie cristiane era costituita da sovversivi e che essa apparteneva alla «reazione clericale». La sua deposizione al processo di Siena contro alcuni suoi adepti non ebbe alcun peso, mentre quella del medico condotto  condizionò il giudizio della giuria, che si espresse con favore sugli imputati, assolti dall’accusa di aver turbato l’ordine pubblico e di avere attentato alla proprietà. Tuttavia, la caccia ai «lazzarettisti» continuò negli anni successivi, avvolgendo «il profeta del Monte Amiata» in un alone leggendario e permettendo ai suoi seguaci di organizzarsi nella chiesa giurisdavidica.

Nunzio Dell’Erba

Una lingua bistrattata,
un Paese in declino

Una delle pecche più evidenti di noi italiani riguarda certamente la nostra idea di (non) patriottismo: guardiamo con un velo di superficialità alle nostre potenzialità e alle cose belle che ci appartengono, mentre preferiamo fossilizzarci sulle caratteristiche negative della nostra identità, portate, quelle, al parossismo quasi a voler conferire loro dignità. Ci dimentichiamo delle opere d’arte che rendono molte delle nostre città tripudi di poetiche visioni, e degli artisti che hanno raccontato la nostra prospettiva culturale attraverso i secoli. Non li prendiamo in considerazione, non ne parliamo, non ci sentiamo ispirati da loro, non tentiamo più di raggiungere quei fasti di civiltà e bellezza. E non solo non guardiamo al passato per celebrarlo ma, soprattutto, non puntiamo sul futuro, sui giovani e le loro idee.

Rimaniamo fermi, brancoliamo sereni nella mediocrità, senza porci troppe domande. Parliamo una lingua che è un incanto di grazia e potenza espressiva, senza neanche accorgercene. E anzi la violentiamo quotidianamente, la inquiniamo con errori, inesattezze, volgarità. E ci ricordiamo della sua esistenza soltanto in situazioni eccezionali, come il tormentone di “petaloso”, che è stato citato addirittura dal presidente del consiglio Matteo Renzi, sempre attentissimo ai trend mediatici. Proprio quel Renzi che è simbolo di come persino il linguaggio politico – specchio della società – si sia semplificato e imbarbarito negli ultimi 20 anni, a partire dal celodurismo bossiano, trovando poi la sua fase più florida nel berlusconismo e finendo, al giorno d’oggi, nel grillismo e, in misura diversa, ma equivalente, nel linguaggio pressapochista del già citato Renzi.

Sicuramente un tempo la comunicazione politica era fin troppo ampollosa, ma, nella sua complessità, costringeva l’ascoltatore ad uno sforzo di comprensione e di riflessione e lo portava, talvolta, a provare un fremito di stima nei confronti di quelle parole, così ben assestate, così elevate. Considerata, dunque, la strada intrapresa al giorno d’oggi dal linguaggio politico e, di conseguenza, da quello giornalistico medio, non deve sorprendere se poi non è raro imbattersi in laureati che inciampano nel famigerato “se io sarei…” più e più volte. E non si tratta di sviste. O se il capillare utilizzo di social network non ha fatto altro che ampliare il fenomeno di imbarbarimento della lingua, con soggetti di ogni età e ogni riferimento culturale, pronti a giurare che si scriva “qual’è” e che ci si firmi scrivendo prima il cognome e poi il nome, e altri che apostrofano “un’amico” e “un’albero”. Eppure basterebbe ricordarsi una cosa semplicissima, e cioè che l’apostrofo serve proprio a eliminare la vocale finale quando la successiva inizia per vocale, come nel caso di “una amica -> un’amica”.

Ma se i classici errori grammaticali e ortografici, in una lingua complessa come la nostra, potrebbero essere tollerati sempre fino a un certo punto, sono quelli dettati dai vezzi di presunte mode, a costituire l’aggravante maggiore. Si pensi, ad esempio, al “piuttosto che…” usato con valore disgiuntivo, che ultimamente è saltato alla ribalta proprio per la sua estrema divulgazione. Alcune fonti attestano l’utilizzo del “piuttosto che” al posto di “oppure” già a partire dagli anni ’80, nei ceti borghesi del Settentrione (Torino e Milano su tutti) e giunto sino ai giorni nostri grazie soprattutto alla promozione ricevuta dal mondo giornalistico e mediatico in generale. Non passa giorno, infatti, in cui nei programmi televisivi non si sentano frasi come: “Voterei X piuttosto che Y piuttosto che Z” oppure “potete preparare una vellutata di lenticchie piuttosto che di ceci”. Il “piuttosto che”, utilizzato in questo modo, conferisce un nonsoche di snob al discorso e, a quanto pare, fa tendenza ma, come sottolinea Ornella Castellani Pollidori dell’Accademia della Crusca, potremmo pagare a caro prezzo questo malvezzo linguistico, poiché potrebbe portare a dei fraintendimenti, soprattutto nei linguaggi settoriali come quello scientifico, che necessitano di linearità e univocità. [1]

