martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Al Santa Cecilia Albrecht sostituisce Gatti nelle sinfonie di Schumann
Pubblicato il 22-03-2016


Marc Albrecht, direttore

Marc Albrecht, direttore

Questa sera con l’ultima replica al Parco della Musica di Roma si conclude il ciclo delle quattro sinfonie di Robert Schumann. Il presidente della Fondazione Santa Cecilia, Michele dall’Ongaro, prima del concerto di ieri dal podio ha annunciato:

“Il maestro Daniele Gatti non ha potuto dirigere i concerti di sabato 19, lunedì 21 e martedì 22 marzo causa un improvviso problema di salute di lieve entità. Sul podio dell’Orchestra e del Coro di Santa Cecilia salirà Marc Albrecht, attuale direttore stabile della Netherlands Opera e delle Orchestre filarmoniche e da camera olandesi”.
Il concerto, invariato con le sinfonie schumanniane n. 2 e n. 4 e lo Schiksalslied (Canto del destino) di Johannes Brahms su testo di Hölderlin, interpretato dal Coro di Santa Cecilia, si è aperto in religioso silenzio dopo un breve raccoglimento di cordoglio rivolto alle giovani vittime in terra spagnola dell’Erasmus.
Il maestro Albrecht, nato nel 1964 a Hanover in Germania, presenza dinamica sia sui podi delle più importanti orchestre che nelle buche dei teatri lirici, è particolarmente acclamato per le interpretazioni delle opere di Wagner e Strauss e per l’impegno per la musica contemporanea.

Coro Santa Cecilia

Coro Santa Cecilia

Bacchetta disinvolta, con una gestualità teatrale, fortemente scenografica, ha catalizzato ed incantato il numeroso pubblico presente, soprattutto nelle gallerie, dirigendo impeccabilmente un concerto certamente non facile e dalle tante contraddizioni impiantistiche con le quali il compositore fece i conti essendo uomo soprattutto di tastiera.

Per un genio “del colore e della sfumatura” qual è Robert Schumann (Zwickau 1810 – Endenich, Bonn 1856) quando si parla di un suo qualsiasi lavoro sinfonico e del valore della sua tecnica orchestrale non si può eludere il “beethovenismo”. Nei lavori per pianoforte già nell’Ottocento si diceva che il suo stile orchestrale è impersonale e uniforme e che i dislivelli espressivi e l’aspra sonorità di molti suoi “pieni” d’orchestra dipendessero da un’insufficiente imitazione di Beethoven: la Seconda è forse la sua sinfonia che più soffre questa sudditanza, almeno esteriormente.

Abbiamo avvertito da pubblico che scrive per il pubblico una grande coralità d’insieme, una conduzione perfetta e un’orchestra che seguiva con entusiasmo ogni gesto impostativo del suo maestro. La Seconda chiudeva la prima parte del concerto con applausi a non finire: e questo basta!

Con una lunga passerella dei coristi di Santa Cecilia, diretti dal maestro Ciro Visco, che maestosamente hanno preso posto sugli spalti retrostanti l’orchestra, Schicksalslied, (Canto del destino) op. 54, di Johannes Brahms (Amburgo 1833 – Vienna 1897) ha interrotto l’intervallo portando il parterre per mano verso la n.4, ultima del ciclo, coinvolgendolo totalmente per il resto della seconda parte.
Le qualità alte delle sinfonie di Schumann non sono le sue architetture o la sua oratoria sonora, sono invece le originalità formali, perfino le genialissime incoerenze, che avvicinano questa Quarta, che si proponeva di essere una sinfonia classica, a un poema sinfonico romantico. Come esempio della consapevole “indipendenza” e “orecchiabilità” del compositore nella scrittura sinfonica, va ricordato che in un primo momento voleva intitolarla “Sinfonia Fantasia”.

Gli studi più recenti ribadiscono che il sinfonismo di Schumann è una delle chiavi di volta della creatività orchestrale del XIX secolo, “per le influenze suscitate sulle generazioni successive di compositori”. Da Bruckner a Mahler, ed altri ancora, tutti sono stati stimolati da questo anelito a rappresentare il mondo dei sentimenti in una forma fantastica e dall’inesausta sua lotta per il rinnovamento della musica.

Guerrino Mattei

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