martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Aldo Capitini, il profeta disarmato
Pubblicato il 21-03-2016


«È morto il prof. Aldo Capitini. Era una eccezionale figura di studioso. Fautore della non violenza era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia. Lo conoscevo poco di persona. Invece avevo con lui una vecchia collaborazione epistolare nel senso che mi scriveva sovente di ognuno dei problemi morali posti dalle società contemporanee. […] Capitini era andato contro corrente all’epoca fascista e di nuovo nell’epoca postfascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello». Questo brano, tratto dai Diari  (Milano 1983, p. 228) di Pietro Nenni, è ricordato nel recente libro Aldo Capitini. La bellezza della luce. Invio a (ri)scoprire il pensiero di un profeta della nonviolenza, antifascista, eretico, vegetariano (Edizioni Efesto, Roma 2015, pp. 101) di Roberto Fantini.

    Come si evince dal titolo, l’opera di Capitini – nato a Perugia il 23 dicembre 1899 e morto a il 19 ottobre 1968 – è  racchiusa in alcuni temi ben precisi: antifascismo, vegetarianesimo, omnicrazia, pacifismo religioso, nonviolenza, liberalsocialismo. Il titolo è  suggerito all’autore da alcune parole contenute in un brano  del volume La compresenza dei morti e dei viventi (Milano 1966, p. 256), là dove Capitini utilizza la metafora della luce per chiarire il suo pensiero nel rapporto dialogico tra gli uomini. Un’idealità che percorre la vicenda esistenziale di questo intellettuale che, nato povero (il padre era custode del campanile), riuscì a vincere una borsa di studio alla Scuola Normale di Pisa, laurearsi nel 1928 e a ricoprire due anni dopo l’incarico di segretario economo della università cittadina.

    Nel marzo 1933 il rifiuto di prendere la tessera fascista segnò una svolta nella vita culturale di Capitini, che – già critico verso Mussolini per il Concordato stipulato con la Chiesa cattolica – accentuò la sua opposizione verso il regime con una forma precisa di «non collaborazione», elaborata poi nel volume Elementi di un’esperienza religiosa (1937). Il libro rivelò i temi principali della sua riflessione,  che non voleva essere né un programma di partito né il progetto della fondazione di una nuova religione. Esso, che per l’autore contiene in nuce il pensiero più maturo, sarà integrato da una nuova introduzione (1947) e sviluppato in alcuni temi essenziali, rimasti nel trentennio successivo immodificabili nei suoi aspetti essenziali.

    Sull’antifascismo l’autore dedica un documentato capitolo (pp. 36-52), in cui espone le posizioni di Capitini, che da un iniziale «patriottismo scolastico» passa a un atteggiamento critico verso un regime basato sulla rozza agggressività e sulla volgare bramosia di saccheggio. L’opposizione verso il fascismo assume una venatura religiosa, che lo porta a rifiutare la Chiesa gerarchica e ad approfondire le teorie degli «spiriti religiosi», quali Cristo, Budda, San Francesco, Mazzini, Gandhi. Al loro messaggio egualitario, intriso di fervore religioso, Capitini si accostò per il loro esempio di vita, il rifiuto di ogni forma di tirannide ed ogni «istituzionalismo tradizionale». Di San Francesco egli condivise l’amore verso la natura e gli animali, mentre di Gandhi accolse il metodo della nonviolenza, «propugnando – come scrive giustamente l’autore – l’adozione e l’applicazione di una strategia di “non collaborazione”, nella profonda convinzione che ciò avrebbe potuto rappresentare un’esperienza collettiva catartica, capace di purificare l’intero popolo dalle “tante scorie” accumulate» (pp. 39-40).

    Sulla base di questo convincimento Capitini accolse la dottrina vegetariana intesa come ribellione verso una politica fondata sul culto della violenza e protesa verso velleità militaristiche. Al vegetarianesimo l’intellettuale umbro dedica numerose pagine, che sono considerate intense dall’autore e utili a spiegare «sia le ragioni contingenti sia quelle più squisitamente filosofiche che stanno alla base della sua scelta» (p. 75). Emblematico un brano, là dove Capitini afferma: «Col vegetarianesimo (cioè non nutrendosi della carne degli animali macellati, ma di prodotti della terra, e di derivati dagli animali, ma senza ucciderli) si realizza principalmente il riconoscimento del valore dell’esistenza di quegli esseri animali contro i quali si decide di non usare l’uccisione, e, di riflesso, si realizza una maggiore persuasione che non si debba usare violenza contro gli esseri umani» (Elementi di un’esperienza religiosa, p. 74). Il vegetarianesimo, inteso come liberazione sociale, è coniugato con la vita religiosa, di cui Capitini investe l’intero genere umano per dar vita a una realtà diversa, libera dai limiti e sempre volta al bene. L’estensione dell’amore verso gli animali travalica barriere fisse e invalicabili, che devono essere superate con il rifiuto di una visione antropocentrica e l’accettazione di una solidarietà di tutti i singoli viventi in «una sintesi di Uno e di Tutti ad un alto livello» (p. 81)

    Il fascismo, come regime basato sul colonialismo e sulla violenza ad altri popoli, fu respinto da Capitini non solo per l’esaltazione della guerra e per il terrore della sua polizia, ma anche per la persecuzione degli ebrei e la difesa della borghesia. Nel decennio 1933-43 egli prese contatti con molti giovani, esortandoli ad un impegno civile basato sulla «non collaborazione» e sulla lotta pacifica all’intreccio perverso di dispotismo e di ingiustizia sociale. Da qui le simpatie verso il liberalsocialismo, di cui cercò di coniugare l’ideale di giustizia con la libertà intesa come aspetto peculiare dell’individuo, del gruppo e della società. Questi due ideali, animati da un profondo afflato religioso, fanno di Capitini il promotore di una nuova eresia, a cui l’autore dedica alcune pagine interessanti (pp. 54-73). Con il suo contributo al movimento liberalsocialista, egli aspirava a «portare l’anima alla libertà e alla socialità della civiltà futura», ma il suo rifiuto di aderire al Partito d’Azione fu nocivo alla diffusione del suo pensiero. Come pure nocque ad essa il suo ideale di superare gli steccati ideologici e promuovere un’azione pratica senza divisioni di partito, di religione e di etnie. La costituzione dei Centri di orientamento sociale (Cos), avvenuta nel 1944 e promossa per pochi anni in Umbria e in Toscana, vide l’ostilità dei partiti; come quella successiva dei Centri di orientamento religioso (Cor) subì un’aspra critica della Chiesa pontificia per la proposta di una riforma religiosa, di cui Capitini aveva tracciato le sue linee fondamentali nel libro come Religione aperta (1955), messo all’indice un anno dopo la sua pubblicazione.

Nunzio Dell’Erba

 

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