Il vero problema, però, è probabile che stia proprio a monte, in una scarsezza culturale e di intenti, che si registra a partire dai banchi di scuola: le prove Invalsi degli ultimi anni attestano la grave e imbarazzante situazione che riguarda i giovani italiani; al di là dell’incapacità di inserire l’H al posto giusto (errore più frequente di quanto si possa immaginare) e dei vari “un pò”, sembra che le difficoltà maggiori si riscontrino nella comprensione del testo, nella capacità di argomentare, di avere padronanza della propria lingua. Inoltre, i nostri ragazzi non sono più in grado di utilizzare il passato remoto né tantomeno i segni di interpunzione, di cui si segnala sicuramente una penuria di punto e virgola e due punti e, d’altro canto, un’abbondanza di virgole e punti sospensivi. Gli esperti dell’Invalsi considerano insufficienti il 58% dei temi analizzati. Nei licei il 37% dei temi analizzati viene considerato insufficiente, negli istituti tecnici la percentuale sale al 75,5% e negli istituti professionali addirittura all’80%. [2]

Se, dunque, non si cerca di riformare anzitutto la scuola, la povertà linguistica e di pensiero continueranno a dilagare. Bisognerebbe cercare di ragionare su alcune semplici idee (un esempio? Stimolare la capacità di sintesi e di decodificazione del testo grazie ai riassunti, come suggerisce Luca Serianni) per cercare di porre degli argini a questa deplorevole situazione. Formando studenti quantomeno in grado di parlare e scrivere in maniera sufficiente, sarebbe poi più difficile incappare in articoli giornalistici dilettantistici e generici, negli opinionisti del “piuttosto che…” e nei tronisti del “cioè…”.

Giulia Quaranta

[1]   Castellani Pollidori, Ornella “Uso di piuttosto che con valore disgiuntivo” in accademiadellacrusca.it, settembre 2002

[2]     Benedetti, Giulio “Maturità, che fatica scrivere in italiano – Nei licei un tema su tre è insufficiente” in corriere.it, giugno 2010

 

Pensioni. Al via le buste arancioni e la SPID

Pensioni

BOERI: PRONTE LE BUSTE ARANCIONI

“Finalmente le buste arancioni arriveranno a casa degli italiani”. Così ha recentemente comunicato il presidente Inps, Tito Boeri, annunciando che le lettere con la previsione della pensione futura “verranno inviate a 7 milioni di lavoratori nel 2016”. Si tratta di un progetto realizzato in collaborazione con Agid, ha puntualizzato, che permetterà di “raggiungere chi non è digitalizzato invitando queste stesse persone a munirsi di spid”, il pin unico per accedere ai servizi on line. L’intervento sul sistema pensionistico per introdurre la flessibilità in uscita “andrebbe fatto adesso” e “se si facesse con la legge di Stabilità per il 2017, andrebbe certamente bene”. Lo ha sempre affermato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a margine della presentazione dell’iniziativa ‘Cittadino digitale’. Boeri ha spiegato che invece “non andrebbe bene intervenire tra tre anni”. Boeri ha dato la notizia in occasione dell’iniziativa ‘Cittadino digitale’, in collaborazione tra Inps e l’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid), evidenziando come si conta di partire “generando 150 mila lettere al giorno”. E l’augurio di Boeri è “poter iniziare anche prima della metà di aprile, informando da principio i dipendenti privati”. La busta arancione viene così associata ad un progetto ampio per la digitalizzazione degli italiani, condotto insieme all’Agid con una collaborazione che ha permesso anche di superare gli ostacoli finanziari. Il direttore dell’Agid, Antonio Samaritani ha spiegato come l’agenzia contribuisca all’iniziativa “con 2,5 milioni sul 2016 e sul 2017, che si vanno ad aggiungere al milione di euro dell’Inps, istituto che poi mette a favore del progetto anche tutto il suo lavoro”. Anche ai dipendenti pubblici arriverà a casa la simulazione della pensione futura. Lo ha fatto sapere ancora il presidente dell’Inps, Tito Boeri, rimarcando che se per i privati c’è la busta arancione, per i travet “le informazioni arriveranno insieme al cedolino, per posta, in base ad accordi con le pubbliche amministrazioni”. Si tratta di raggiungere, ha sottolineato, “circa 1,5 milioni di lavoratori pubblici ancora non digitalizzati”. L’Inps conta di portare a termine le intese con le diverse amministrazioni entro il 2016. Boeri ha ricordato i numeri del digital divide, riportando come secondo il Desi (Digital Economy and Society Index) 2016 l’Italia è all’ultimo posto tra i paesi dell’Ue per l’uso di internet”, con “solo il 30% degli utenti di Internet usano il web per ottenere informazioni dai siti della Pa”. E ancor meno, ha messo in rilievo il numero uno dell’Inps, sono quelli che scaricano i moduli (25%) e quanti li compilano online (10%). Andando nel dettaglio dei servizi offerti dall’Istituto nazionale di previdenza, Boeri ha riferito come “i possessori del Pin Inps siano 18,5 milioni, di cui 13 milioni sono lavoratori attivi”. Ne sono sprovvisti invece 12 milioni di contribuenti, con una “quota consistente di giovani” (il 42% è under 40). A tutto ciò, ha osservato ulteriormente Boeri, si associa “una bassa consapevolezza finanziaria, basti pensare che solo un italiano su cinque conosce come funziona il sistema previdenziale a capitalizzazione”. Nonostante siano presenti zone d’ombra la domanda di digitalizzazione è però forte, come dimostrano i dati sull’iniziativa dell’Inps intitolata “la mia pensione online”. Il servizio consente di controllare la situazione contributiva attuale, la possibile data di pensionamento, il prevedibile livello della pensione a prezzi 2015 e il rapporto fra trattamento pensionistico e ultima retribuzione (tasso di sostituzione). In più si possono fare anche delle simulazione giocando sui diversi fattori. Il servizio ha fatto registrare, ha chiosato Boeri, “quasi 9 milioni di accessi”. Ora con l’operazione busta arancione si vogliono raggiungere tutti coloro che non hanno il Pin, che da adesso sarà per altro lo stesso per tutti i servizi web (Spid). Nella lettera ci sarà, ha infine precisato Boeri, “l’informazione base”, con l’invito a entrate via internet così da poter sfruttare al massimo lo strumento.

