martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Bianca come il latte,
rossa come il sangue…
donare per amore
Pubblicato il 07-03-2016


Bianca-come-il-latte-rossa-come-il-sangueUn giovane adolescente scoprirà l’importanza di un gesto di coraggio e di amore: la donazione di un organo. Da sempre afflitto da sensi di inferiorità per la mancanza di coraggio appunto e per la paura di esternare le sue emozioni, follemente terrorizzato all’idea di dichiararsi alla ragazza che ama, metterà in pratica quello che si dice: “dare la vita per amore”.

L’essere un donatore di midollo convinto, fermo sulla sua posizione contro la titubanza dei genitori, è al centro di “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, per la regia di Giacomo Campiotti, autore della serie di successo di “Braccialetti Rossi”. E il protagonista, infatti, in attesa che arrivi in tv la terza stagione, sembra proprio uno di loro. In particolare, viene naturale il rimando con il leader di Braccialetti (interpretato da Carmine Buschini): stesso nome, Leo, e la maglietta che indossa con l’immagine di un leone. Solamente che quello di “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, non è una figura carismatica, anzi è un po’ asociale e chiuso nel suo mondo, non ama il confronto con il gruppo che sfugge. Nel film non c’è però soltanto il rapporto dei giovani con la malattia, non è solo il racconto di formazione della maturazione di un ragazzo fragile e non si limita neppure meramente a portare sullo schermo una romantica storia d’amore, un po’ triste, melodrammatica e strappalacrime su un amore impossibile quasi da tragedia e tragico perché ripercorre la linea che fu la chiave di successo de “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano.

“Bianca come il latte, rossa come il sangue”, ci invita a riflettere sulla coscienza etica della donazione di organi e, soprattutto, insiste sul peso che le decisioni che prendiamo hanno su chi ci circonda e ci vuole bene. Viceversa, tuttavia, mette anche l’accento sull’importanza stessa di fare delle scelte, anche difficili e importanti. Perché c’è sempre una scelta da poter compiere, come dice il nuovo giovane professore al ragazzo: un supplente di storia e filosofia interpretato da Luca Argentero e soprannominato “il sognatore”; egli, infatti, esorta i suoi allievi a credere nei propri sogni. Ed è anche per questo che Leo (Filippo Scicchitano) si sente uno “sfigato”, perché non ha mai saputo lottare per essi. Sempre codardo, anche quando scappa da Beatrice (come quella di Dante), quando sa che è gravemente malata di leucemia. O almeno sino a quel momento, poiché all’improvviso decide di agire d’istinto. Disperato e impaurito, preso dal dolore di perderla per sempre, decide di tentare il tutto per tutto: diventare donatore di quel midollo che potrebbe salvare Beatrice. In realtà non sarà compatibile, ma successivamente Leo lo donerà davvero salvando una vita sul serio.
Come ultimo gesto d’amore Beatrice gli mentirà dicendogli che presto andrà in Francia per un trapianto e guarirà, ma che il vero amore che lui ricerca ovvero la sua anima gemella è Silvia, che lui considera la sua migliore amica. Quest’ultima, tra l’altro, è interpretata da Aurora Ruffino: la Cris di Braccialetti rossi.
Allora nascono nello spettatore molti interrogativi impliciti: giusto mentire per amore come fa Beatrice, ma anche Silvia (che dà il numero di telefono sbagliato a Leo)? Quando nel donare un organo si incontrano etica e coscienza morali? Diventarlo per salvare una persona cara è diverso dal decidere di esserlo a prescindere? Salvare un’altra vita che non sia quella di un nostro affetto è possibile equipararlo alla gioia di far sopravvivere una persona di nostra conoscenza? Senza voler fare giudizi morali, che non è neppure l’intento del film che passa in rassegna questo aspetto senza insistere troppo sul discorso etico, sicuramente ciò dà modo di prendere consapevolezza di una verità legata a tale ambito: la malattia viene vissuta e percepita in maniera diversa se ci tocca personalmente. Spesso ci rende più attivi, poi, se riguarda una persona cara piuttosto che noi in prima persona. Si è disposti più facilmente a sacrificare la propria esistenza per un parente o un affetto più di quanto si possa ricercare la salvezza per sé. Prendere atto di questo significa crescere e non è così scontato.
Non a caso metaforicamente nel titolo del film c’è già il rimando ad entrambi gli aspetti della malattia: il rosso del sangue malato e il colorito bianco della pelle tipici dei leucemici. Così come si richiama il contrasto tra bene e male: il bianco angelico e salvifico, il rosso diabolico e maligno. Il nome stesso della ragazza non è casuale: Beatrice è la donna che condusse Dante per il Paradiso; allo stesso modo la ragazza indica a Leo la strada da percorrere con Silvia.

Anche fisicamente ella è una femme fatale angelica: colpo di fulmine per Leo con i suoi capelli rossi, ma volto pallido quanto candido, lo stesso candore dell’innocenza.
Sicuramente la sintesi è nel pensiero espresso dal “Sognatore”: forse il gesto più piccolo e semplice è quello che fa la differenza.

Valore aggiunto, il realismo dell’ispirazione ad una storia vera. Il film, tra l’altro, é l’adattamento dell’omonimo romanzo di Alessandro D’Avenia.

Ultime due note aggiuntive su colonna sonora e cast.
Tra gli attori anche Flavio Insinna nei panni di Ettore, il padre di Leo. E poi Eugenio Franceschini nel ruolo di un bullo metal che sarà anch’egli colpito dalla vicenda di Beatrice. Per quanto riguarda le musiche non si possono non citare le canzoni dei Modà “Tappeto di fragole”, “Se si potesse non morire”, “Come un pittore” e “Tutta scena” di J-AX.Restando in tema di musica, per riprendere il concetto e il discorso del Sognatore, potremmo citare in conclusione le parole della canzone di Fiorella Mannoia per il film. “Perfetti sconosciuti”: quando si ama non si perde mai. Vale la pena sempre viverlo sino in fondo anche se per poco.

Barbara Conti

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