sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Buste arancioni e flessibilità,
uomini e donne non numeri
Pubblicato il 17-03-2016


Busta arancione per 7 milioni di lavoratori ad aprile. L’Inps farà una simulazione della loro pensione futura e non è detto che sia una buona notizia. Semmai un modo utile per fare i conti con il proprio futuro che però, visti i tempi, non sempre dipende dai singoli.
Intanto Boeri, Presidente dell’Inps punta i piedi su un altro argomento caldo: la flessibilità va fatta ora, non fra tre anni, ripete con decisione. Sempre più convinto che si debba passare dalle parole ai fatti si ricorda che da tempo aveva perfino formulato, se fosse stato necessario, un articolato di quella che considera una esigenza prioritaria per aprire la porta del lavoro ai giovani e per metter riparo ai costi occupazionali di tante ristrutturazioni in atto nel sistema economico.

Per ora il Governo non ha intenzione di prender di petto la questione. Al contrario mostra grande prudenza come se non la considerasse una priorità, visto che la flessibilità appare tema complicato e non molto popolare forse. Inoltre rimettendo in discussione la legge Fornero, potrebbe far sorgere inopportuni dubbi agli ambienti “duri e puri” di Bruxelles sulla tenuta del nostro sistema previdenziale.

Fra i fautori del “si proceda” ci sono i sindacati che hanno unitariamente varato manifestazioni territoriali per chiedere un confronto sul problema e che indubbiamente sono legittimi titolari di questa materia tanto delicata. Ma anche qui appare legittimo un interrogativo: il Governo si imbarcherà in una discussione diretta con Cgil, Cisl e UIL?

Chi vuole la flessibilità rapidamente sostiene che con la legge Fornero il mercato del lavoro si è troppo ingessato. E calcola che un anziano al lavoro oggi rischia di sbarrare la via a due giovani, mentre in aziende con molti anziani il rapporto sarebbe di uno ad uno. Un costo sociale non indifferente e che divarica gli interessi di queste generazioni quando invece la coesione sociale dovrebbe essere posta in evidenza.

E i costi? Nel lungo periodo ci sarebbero dei risparmi, sicuri in quanto la anticipazione dell’andata in pensione comporterebbe delle decurtazioni dell’assegno previdenziale. Anche in questo caso le proposte non mancano: ne ricordiamo solo una, quella che prevede un taglio di un 2% l’anno di anticipo, per un totale di circa 4 anni.

Certo, l’Europa esigerebbe il rispetto dei patti, ovvero la copertura dei costi iniziali sui quali si è già scatenato un polverone di cifre in contrasto fra di loro, ma sembra difficile ipotizzare un costo inferiore ad almeno 3 miliardi di euro. Da trovare. Da togliere ad altre poste di bilancio, magari per la crescita. Un nodo spinoso. Ma quando si parla di lavoratori anziani non si può dimenticare che molti sono soprattutto cinquantenni, ancora lontani dalla riva pensionistica. Ed allora ecco sorgere altre considerazioni come quella di affrontare insieme una riflessione sia sullo strumento della flessibilità che sull’utilizzo degli ammortizzatori sociali e di altri interventi possibili a tutela dell’occupazione, ripartendo i costi anche sul sistema delle imprese. Che però non gradirebbero l’ipotesi in una fase tanto incerta dell’economia e mentre si prospetta il cambio della guardia in Confindustria con l’uscita di scena dell’attuale Presidente Squinzi.

È insomma una partita molto difficile, solo all’inizio. Con poco entusiasmo là dove si decide. E senza dimenticare che è in gioco il futuro di migliaia di lavoratori che non sono, e non devono essere considerati, solo numeri e conti.

Sandro Roazzi
dal blog della Fondazione Nenni

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