Cosa contiene la busta – La comunicazione conterrà quindi un prospetto dell’estratto conto contributivo e la simulazione di base e inviterà appunto i destinatari a digitalizzarsi, richiedendo ‘spid’ (il pin unico per accedere ai servizi on line, ndr) per accedere a tutte le funzionalità aggiuntive offerte dal servizio on line di simulazione della pensione”. Per quanto riguarda i dipendenti pubblici – come detto – “si stanno stringendo accordi per inviare la busta arancione insieme al cedolino”.

Previdenza

BOERI: MANDEREMO A TUTTI LE BUSTE ARANCIONI

“Finalmente le buste arancioni arriveranno a casa degli italiani”. Così recentemente ha comunicato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, annunciando che le lettere con la previsione della pensione futura “verranno inviate a 7 milioni di lavoratori nel 2016”. Si tratta di un progetto realizzato in collaborazione con Agid, ha spiegato, che permetterà di “raggiungere chi non è digitalizzato invitando queste stesse persone a munirsi di spid”, il pin unico per accedere ai servizi on line.

Fra Pubblica Amministrazione e cittadino c’e un rapporto fiduciario “che non può essere sostituito da internet”, quindi le “buste arancioni” che contengono l’ “estratto conto” di quanto ognuno prenderà di pensione saranno inviate comunque. Il presidente dell’Inps Tito Boeri è andato oltre le polemiche suscitate dalla sua intervista a Maria Latella su Sky Tg24, ma ha tenuto il punto. “Le manderemo, ci impegniamo a mandarle perché bisogna raggiungere tutti, dobbiamo trovare il modo. Non si può sostituirle con la comunicazione online, visto che c’è chi non ha il Pin” ha detto in occasione di un workshop sulle ‘nuove sfide della rete’. Parlando ai giornalisti Boeri ha sottolineato il “rapporto fiduciario” che deve esserci fra cittadino e Inps e, ha aggiunto, “il livello fiduciario non può prescindere dal rapporto personale”.

L'”Inps vuole investire molto in Spid (sistema unico per la gestione dell’identità digitale ndr), ma credo che questo progetto non toglierà mai la necessità dei cittadini di avere con la P.a anche rapporti diretti, che vanno oltre il digitale”. Allargando l’orizzonte del suo ragionamento il professore della Bocconi ha finito per toccare il tema della tutela del risparmio, terreno politicamente sensibile specie dopo il crac di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara. “La tutela del risparmio passa dalla consapevolezza” ha seguitato e “proprio chi non è digitalizzato è chi ha più bisogno” di essere reso consapevole, sapere quanto potrebbe avere di pensione. In altre parole restringere solo ai digitalizzati consapevolezza e conoscenza sul proprio futuro pensionistico significa escludere proprio i più deboli, chi ha più bisogno di sapere cosa l’Inps potrà garantirgli per il futuro ed eventualmente provvedere, integrandolo con il risparmio e con fondi complementari la sua pensione. “Non è solo una questione di digital divide – ha affermato ancora Boeri – Per noi è fondamentale mandare a casa dei cittadini le comunicazioni anche con strumenti tradizionali perché dobbiamo coinvolgere tutti”.

