giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ada Prospero Gobetti, l’educazione democratica
Pubblicato il 06-03-2016


Ada Prospero

Ada Prospero

La personalità e l’impegno educativo di Ada Prospero, moglie sfortunata di Piero Gobetti, sono stati oggetto di molteplici studi e di raccolte antologiche. La morte del coniuge, avvenuta a Parigi il 15 febbraio 1926, è vissuta come unione «eccezionale» e legame di arricchimento culturale. Essa non lascia inattiva la giovane Ada (era nata a Torino il 14 luglio 1902), che dopo la scomparsa del marito avverte la necessità di ritrovarsi, maturando una scelta antifascista fino a sfociare in un’intensa attività contro il regime mussoliniano durante la Resistenza. Trascurata per molti anni, solo in anni recenti Ada Prospero è stata riscoperta come militante politica, traduttrice e pedagogista grazie ai lavori di Maria Elena Mancini, Emmanuela Banfo, Piera Egidi Bouchard e Maria Cristina Leuzzi.

Assente nell’«Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza» (1971) e nel «Dizionario biografico» del movimento operaio (1976), Ada Prospero ha un ruolo attivo nel gruppo torinese di «Giustizia e Libertà» e in quello femminile che opera nella lotta nazionale contro il nazi-fascismo, di cui lascia una narrazione appassionata nel suo Diario partigiano (1956). Eppure fino agli inizi degli anni Ottanta, le indagini su Ada Prospero come vicesindaco del Comune di Torino (1945-46), si riferiscono agli anni che trascorre vicino a Piero Gobetti come collaboratrice di «Energie Nove» e di «Rivoluzione Liberale». Venuta meno la tendenza degli studiosi a considerarla come una personalità «sentimentale ed entusiastica», ella viene riscoperta come pedagogista da Maria C. Leuzzi, che pubblica i suoi scritti editi dal 1953 al 1968 (Lacaita, Manduria 1982). A quelli editi sul periodico «Il Giornale dei Genitori» ella aggiunge così gli articoli pubblicati su «l’Unità» in una volume intitolato Ada Gobetti e l’educazione del vivere democratico. Gli anni Cinquanta di Ada Prospero Marchesini (Anicia, Roma 2014, pp. 143).

Il decennio 1955-1965 è emblematico per comprendere gli interessi culturali di Ada Prospero, che propone un modello educativo finalizzato a un progetto di «democrazia espansiva» sulla base dei valori costituzionali. Il suo richiamo alla responsabilità dell’individuo e ai suoi doveri, più che dalla dottrina marxista, sembra derivare in parte dall’insegnamento pedagogico di Giuseppe Mazzini che ne caldeggia la priorità sui diritti e concentra l’educazione nei luoghi preferenziali della famiglia e della scuola. Questo motivo è presente negli articoli che scrive per la testata romana «Paese», poi divenuta «Paese Sera», o per l’edizione piemontese de «l’Unità», in cui si cimenta nelle recensioni di libri e di film, discute commenti della cronaca quotidiana o dei fatti di costume tramite la rubrica «Posta dei lettori». Dai numerosi interventi emerge l’interesse per il fatto educativo, che presenta un aspetto problematico e complesso, nell’analisi della famiglia, in quella dei problemi della coppia o del rapporto tra docente e discente. Ne deriva una proposta innovativa, che si differenzia nelle conclusioni dalla tradizione marxista o mazziniana nello sforzo che Ada Prospero compie per dimostrare che l’educazione non può essere rinchiusa nell’àmbito della sezione, della bottega, del cinema o del campo sportivo, ma deve coinvolgere tutta la società.

Questo nuovo leitmotiv si riassume nella formula «Siamo tutti educatori», che compare nel primo articolo apparso nel 1953 sul periodico «Educazione democratica», diretta insieme a Dina Bertoni Jovine. E riflette un pensiero che estende l’impegnativo categorico di ciascuno a dare testimonianza delle diverse coordinate educative. Il rifiuto dell’educazione come funzione esclusiva dello Stato etico si unisce alla condanna del modello stereotipato del fascismo, volto a rinchiudere la donna nella sfera riproduttiva e l’uomo nell’autoritarismo paterno. Il rifiuto del ruolo della donna remissiva è connesso alla necessità dei coniugi di svolgere il loro «mestiere genitoriale», al loro reciproco dialogo e alle difficoltà quotidiane incontrate nel vissuto quotidiano.

Parimenti la scuola deve ispirarsi al dialogo, inteso alla maniera di Guido Calogero e alle elaborazioni che egli presenta nel corso di pedagogia tenuto nel 1938-39, confluito nel libro La scuola dell’uomo (Firenze 1939) e richiamato nel mio volume Intellettuali laici nel ’900 italiano (Padova 2011, pp. 198-199). La proposta pedagogica di Calogero, basata su un’etica laica, deve riflettere una tensione ideale verso un mondo di valori profondamente radicato nell’uomo. L’aspetto fondamentale di questa nuova visione riguarda la rivalutazione della coscienza, nell’àmbito della quale la presenza individuale deve essere coniugata con la moralità che è data dalla «posizione dell’esistenza altrui» (La scuola dell’uomo, ivi, p. 199). Il saggio non ha una buona accoglienza da parte di Aldo Capitini, mosso da un’istanza etica aperta al dialogo, ma incentrata su una visione religiosa distante dalle riflessioni di Calogero e di Piero Calamandrei.

Non condivisibile è quindi la tesi dell’autrice, che ritrova assonanze tra le posizioni pedagogiche di Calogero e di Capitini con quelle di Ada Prospero, presentata come una intellettuale vicina al liberalsocialismo e volta ad accentuare negli anni le sue riflessioni nel suo «Giornale dei Genitori». Idealità e prassi educativa diverse che portano invece Ada a un impegno politico nel partito comunista e ad un’ammirazione verso la pedagogia di ispirazione sovietica. La presentazione agiografica di Ada Prospero, vincolata al messaggio politico gobettiano, non rende onore alle sue nuove riflessioni, volte alla comprensione degli avvenimenti reali e della direzione verso cui si muove il processo democratico nell’Italia contemporanea. Il modello educativo di Ada Prospero, riprende le istanze di una trasformazione etica per il mutamento strutturale della società, ma presenta risvolti utopici, seppure proiettati alla ricerca di rapporti umani più soddisfacenti alla convivenza familiare e civile.

Nunzio Dell’Erba

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