mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Un po’ de ‘Il Gattopardo’ nel capolavoro di Bassani
Pubblicato il 01-03-2016


Un fotogramma del film di Vittorio De Sica 'Il giardino dei Finzi Contini'

Un fotogramma del film di Vittorio De Sica ‘Il giardino dei Finzi Contini’

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma la spinta, l’impulso a farlo veramente, l’ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957”. Dopo una gestazione lunghissima che risale agli anni Quaranta, nel 1962 Bassani pubblica il suo primo vero romanzo, Il giardino dei Finzi-Contini.
Però, contrariamente a quanto scrive lo scrittore, se si presta attenzione al tempo della composizione vera e propria dell’opera che comprende gli anni 1958-1961, non è infondato il sospetto che le problematiche sollevate dal
Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa abbiano contribuito ad accelerare la stesura del Giardino dei Finzi-Contini, che Bassani elaborava da almeno vent’anni, e a modificarne l’originaria struttura. Come è noto, subito apprezzato dai lettori più disparati, nel giro di poco tempo Il Gattopardo divenne un best seller, ma suscitò anche clamori, equivoci e polemiche, perché attraverso le sue pagine presentava un’immagine eretica delle vicende che si svolgevano nella Sicilia del 1860, all’epoca del trapasso dal regno borbonico al regno d’Italia. È vero infatti che il romanzo desacralizzando il Risorgimento come una costruzione retorica e condannando – in maniera allusiva – alla “non speranza” le utopie palingenetiche legate alla Resistenza (“Per il momento[…] delle camicie rosse non si parla più, ma se ne riparlerà. Quando saranno scomparse queste ne verranno altre di diverso colore: e poi di nuovo rosse. E come andrà a finire?”), ci faceva percepire che la realtà storica è assai complessa e non sempre coincide con il progresso e il miglioramento della società. Veicolava verità che in quegli anni molti intellettuali non erano disposti ad accettare.
Come lo scrittore Leonardo Sciascia e il dirigente comunista Mario Alicata, che al solo sentire nominare
Il Gattopardo dava in escandescenze, e che in una prefazione a una edizione russa del romanzo così scriveva nel 1961: “Le tesi che sono alla base dei giudizi del Principe Tomasi di Lampedusa a proposito degli avvenimenti storici che rappresentano lo sfondo del suo romanzo si distinguono dalle tesi espresse dalla letteratura e dai film progressisti. Mentre gli artisti progressisti mirano innanzitutto a sottolineare la novità rappresentata dal protagonismo delle masse italiane, contrapponendo questa novità alla inerzia delle vecchie classi dirigenti, l’autore del Gattopardo afferma che l’inerzia non è solo delle vecchie classi dirigenti ma che tutta la Sicilia ‘è addormentata’”.
Per Bassani, invece, polemico nei confronti della “lagna neorealista” e autore delle
Cinque storie ferraresi, in cui aveva denunciato la crisi degli ideali della Resistenza, era facile riconoscersi nella scrittura mai enfatica e dal registro ironico di Tomasi di Lampedusa, nello scetticismo di chi non credeva al mito del Risorgimento incarnato nell’avidità, nella rozzezza e nella vanità dei tanti Calogero Sedàra sparsi nello Stivale, moralmente e politicamente poveri, non in grado di mettere l’Italia al passo con l’Europa moderna. Alle soglie degli anni Sessanta del Novecento che registravano la crisi dei valori collettivi e l’espansione dei consumi, l’incontro con il romanzo di Tomasi di Lampedusa che vedeva protagonisti il principe di Salina e la sua famiglia, travolti da eventi e dall’ascesa di nuove forze sociali che li condannano a un decadimento inarrestabile, agisce sul pessimismo esistenziale e politico di Bassani e lo spinge a riprendere in considerazione il progetto di raccontare l’aristocratica famiglia ebrea dei Finzi-Contini che, come quella del Gattopardo, vive appartata e seguendo rituali ben precisi, in attesa di essere spazzata dalla violenza delle leggi razziali. Progetto che non a caso lo scrittore porta a compimento nel 1958-1961. E così l’esile vicenda sentimentale tra due giovani ebrei ferraresi al centro dell’idea narrativa originaria di Bassani, ampliata e reimpostata con blocchi narrativi ispirati all’esperienza umana e politica dello scrittore, alla sua passione per l’arte e la storia, introducono nel Giardino dei Finzi-Contini importanti spunti di riflessione storico-culturale e morale che permettono al romanzo di acquistare un senso più generale e significativo che lo sottrae al deposito delle memorie private.
Un indizio della mutata predisposizione di Bassani verso la materia narrativa che ora intende dipanare, si coglie già nel
Prologo del romanzo, che non si limita solo a comunicare in anticipo i luoghi e gli ambienti del racconto, i tempi e i temi della vicenda e dei suoi personaggi. Qui, infatti, l’aria di euforia e di libertà, che si respira alle soglie del boom economico e che fa da sfondo a una visita alla necropoli etrusca di Cerveteri, registra il disagio dell’ io-narrante di fronte ai primi segnali della modernizzazione convulsa che vede protagonista una società distratta e allegra, impegnata a cancellare se stessa e il proprio passato, come si evince dalla sua indifferenza ai valori della bellezza e della memoria. Come nel Gattopardo, voglio dire, anche nel Giardino dei Finzi-Contini il tempo lontano, il passato è evocato come presa di distanza dal presente, e in particolare dalla miseria ideale e politica dell’Italia postfascista.
In questo senso, la ricerca del vero e i valori etici sottesi all’inclinazione disinteressata del protagonista del
Gattopardo per la lettura, la scienza e la matematica, speculare alla passione per la letteratura che nel Giardino dei Finzi-Contini lega l’ io-narrante, il professore Ermanno e la figlia Micòl, oltre che nascere dal bisogno dei nostri personaggi di estraniarsi dalla retorica e dai rivolgimenti del loro tempo e di esorcizzare la violenza della storia, possono essere intesi anche come antidoto ai valori dell’ astuzia, dell’intraprendenza e del pragmatismo delle nuove classi dirigenti che, a partire dai tardi anni Cinquanta del Novecento, guidano le trasformazioni sociali che avrebbero cambiato i rapporti di produzione, la mentalità, i costumi e i gusti estetici degli italiani, lacerando l’anima e il volto del nostro Paese.
Lorenzo Catania

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento