mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cannabis per uso medico:
storie di sprechi italiani
Pubblicato il 16-03-2016


Fabbrica-militare-cannabisChe la cannabis e il suo utilizzo per diverse finalità siano argomenti piuttosto delicati qui in Italia è ormai un dato di fatto; altrettanto acquisito è, purtroppo, il fatto che nel nostro Paese il buon senso non sempre sia di casa e che anzi sprechi e malfunzionamenti siano spesso e volentieri dietro l’angolo quando c’è di mezzo la burocrazia.

Unendo questi fattori viene fuori il quadro del tutto particolare, quasi grottesco, che caratterizza la storia che riportiamo di seguito; siamo nel campo della cannabis e dei suoi svariati utilizzi per finalità mediche e di ricerca.
Nel nostro Paese curarsi con farmaci a base di cannabis è consentito da tempo, e di recente, nel dicembre 2015, il governo tramite ministero della Salute ha emanato le linee guida per l’utilizzo terapeutico della marijuana.

Una normativa che affida al ministero della Salute stesso le funzioni di organismo statale per la coltivazione della cannabis e che, al contempo, contiene anche una parte consistente rivolta a medici e farmacisti, finalizzata a rendere omogeneo l’utilizzo della sostanza in tutto il territorio nazionale.
In pratica nel nostro Paese viene riconosciuto il grande potenziale curativo dei cannabinoidi, soprattutto per patologie specifiche neurodegenerative; si parla principalmente di terapia del dolore, viste le facoltà analgesiche riconosciute alla cannabis.

Fin qui nulla di particolarmente sorprendente nè di troppo nuovo; se non fosse che poi, nel concreto, la legislazione italiana è come sempre contorta ed articolata, con il risultato che se curarsi con la cannabis è, in Italia, del tutto legittimo, la coltivazione in sè resta un reato perseguibile a norma di legge.

Tale contraddizione è ancora più accentuata ed evidente nel momento in cui si considera come sia del tutto legale anche l’acquisto di semi di cannabis tramite negozi online come Zativo e altri che si trovano in rete, oppure presso rivenditori specializzati del settore dislocati sul territorio nazionale; semi che, dopo essere stati regolarmente acquistati, non possono essere poi coltivati (indipendentemente dal fatto che l’uso sia medico o ricreativo) a causa della normativa penale in vigore.
Come conseguenza di questo quadro legislativo, l’Italia è ancora costretta a importare il farmaco a base di cannabis dall’estero, precisamente dall’Olanda, pagandolo a caro prezzo. Basti pensare che nel 2015 il nostro Paese ne ha importati circa 40 chili, sborsando una cifra di 35 euro al grammo.
Una spesa consistente che si potrebbe evitare, se si rendesse legale la coltivazione in proprio; e questo è quanto si sta tentando di fare, a fatica e con piccoli passi, tramite il progetto di coltivazione sperimentale presso lo stabilimento farmaceutico militare di Firenze sotto attento controllo dell’Esercito.

La cosa più paradossale è, comunque, quanto è stato riportato in un recente articolo pubblicato su l’Espresso; ovvero, mentre spendiamo le cifre di cui sopra per importare il farmaco dall’Olanda, la cannabis coltivata nel nostro Paese per fini di studio viene incenerita dopo essere stata utilizzata.
Una stortura piuttosto evidente, che è resa ancor più consistente dal fatto che la sostanza impiegata per fini di ricerca e poi bruciata presenterebbe lo stesso livello di purezza di quella usata per realizzare il Bedrocan, il noto farmaco a base di cannabis che le farmacie italiane sono costrette a importare proprio dall’Olanda, dove la cannabis è prodotta direttamente dallo Stato senza tanti impedimenti.
Un circolo vizioso che genera sprechi su sprechi, oltre che disagi per i pazienti che necessitano del farmaco. Come si legge sempre nel dossier pubblicato da l’Espresso, solo negli ultimi giorni a Rovigo, dal Cra, un ente vigilato dal ministero e autorizzato dal dicastero della Salute alla coltivazione della canapa con finalità di ricerca, sono partiti 36 chili di cannabis da incenerire dopo essere stati utilizzati per la ricerca medica.
Si tratta di un quantitativo di sostanza frutto di un anno circa di sperimentazione, e che avrebbe potuto avere ben altro utilizzo se si considera che, ad esempio, i malati di sclerosi multipla, patologia per la quale è riconosciuto scientificamente il ruolo della cannabis, ne consumano circa 10 grammi al giorno.
Da questo quantitativo mandato letteralmente in fumo si sarebbe potuta recuperare una buona dose di principio attivo da riutilizzare poi per altre finalità. Ma questa stortura evidente poggia comunque su una base legislativa.
La norma in vigore in Italia non consente infatti di riutilizzare la sostanza impiegata a fini di studio, ed anzi prevede che questa debba essere bruciata ogni anno; proprio come accade per la droga sequestrata dalle forze dell’ordine, che termina il proprio percorso nel forno del termovalorizzatore per rifiuti speciali ospedalieri per essere distrutta.

Un iter ormai consolidato malgrado il fatto che il Testo unico sugli stupefacenti, l’insieme di norme che regolano la materia in Italia, preveda che queste sostanze confiscate possano essere messe a disposizione del ministero della Salute, il quale può provvedere alla loro distruzione o, qualora lo ritenga necessario, al loro riutilizzo. Con evidente risparmio, in quest’ultimo caso, sull’importazione della sostanza dall’estero che oggi contribuisce a produrre uno dei tanti sprechi in stile italico.
Chiara Zancanella

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