Sempre nel corso dell’intervista con Maria Latella, replicando proprio a un quesito posto sulle “buste arancioni” molto attese ma non ancora arrivate, Boeri ha evidenziato che per due volte è stato cancellato dalla Legge di Stabilità un emendamento che consentiva di spostare risorse Inps da una posta all’altra per le spese postali. Due ‘sbianchettature’ che, si è augurato, non siano state una piccola vendetta alla proposta di eliminare i vitalizi parlamentari. Una battuta che gli ha attirato in un sol colpo i malumori da più parti del mondo politico.

I cittadini non digitalizzati verranno invitati a dotarsi di SPID attraverso l’invio a casa delle buste con la simulazione della pensione

INPS E AGID INSIEME PER AVVICINARE I CITTADINI AI SERVIZI DIGITALI

Promuovere l’utilizzo di internet e dei servizi digitali della pubblica amministrazione e aumentare la consapevolezza finanziaria e previdenziale degli italiani per tutelare il risparmio al fine di contribuire, attraverso l’innovazione digitale, allo sviluppo economico, culturale e sociale del Paese.

Risponde a queste esigenze la nuova iniziativa “Cittadino Digitale” che vede Inps e Agid collaborare su diversi fronti per ridurre il digital divide e facilitare un’ampia diffusione di SPID – il nuovo sistema pubblico di identità digitale – tra i cittadini censiti nel corso degli anni dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

Il progetto “La mia pensione” e l’invio delle buste arancioni

Grazie al progetto Inps-AgID verranno inviate a casa di 7 milioni di lavoratori le buste contenenti la previsione della loro pensione futura; l’iniziativa consentirà di sensibilizzare i contribuenti non ancora in possesso di strumenti per l’accesso ai servizi on line ai vantaggi della digitalizzazione.

La comunicazione, che conterrà un prospetto dell’estratto conto contributivo e la simulazione di base, inviterà i destinatari a richiedere SPID per accedere a tutte le funzionalità aggiuntive offerte dal servizio online di simulazione della pensione, informando i cittadini dei vantaggi introdotti dalla nuova identità digitale unica per l’accesso a tutti i servizi della pubblica amministrazione e dei privati che aderiranno.

L’obiettivo dell’iniziativa è quello di riuscire a raggiungere diverse fasce di popolazione: secondo i dati Istat, infatti, nel 2015, soltanto il 60% degli italiani si è connesso a Internet e appena il 30% degli utenti ha utilizzato la rete per interagire con la pubblica amministrazione. Sono proprio le persone che attualmente non sono digitalizzate a necessitare maggiormente di informazioni sul loro futuro previdenziale e di una maggiore consapevolezza finanziaria nonché di informazioni sui vantaggi derivanti dall’utilizzo dei servizi online.

Inps, la prima amministrazione centrale ad aver implementato già dal 15 marzo SPID, il sistema pubblico di identità digitale, si impegna inoltre ad accelerare il processo di digitalizzazione dei propri servizi attraverso l’implementazione di PagoPA – il sistema unico per i pagamenti elettronici della pubblica amministrazione – di contribuire al processo di identificazione del domicilio digitale del cittadino che verrà gestito dall’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente e di favorire la migrazione verso le nuove identità digitali SPID degli utenti già in possesso di un pin INPS.

Carlo Pareto

Spagna bloccata. Il Governo che non c’è.

Sanchez e RajoyDa più di 100 giorni la situazione politica in Spagna è bloccata, PSOE e Ciudadanos che avevano trovato un accordo a fine febbraio non hanno però trovato i numeri in Parlamento, quindi da ieri, archiviate le festività pasquali e le processioni religiose, sono ricominciate quelle tra i corridoi del Parlamento. Consultazioni e nuove riunioni tra leader di partito, ma al momento non pare ci siano novità. Le nuove elezioni che potrebbero celebrarsi il 26 giugno prossimo sembrano l’unica opzione percorribile.

