domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Accettare lo ‘scontro di civiltà’
fa il gioco di Daesh
Pubblicato il 29-03-2016


Recentemente, il famoso politologo ed esperto di islam  Olivier Roy ha pubblicato un editoriale su “Le Monde” che ha causato una accesa discussione in Francia e che a mio avviso sostiene una teoria da non trascurare assolutamente. Roy sostiene che il jihadismo europeo è (cit.) “Una rivolta generazionale e nichilista che nulla ha a che vedere con il radicalismo religioso che ma che va cercata nelle radici stesse della globalizzazione, della frammentazione dell’individuo, nella frustrazione e emarginazione delle seconde generazioni e dei nuovi europei convertiti”. Roy insiste sul fatto che Daesh peschi a piene mani in una fascia di giovani che già da tempo sono entrati in dissidenza con il sistema e con la propria società di riferimento,  e che trovano in Daesh, come prima in Al Qaeda o in altre sigle, “un’ etichetta” che permetta loro di sfogare delle pulsioni distruttive ed autodistruttive proprie di una affermazione assoluta del sé. Roy arriva a questa conclusione poiché esaminando le vite di questi giovani terroristi emerge il fatto che prima conoscevano poco o nulla il Corano, non frequentavano le moschee ed erano in aperta antitesi con la “tradizione” religiosa dei loro genitori. Molti di questi erano piccoli criminali connessi ai reati contro il patrimonio o allo spaccio. Questi ragazzi bevevano alcolici, usavano droghe, frequentavano locali notturni. Non certo dei musulmani osservanti dunque. Poi la svolta radicale con Daesh. Perché? Io concordo sulle tesi di Roy (invito tutti a leggere l’editoriale su “Le Monde”), e aggiungo che per certi aspetti mi ricorda molto i fenomeni sociali e culturali nati a cavallo tra le due guerre, come il futurismo o l’arditismo, sulla base del pensiero superomistico di Nietzsche, sul principio di una “costruzione ex nihilo” del proprio futuro e sul rifiuto della  “società molle e borghese”, in questo caso non cercando di modificarla ma di distruggerla. Non mi riferisco solo alla “civiltà occidentale” ma anche alla stessa “civiltà islamica”. L’islam salafita infatti rifiuta ogni nozione culturale, è completamente sganciato dalla “tradizione” islamica e permette ad ogni individuo di “costruirsi” da solo, di fare storia a sé, di ergersi arbitro onnipotente della propria esistenza e di quella altrui.

Tuttavia, se gli arditi avevano dalla loro il fatto di essere reduci dalle trincee della Grande guerra, questa generazione è reduce solo di sé stessa e dell’anonimità della società globalizzata e iperframmentata, e cerca i “15 minuti di notorietà” sostenuti da Warhol in una vampa di distruzione e autodistruzione. Non entro nel merito del “cui prodest” perché chiaramente ci sono sempre uno o più attori che traggono vantaggi da questa destabilizzazione. La mia modesta analisi si limita alla base, alla gente comune.  Concludendo, a mio avviso considerare in maniera riduttiva questi episodi come uno “scontro di civiltà” fa il gioco di Daesh nel destrutturare tutto il sistema mondiale. In quanto socialisti è nostro dovere avvertire la società e lo Stato che fenomeni del genere sono estremamente pericolosi: negli anni ‘20 del XX secolo trascurare questi fenomeni portò al fascismo e alla seconda guerra mondiale. Oggi il fenomeno, essendo molto meno politicizzato, è paradossalmente ancora più pericoloso.

Nicola Simone

 

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Commenti all'articolo
  1. Quando si parla, in via generale, degli “incontri” e dei rapporti tra l’una e l’altra civiltà, ossia di una circostanza che la globalizzazione ha indubbiamente intensificato, ci si addentra su un terreno piuttosto accidentato, delicato e controverso, dove ciascuno esprime o coltiva proprie teorie, le quali si distribuiscono e dividono tra due opposte posizioni, tra loro piuttosto distanti.

    Da un lato c’è la convinzione che occorra lasciarsi totalmente “contagiare” dalle altrui culture, trazioni, consuetudini, perché il multiculturalismo porta energia e vigore, prospettiva, mentre dall’altro canto troviamo l’attaccamento e la difesa ad oltranza dei propri costumi e della propria identità nazionale.

    Il formarsi di un pensiero comune, cioè di popolo, su una questione di questa portata, nel senso di veder maturare un’opinione largamente condivisa, che si attesti semmai su posizioni intermedie, richiede tempo e gradualità, perché all’interno della stessa società, e non dunque nei confronti di altre etnie e civiltà, devono potersi confrontare, e anche, scontrare punti di vista differenti, per poi possibilmente trovare, o cercare di farlo, punti di equilibrio e mediazione.

    In questi anni l’’incombere e incedere tumultuoso degli eventi non ha verosimilmente concesso il tempo necessario a questa “maturazione”, ma a me pare doversi anche aggiungere un certo qual “scompenso” nel percorso di formazione del pensiero comune, scompenso rappresentato dal fatto che ha faticato ad esporsi la tesi di taglio più “nazionalista” o “patriottico”, perché giudicata retrograda, superata, oppure xenofoba, o quantomeno non politicamente corretta.

    In tal modo il dissenso verso un eccessivo multiculturalismo, o ritenuto comunque tale, è rimasto per così dire sotto traccia, tanto da non far comprendere appieno la sua dimensione, per poi incanalarsi, almeno così pare, verso quei movimenti politici che su questo problema hanno assunto posizioni più radicali, e ora non sembra affatto semplice la composizione tra le differenti visioni delle cose (per giungere a quel pensiero comune di cui sopra dicevo).

    Paolo B. 31.3.2016

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