mercoledì, 24 agosto 2016
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Opinioni e commenti
 

Libia, tre no dai tre presidenti
Pubblicato il 09-03-2016


Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono con il “dito sul grilletto”. Da sei mesi le pressioni sull’Italia per un intervento militare in Libia sono diventate fortissime. I vertici statunitensi premono su Matteo Renzi per ottenere o un’azione di terra con l’impiego di almeno cinquemila uomini (questa tesi è stata sostenuta dall’ambasciatore americano a Roma in una intervista al Corriere della Sera) o per spuntare il “sì” allo svolgimento di bombardamenti aerei assieme a caccia di Washington, Parigi e Londra.

Nel frattempo l’aviazione Usa sta effettuando dei raid selettivi su obiettivi mirati per colpire l’Isis e battere l’espansione dei terroristi islamici in Libia. Nel paese nord africano opererebbero anche delle truppe speciali statunitensi, francesi e inglesi, assieme ai rispettivi agenti dei servizi segreti, per indirizzare i raid aerei.

Il presidente del Consiglio italiano da tempo ripete: l’Italia è pronta ad intervenire in Libia contro il terrorismo, come del resto già avviene in Iraq e in Afghanistan, ma solo su richiesta di un governo di unità nazionale della nazione un tempo governata con pugno di ferro da Muammar Gheddafi. Ma i due Parlamenti, quello di Tripoli e quello di Tobruk, in forte antagonismo tra loro, ancora non hanno dato la fiducia a un governo di unità nazionale. Da dicembre si dà per fatta l’intesa, ma al dunque manca sempre il disco verde ad un esecutivo unitario.
Renzi ha ripetuto: «L’Italia farà la sua parte, ma la prima cosa da fare è che a Tripoli ci sia un governo solido, anzi solidissimo». Invece i contrasti tra Tripoli e Tobruk, tra le decine di tribù e le tante milizie cittadine, sono sempre forti; così la Libia continua ad essere sconvolta da una sanguinosa guerra civile e i terroristi islamici, impadronitisi di Sirte, cercano di allargare le loro conquiste.

La posta in gioco è il controllo di città, di territori, dei pozzi di petrolio e di gas, delle raffinerie (l’Eni storicamente è impegnatissima con uomini, mezzi e ingenti investimenti).
Proprio per la mancanza di un invito da parte di un governo unitario “oggi –ha rimarcato Renzi- non è all’ordine del giorno una missione militare italiana in Libia”. Più precisamente: “Con me presidente del Consiglio l’Itala a fare l’invasione in Libia con cinquemila soldati non andrà..
Sento parlare di cinquemila soldati: Che è un videogioco?”. Se la Libia è in preda del caos, delle bande, dei terroristi “è perché in passato qualche politico ha avuto la bella idea” di bombardare per cacciare Gheddafi senza pensare ad una soluzione politica per assicurare stabilità al paese.

Renzi ce l’ha “in particolare” con le incursioni dei caccia di Parigi che, improvvisamente, nel 2011 bombardarono l’esercito di Gheddafi senza pensare alle conseguenze.
Ora c’è da fronteggiare una tripla tragedia: la disgregazione della Libia insidiata dai terroristi del Califfato, le minacce di attentati dell’Isis all’Italia, il fiume di migranti in fuga con ogni tipo di imbarcazioni verso le nostre coste.
“Calma, buon senso, equilibrio” sono le tre parole chiave del governo italiano per dare una risposta alla crisi libica senza commettere passi falsi, evitando improvvise iniziative militari, con il rischio di ricompattare le molteplici milizie del paese nord africano contro “gli invasori occidentali”, commettendo l’errore di configurare l’idea di “una guerra di religione”. Il rapimento di quattro operai italiani, e l’uccisione di due di essi, è una tragedia che non si deve ripetere.

A dare una mano a Renzi sono scesi in campo anche Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ai primi di febbraio è andato a Washington per parlare con Barack Obama e sostenere la strada di un intervento solo sotto le bandiere dell’Onu e dietro richiesta di un governo unitario libico. Convinse il presidente degli Stati Uniti d’America. Obama commentò dopo il colloqui con Mattarella: «Abbiamo parlato degli sforzi congiunti per aiutare la Libia a formare un governo che permetterà alle loro forze di sicurezza di stabilizzare il territori e neutralizzare l’Isis». Il capo dello Stato italiano ha confermato questa impostazione nella riunione del Consiglio supremo di difesa di qualche settimana fa.

Napolitano, molto stimato negli Stati Uniti e in Europa, è su analoghe posizioni. L’ex presidente della Repubblica ha usato parole nette: «Il governo è prudente perché se non ci chiamano, nemmeno ci si va. Figuriamoci se ci si va con migliaia di militari senza neanche essere chiamati. Questo non esiste». È una secca bocciatura della richiesta emersa di inviare un corpo di spedizione di cinquemila soldati.
Renzi, Mattarella, Napolitano la pensano nello stesso modo. I “tre presidenti” non vogliono sentire parlare di pericolosissime avventure militari dalle possibili conseguenze sciagurate. Tutti i sondaggi danno gli stessi risultati: la gran parte degli italiani vuole debellare l’Isis, ma è contraria ad un’azione militare.

Rodolfo Ruocco

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Commenti all'articolo
  1. Condivido il contenuto dell’articolo, ma vorrei aggiungere due riflessioni: la prima è che lo stesso Presidente emerito (non ex presidente, non essendo decaduto) Napolitano, parlando al Senato si è espresso in questi termini: “Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità per la nostra sicurezza e fare attenzione alle minacce dirette per il nostro Paese …non possiamo accettare l’idea che il ricorso alle armi, nei casi previsti dallo Statuto delle Nazioni Unite, sia contrario ai valori e alla storia italiana. Generare l’illusione che non ci sia la possibilità di intervento con le forze armate in un mondo che ribolle di minacce, sarebbe ingannare l’opinione pubblica e sollecitare un pacifismo di vecchissimo stampo che non ha più ragione di essere nel mondo di oggi”, quindi lui stesso paventando un possibile intervento. La seconda riflessione, più complessa della prima è questa: se è vero che gli italiani, ma credo tutte le persone di buon senso, rifiutano l’idea di combattere, ma accettano quella di contrastare e addirittura debellare Daesh, la domanda sorge spontanea: come? Non penso che con questi criminali contro l’umanità, sponsorizzati da ricchi signori della guerra e qualche governo nemmeno tanto nascosto, siano così facilmente convincibili nei loro errori peraltro consapevoli delle loro doti di coinvolgimento delle popolazioni locali e del loro sostegno, almeno nell’immediato.

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