Solo oggi Albert Rivera, il giovane segretario di Ciudadanos, il nuovo partito centrista, ha dichiarato “solo una cosa è peggiore delle nuove elezioni anticipate, Podemos al governo”. Ma una astensione del partito di Pablo Iglesias per spianare la strada a un governo PSOE – Ciudadanos non sarebbe sufficiente per assicurare la governabilità della Spagna. Se il PP non prende parte al progetto PSOE e Ciudadanos, ha dichiarato Rivera, a giugno gli spagnoli torneranno a votare.
L’unica alternativa sembrerebbe essere quella riproposta ieri, anche dal presidente del Governo in funzione Mariano Rjoy, una grande coalizione all’italiana che unisca il suo partito a socialisti e Ciudadanos: “L’aritmetica è aritmetica. Il Partito Popolare non può formare un governo se non riesce a raggiungere un accordo con il Partito socialista”.

Lo stallo politico che i partiti stanno facendo vivere alla Spagna, simile alla situazione vissuta in Belgio lo scorso anno, non sembra però bloccare le dinamiche interne dei maggiori partiti. Il PSOE a maggio attraverso le primarie dovrebbe esprimere il nuovo segretario, ma un probabile nuovo fallimento di Pedro Sanchez alla carica di presidente del governo sta portando Susana Diaz, padrona indiscussa dei socialisti in Andalusia, a scaldare i motori e schierare l’artiglieria pesante per diventare la nuova segretaria dei socialisti. La Diaz, e parte del PSOE che si oppone a qualsiasi tipo di collaborazione con Podemos e a ogni tipo di compromesso con i nazionalisti soprattutto catalani potrebbe avere le carte in regole per realizzare una doppietta niente male, diventare la prima donna segretaria dei socialisti, e candidata alla presidenza del governo, il tutto in poco più di un mese. Nel PP invece del dopo Rajoy non si parla, ma il partito ogni settimana deve fare i conti con nuove indagini e arresti per corruzione in tutto il Paese.

La prospettiva che la Spagna possa diventare il nuovo Belgio e rimanere per quasi un anno senza governo, potrebbe diventare una realtà, in caso di nuove elezioni che il calendario imposto dalla costituzione imporrebbe per fine giugno porta gli analisti politici a prevedere uno stallo fino a settembre inoltrato, quando tutti i partiti avranno giocato tutte le carte disponibili, in parlamento e nei congressi interni.

Sara Pasquot

Terrorismo, i social
fanno prima della polizia

EVIDENZA-TwitterCome già accaduto in occasione dell’attentato in Francia, anche questa volta i giornali – specie nelle loro edizioni on line – hanno listato a lutto i propri account. Perché – di nuovo – l’Europa è stata straziata nel suo cuore pulsante: quello che ospita le istituzioni europee.

E, immantinente, il web ha cominciato a rilanciare gli hashtag relativi al duplice attacco lanciato a Bruxelles. #PrayForBelgium e #BrusselsUnderAttack quelli più quotati, insieme a #Zaventem, nome dell’aeroporto di Bruxelles. Una triste riedizione di quanto già visto in occasione degli attentati di Parigi. Il primo ministro, Charles Michel, ha utilizzato, il proprio account per avvertire i belgi di restare in casa e seguire gli accadimenti in TV. Le notizie sono passate prima sui social network e poi sulle agenzie, mentre la polizia locale retwittava spesso indicazioni provenienti da privati cittadini. Le foto che tutte le TV rimandavano erano quelle riprese da chi era presente sul luogo degli attentati, come quella – terribile- della metro distrutta, scattata dallo stesso conducente.

Facebook aveva attivato prontamente il #SafetyCheck, ovvero la possibilità di segnalare il proprio stato di salute: in poche parole, tutti gli utenti collegati a una determinata persona che si trovava nei luoghi dell’attentato poteva sapere – attraverso un semplice alert pubblicato sul social dei social – il proprio stato di salute.

Alessia Chinellato

JOBS ACT ALLA FRANCESE

Sciopero in Francia contro Jobs ActNon è ancora finita la settimana nera del presidente francese Hollande, dopo lo schiaffo di ieri del progetto di riforma costituzionale che mirava a privare della nazionalità francese chi ha doppio passaporto e si macchia di reati di terrorismo, oggi il Paese protesta contro la Riforma del lavoro voluta dall’Esecutivo socialista.

La Francia scende di nuovo in piazza contro l’Esecutivo e la riforma del lavoro, definito il “jobs act alla francese”. Il nuovo sciopero indetto dai sindacati francesi e dalle associazioni studentesche ha riempito non solo le piazze, ma sta comportando notevoli disagi alla circolazione e al trasporto pubblico: Poco dopo le 8.30 di stamane vi erano più di 430 km di code nelle autostrade di ingresso a Parigi. Caos anche per i voli e i treni cancellati, per via dello sciopero dei controllori di volo.

