giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Brasile. Accuse per Lula
Attacco a Dilma Rousseff?
Pubblicato il 04-03-2016


lula

Sulle agenzie internazionali la notizia diffusa in mattinata del fermo di Luis Ignacio “Lula” Da Silva, ex-Presidente del Brasile e architetto di quello che è stato il più grande processo di ridistribuzione della ricchezza della storia delle democrazie occidentali, ha destato enorme scalpore. In Brasile tra il 2002 e il 2010, durante gli 8 anni di Presidenza dell’ex sindacalista,  24 milioni di persone sono uscite dalla miseria grazie ai programmi implementati dal governo del PT, che hanno permesso di redistribuire con efficacia i frutti della straordinaria crescita registrata prima della crisi finanziaria.

Lula, secondo la Policia Federal, sarebbe coinvolto in un giro di corruzione di diverse centinaia di milioni di dollari, che vede al centro l’azienda petrolifera di proprietà dello stato, Petrobras. Il sistema, su cui da mesi indagano i federali brasiliani, sarebbe abbastanza semplice: Petrobras appaltava a ditte private lavori per miliardi di dollari, e queste avrebbero trasferito una parte di questi fondi ai vertici della compagnia petrolifera e ad importanti esponenti della politica nazionale (diverse di queste aziende figurano tra i principali benefattori dell’Istituto Lula).

Ci sono delle caratteristiche di questa vicenda che potrebbe ricordare qualcosa agli osservatori italiani. Il Brasile, a partire dai primi anni 2000, è assurto agli onori della cronaca mondiale come un nuovo e brillante protagonista delle relazioni internazionali, vuoi per l’impetuosità della sua crescita economica, vuoi per il carisma che il sindacalista diventato Presidente vantava in tutti i paesi dell’emisfero sud. Da snobbata potenza regionale il Brasile è diventato vero e proprio Global Player: ha rivoluzionato i suoi rapporti con il fondo monetario internazionale, ha costruito un rapporto privilegiato con gli altri BRICS, ha rinnovato le relazioni con paesi africani aprendo in 8 anni 17 nuove ambasciate, si è messo al centro delle attenzioni di tutti gli osservatori delle principali vicende economiche e politiche globali.

Brasilia negli ultimi 15 anni è stata piuttosto attiva anche nel cortile di casa dello Zio Sam: ha più volte preso le difese (politicamente ed economicamente) di Venezuela e Cuba, ha aperto 8 ambasciate (Antígua e Barbuda, Bahamas, Belize, Dominica, Granada, Santa Lúcia, São Cristóvão e Névis e São Vicente e Granadinas), ha stipulato  139 trattati internazionali con i paesi dell’America Centrale e 144 con quelli caraibici, aumentando le sue importazioni nell’area del 600%.

Il governo federale brasiliano ha inoltre sviluppato nell’area una serie di progetti che sono andati ad influenzare equilibri cari a Washington: mentre Brasilia costruiva a Mariel (Cuba) un porto da 700 milioni di dollari, Petrobras comprava una raffineria in Texas. Queste due infrastrutture sono i punti di un triangolo che si chiude con il costruendo canale sino-nicaraguense. Immaginate il petrolio del pre-sal brasiliano o di Caracas che transita verso Pechino via Cuba e Nicaragua.

Più di un grattacapo per chi, più a nord, era abituato a trattare il continente latinoamericano come una dependance. Questa la situazione quando, con l’economia brasiliana in recessione per vari e complessi motivi, scoppia lo scandalo Petrobras, colosso da 93 miliardi di dollari di fatturato, che coinvolge tutti i principali partiti brasiliani ed in particolare il PT di Lula e Rousseff. Dal Texas arrivano sulla scrivania della Policia Federal brasiliana le prove di uno scandalo di corruzione riguardante l’acquisto della raffineria. Sul Real si abbatte una tempesta monetaria, che ne dimezza il valore nel giro di pochi mesi. Le agenzie di rating statunitensi ribassano i voti del Brasile ad ogni occasione (siamo ormai a livelli da junk bond), mentre la popolarità di Rousseff e del PT va a picco.

Nel frattempo l’opposizione agita le manette e chiede l’impeachment di Rousseff e la privatizzazione di Petrobras, asset strategico per lo sviluppo del Paese, come risoluzioni di ogni male.

In questo clima teso ed infiammato Lula annuncia, una settimana fa, la sua ricandidatura per le elezioni del 2018. Una settimana dopo è prelevato a forza dalla polizia (aveva sempre collaborato spontaneamente alle indagini) con un grande operazione mediatica.

Davanti alla sede della Policia Federal si raccoglie una piccola folla che inneggia a Sergio Moro, il magistrato che guida le indagini, e chiede l’arresto di Lula. La Borsa vola, il Real sembra per un momento uscire dalla speculazione violenta che ne aveva caratterizzato l’andamento negli ultimi mesi. Do you remember tangentopoli?

Riccardo Galetti
Responsabile Esteri Federazione dei Giovani Socialisti

 

 

 

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Commenti all'articolo
  1. E’ evidente che il Brasile deve tornare a tutti i costi sotto il tallone del FMI e delle superpotenze finanziarie. Le accuse, più o meno artificiose, di corruzione dei governi che danno fastidio al manovratore sono ormai un classico che, nei metodi della CIA, ha sostituito i golpe militari abbondantemente supportati che negli anni ’60 e ’70 avevano ridotto pressoché tutta l’America Latina ad una cupa caserma. La dottrina Monroe (il continente americano è il “cortile di casa” degli USA) risale alla prima metà del XIX secolo, ed era null’altro che una mascalzonata colonialista. Eppure gli esportatori di democrazia ci credono ancora….. Vedrete che gli arresti spettacolari si moltiplicheranno durante le Olimpiadi.

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