Le compagnie che operano nell’aeroporto di Paris-Orly hanno dovuto annullare il 20% dei voli, un terzo quelli cancellati a Marsiglia. La direzione generale dell’aviazione civile (Dgac), che aveva anticipato alle compagnie una possibile riduzione dei programmi in vista dello sciopero dei controllori, non si aspettava di dover annullare dei voli ma solo ritardi e disagi, mentre nella capitale i passaggi della metropolitana sono stati ridotti del 25%.
Il Paese è fermo, con le scuole chiuse e nessun giornale andato in stampa. Mentre durante le numerose manifestazioni nelle principali città del Paese, ci sono già stati i primi scontri tra manifestanti e polizia in tenuta antisommossa, soprattutto nelle città di Nantes e Rennes. Ma a Parigi fa impressione la chiusura dell’iconica Tour Eiffel per via dell’imponente manifestazione nella Capitale francese. La decisione arriva dopo che la scorsa settimana le manifestazioni di Parigi sono degenerate in violenza, con auto bruciate e una trentina di arresti e scontri con la polizia.

Sciopero in Francia contro Jobs Act 2

“Ci saranno molte persone per le strade. Tutti i lavoratori sono interessati da questa legge” ha detto ieri Philippe Martinez, leader della Cgt, il principale sindacato che si oppone alla riforma del lavoro.
La ministra Myriam El Khomri, che ha dato il nome alla Riforma, intervistata alla radio, ha ribadito di avere come missione “il riassorbimento della disoccupazione” e di essere convinta che il fronte sindacale non sia compatto nella contestazione, ma le maggiori sigle sindacali hanno aderito allo sciopero, tutti ad eccezione della Cfdt, la più moderata e filogovernativa. Tuttavia la ministra si è detta disposta a cambiare alcune parti del testo durante il dibattito parlamentare per offrire un trattamento differenziato per le piccole e medie imprese, anche se già alcune modifiche sono state fatte dall’esecutivo rispetto al progetto iniziale, come la retromarcia fatta sulla norma che prevedeva di limitare gli indennizzi previsti per il lavoratore in caso di licenziamento.

La riforma come il nostro Jobs Act punta sulla flessibilità, rendendo più facile il licenziamento di tipo economico e affidando all’azienda un potere maggiore, soprattutto per la gestione delle ore lavorative. Nonostante il Governo abbia cercato di eliminare alcuni punti per ammorbidire l’opinione pubblica di fronte alle prime proteste.

“Non rinunceremo a questa riforma audace, intelligente e necessaria”, ha detto stamane il premier Valls. Queste manifestazioni rappresentano un vero e proprio test politico sul governo di Manuel Valls e soprattutto sul presidente François Hollande, già reduce dalle sconfitta sulla Riforma costituzionale, dai contrasti nel proprio Partito e sempre più basso nei sondaggi. Nel sondaggio di Ipsos-Sopra Steria, pubblicato ieri, Hollande sarebbe già eliminato al primo turno delle elezioni presidenziali, chiunque sia il suo diretto avversario. Mancano appena tredici mesi per le presidenziali e questa battuta d’arresto politico, mutua ulteriormente la possibilità di essere rieletto nel 2017 per un secondo mandato.

Maria Teresa Olivieri

Ustica, la tragedia tra storia e ragion di Stato
nel film di Martinelli

I resti della carlinga del DC) di ustica

I resti della carlinga del DC) di ustica

Da oggi (31 marzo) nelle sale italiane “Ustica”, il nuovo film scritto e diretto da Renzo Martinelli e interpretato da Marco Leonardi, Caterina Murino, Lubna Azabal, Tomas Arana, Federica Martinelli con Paco Reconti, Yassine Fadel, Joe Capalbo, Jonis Bascir, Shelag Gallivan e l’amichevole partecipazione di Enrico Lo Verso, musiche di Pivio e Aldo De Scalzi.
Una coproduzione Italia-Belgio a cui hanno partecipato il Ministero dei Beni Culturali e le Regioni Toscana, Basilicata, Sicilia e Lazio.
Dopo aver gettato una nuova luce sul caso Moro con “Piazza delle Cinque Lune” e aver raccontato la tragedia del “Vajont”, senza mai tralasciare nomi e cognomi dei responsabili, il regista Renzo Martinelli affronta il caso Ustica, uno dei più dolorosi misteri d’Italia. Tre le ipotesi che sono state di volta in volta avanzate sulle cause del disastro che provocò la morte di 81 persone: cedimento strutturale dell’aereo, una bomba a bordo, un missile. Nessuna di queste ipotesi è stata sino ad oggi provata.
Frutto di tre anni di lavoro a stretto contatto con due ingegneri aeronautici sull’enorme mole di perizie e testimonianze effettuate nel corso degli oltre trent’anni trascorsi da quella tragica notte del 27 giugno 1980, il film suggerisce una nuova, agghiacciante verità, supportata da materiale documentale.
La tesi del film, basato sulle 5 mila pagine dell’inchiesta del giudice Rosario Priore, è chiara: c’è stata una collisione in volo, un caccia americano F5-E ha urtato con un colpo d’ala il DC-9 mentre tentava di abbattere un Mig libico che si era nascosto dietro l’aereo passeggeri per sfuggire ai radar. La strage di Ustica è quindi una delle tante che non ha trovato spiegazioni nel nostro Paese, dopo la quale c’è stata una scia di sangue molto lunga come il Cermis e Ramstein. E su quest’ultimo disastro, la collisione in volo di tre ‘Freccie tricolori’ poi piombate sulla folla durante una manifestazione in Germania, il regista conferma le inquietanti ipotesi di Priore (il top gun Nutarelli delle Frecce Tricolori era forse un uomo da punire per quello che sapeva su Ustica, il suo aereo era ingovernabile e una manovra sbagliata di 4 secondi non è concepibile per un pilota della sua esperienza).

logo filmA bordo del DC-9 di Ustica c’erano 13 bambini tra cui Benedetta, 7 anni, figlia della giornalista Roberta Bellodi (Caterina Murino). L’Italia ha sempre avuto la moglie americana e l’amante libica, come dimostrano gli accordi dei servizi segreti con Gheddafi, il Mig 23 libico tallonava da vicino il Dc9 per non farsi rilevare dai radar. L’onorevole Corrado di Acquaformosa (Marco Leonardi) è il marito della professoressa Valja Bagdani (Lubna Azabal), pilota di elicotteri, che ritrova il Mig abbattuto dai caccia americani, l’autopsia sul corpo del pilota libico è stata falsata, i medici vengono minacciati, e Valja muore misteriosamente in un incidente stradale. Bisogna accettare la “verità di Stato” perché “la verità non esiste, tacerla può essere un merito” dice il sottosegretario Fragalà (Tomas Arana). I caccia sono partiti dalla base americana di Sigonella (la stessa da cui iniziò la fine politica di Craxi sul caso Achille Lauro nel 1985), c’è una base italiana a Grosseto da dove un certo Dettori addetto alla base ha visto tutto sui radar, poi è stato licenziato e ucciso.
Non sono gli storici a scrivere la storia, ma la ragion di Stato. ‘Il 27 giugno 1980 un caccia F5-E americano ha urtato in volo il DC-9 Itavia’, anche i quotidiani dell’epoca avevano fatto questa ipotesi, ma poi è stata insabbiata; ecco la verità che il film di Martinelli vuole fare emergere a oltre 35 anni di distanza.

Non è facile fare un film su Ustica (un altro dopo “Il muro di gomma” di Marco Risi), Martinelli fa il cineasta e non lo storico, alcuni episodi e personaggi sono invenzioni drammaturgiche, ma molte frasi riportate sono vere come quella dell’inversione a ‘U’ in autostrada in un momento di grande traffico (On. Zamberletti).
Gli uomini assomigliano più al loro tempo che ai loro padri dice Martinelli, e ieri è già passato remoto per i ragazzi di oggi, preistoria, ma tentare di fare finalmente luce sulla tragedia di Ustica è sempre meritorio, se non si capisce il passato del nostro Paese non si può comprendere bene nemmeno il presente.

Alessandro Sgritta

Bulgaria. Un nuovo sport
la caccia al migrante

Dinko18 febbraio 2016. Anton Hekimyan, conduttore del “blocco informativo mattutino” di bTV, il canale più seguito della tv bulgara, lancia un nuovo, appassionante (a suo dire) reportage. “Ora parleremo di Dinko”, illustra il giornalista, “un vero super-eroe”. Cosa rende Dinko così speciale? Il conduttore si affretta a spiegarlo ai telespettatori incuriositi: “Dinko combina la guida estrema di quad con la caccia ai rifugiati” e nel giro di qualche mese ha catturato “almeno venti persone, e a mani nude”.

Le immagini raccolte dall’emittente ci portano nelle campagne spoglie intorno al villaggio di Dolno Yabalkovo, a pochi metri dal confine turco-bulgaro. Qui il nostro Dinko, dopo aver dato breve dimostrazione delle sue eccezionali capacità di guida fuoristrada, racconta alla reporter di bTV l’ultima delle sue “eroiche” battute di caccia.

La Bulgaria e i migranti

In Bulgaria il flusso di rifugiati e migranti che transita attraverso il paese resta molto più basso rispetto ai paesi vicini (27mila persone nel 2015). Ciononostante, la questione divide profondamente classe politica e una società timorosa e preoccupata. Al confine con la Turchia continua la costruzione di una barriera in filo spinato che – una volta completata – dovrebbe coprire 132 chilometri. Il costo dell’infrastruttura è già lievitato a 100 milioni di leva (50 milioni di euro), cifra non definitiva e giudicata “stellare” dal quotidiano Sega. Nel frattempo, il 25 febbraio il parlamento di Sofia ha approvato all’unanimità la possibilità di schierare l’esercito al confine nel caso di nuova esplosione degli arrivi. Secondo il ministro degli Interni Rumyana Bachvarova, i militari non porteranno armi e non avranno compiti di polizia, ma “incuteranno rispetto con la loro presenza” lungo la frontiera. Nei mesi scorsi report del Belgrade Centre for Human Rights e di Human Rights Watch hanno denunciato frequenti maltrattamenti, violenze, rapine e respingimenti arbitrari delle autorità bulgare nei confronti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Il 15 ottobre 2015, in un incidente ancora non chiarito, un migrante afgano è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco esploso da un poliziotto di frontiera.

“Eravamo con un amico, quando improvvisamente un uomo è uscito dai rovi. Quando mi ha visto ha provato a spingermi, a colpirmi per scappare”, spiega Dinko. Per fortuna, però, il nostro “super-eroe” riesce a reagire e a mettere a terra l’uomo – che presto si scoprirà essere un rifugiato siriano “con addosso scarpe sfondate, jeans, una giacca e uno zaino sulle spalle” – con “due o tre cazzotti”.

Dinko scopre di avere a che fare con un gruppo di persone che hanno appena attraversato la frontiera: undici uomini, tre donne e un bambino. Un video – da lui stesso girato col cellulare – li dipinge come stanchi e remissivi. In realtà però, ci dice Dinko “gli uomini del gruppo erano aggressivi. Ma quando hanno visto due o tre di loro a terra, sanguinanti, sono venuti a più miti consigli”, confessa il “super-eroe” di fronte alle telecamere, con fare evidentemente compiaciuto.

Nessuna domanda interrompe il racconto, nessuno mette in discussione l’eroicità, la legalità o almeno l’umanità delle sue azioni.

Oltre alla conoscenza delle arti marziali, Dinko racconta senza falsa modestia di “sapere a perfezione l’inglese”. E proprio grazie alle sue capacità linguistiche riesce ad intimare ad un membro del gruppo: “Se non vi mettete tutti subito faccia a terra, ucciderò uno di voi”.

La giornalista, impassibile, si limita a chiedere se la minaccia abbia sortito gli effetti sperati. “Certo”, risponde Dinko, quasi stupito. “Se sai che morirai, non ti butteresti a terra anche tu?”

Il giorno seguente bTV torna a parlare di Dinko. Al contrario dei giornalisti dell’emittente – che non sembrano mostrare alcun dubbio – qualcuno tra i telespettatori ha alzato le sopracciglia sulla natura delle sue azioni. C’è addirittura chi vede come problematica l’etichetta di “super-eroe” affibbiata con tanta facilità dalla tv al cacciatore d’uomini “a mani nude”. (Alcuni giorni più tardi, la sezione bulgara dell’Associazione dei Giornalisti Europei ha inviato una lettera aperta alla direzione di bTV, chiedendo “come mai i giornalisti dell’emittente esaltino l’uso di violenza fisica, minacce di morte, arresti illegali e linguaggio offensivo”.)

Il nuovo servizio proposto ai telespettatori permette a Dinko di approfondire il suo pensiero. “Dovrebbero permetterci – a me e agli amici del club fuoristrada dei “Bricconcelli” – di pattugliare la frontiera il sabato e la domenica, col principio del ‘chi prendiamo, resta a noi’”.

Alla timida richiesta di maggiori spiegazioni, Dinko non si fa pregare. “Se spariscono nel nulla venti o trenta persone, credo che i migranti rinunceranno ad attraversare il confine. Certo che l’intenzione è ucciderli: che faccio, aspetto che siano loro a fare la pelle a me?”

La caccia al migrante, secondo Dinko, dovrebbe essere incoraggiata e regolamentata, e portare “un premio in denaro, che so, 50 leva (25 euro), per ogni ‘capo’ catturato”. Da vero “super-eroe”, però, Dinko naturalmente non pensa a sé. “I soldi li donerei subito alla chiesa”, rassicura sorridente di fronte allo sguardo amico delle telecamere. “Oppure all’orfanotrofio”.

Francesco Martino
da VoxEurope