giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cassazione. Recupero assegni familiari indebitamente percepiti
Pubblicato il 17-03-2016


Rampi
LE DIFFERENZE DI GENERE FATTORE QUALIFICANTE DEL NUOVO INAIL
“Nel cantiere che porterà alla costruzione di un ‘nuovo Inail’ in grado di realizzare con pienezza la tutela globale integrata del lavoratore infortunato gli aspetti legati alle differenze di genere devono qualificarsi come un fattore sempre più imprescindibile nella promozione delle politiche di prevenzione”. Così si è recentemente espresso il presidente del Civ Inail, Francesco Rampi, a Roma, in occasione della presentazione dello studio Anmil “Il vecchio e il nuovo – Vite di donne a confronto: come sono cambiati il lavoro e la tutela femminile negli ultimi 50 anni”.
Un excursus sull’evoluzione del fenomeno infortunistico al femminile. Lo studio offre un interessante excursus sull’evoluzione del fenomeno infortunistico al femminile nell’ultimo mezzo secolo in Italia, analizzando le evoluzioni della tutela assicurativa in relazione alle esigenze di una società dove il ruolo delle donne nell’economia diventa sempre più pregnante. All’evento – moderato dalla giornalista Luce Tommasi – sono intervenuti, tra gli altri, anche il segretario di presidenza del Senato e componente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione diritti umani, Silvana Amati, il presidente dell’Anmil, Franco Bettoni, e le rappresentanti del gruppo “Donne per le politiche femminili” dell’associazione, Maria Stella Agnello e Michelina Ferrazzo.
“L’Inail come un imponente cantiere aperto”. “Nel percorso di realizzazione della tutela globale e integrata delle persone infortunate e tecnopatiche l’Inail sta riservando un’attenzione particolare proprio alla ‘lettura’ di genere – ha affermato Rampi – Si tratta di un aspetto fondamentale nell’ambito di un processo che vede oggi l’Istituto come un grande cantiere aperto, dove tanto è stato fatto, dove tanto resta ancora da fare, ma il cui approdo finale sarà la piena realizzazione di quel principio affermato nella Carta costituzionale e, prima ancora, nel Codice di Camaldoli: ovvero, che ‘colui che lavora deve avere una tutela privilegiata’”.
Il riconoscimento del danno biologico un passo importante contro le disparità. In relazione alle disparità che storicamente hanno penalizzato la condizione femminile Rampi ha ripercorso alcuni passaggi essenziali che, sul fronte delle tutele, hanno caratterizzato gli sviluppi – per quanto non ancora compiuti – di questi ultimi anni: a partire dall’introduzione dell’indennizzo del danno biologico da parte del legislatore a seguito del decreto legislativo n.38/2000 (e i cui meccanismi di rivalutazione sono stati introdotti nell’ultima legge di Stabilità). “Si tratta di un provvedimento che, estendendo il principio del risarcimento non al solo aspetto patrimoniale e correlandolo anche alle aspettative di vita, ha riconosciuto il ruolo della donna nel mondo del lavoro, cercando di ovviare indirettamente a ingiustizie non più tollerabili”, ha seguitato Rampi.
Legge di Stabilità 2015: all’Inail piene competenze in materia di reinserimento. Proprio una forte attenzione a un approccio “di genere” dovrà essere un aspetto caratterizzante – ha aggiunto Rampi – in particolare nel percorso di attuazione delle nuove competenze in materia di reinserimento lavorativo che l’articolo 1, comma 166, della Legge di Stabilità 2015 ha riconosciuto all’Inail. “Grazie anche allo sforzo messo in atto dall’Istituto, il legislatore finalmente ci ha attribuito un ruolo strategico nella definizione di queste politiche così essenziali ai fini del consolidamento della tutela globale e integrata – ha rimarcato Rampi – Su questo fronte stiamo mettendo in atto tutti i presupposti indispensabili per compiere già nel corso di questo 2016 degli importanti passi avanti”.
“Inaccettabile che un infortunio possa causare la perdita del posto di lavoro”. “E’ inaccettabile che la tragedia di un incidente sul lavoro possa tradursi nel rischio della perdita dello stesso posto di lavoro – ha concluso il presidente del Civ – Al contrario è necessario incrementare in ogni modo la possibilità di occupazione di infortunati, tecnopatici e disabili, creando progetti per la loro riqualificazione professionale, per l’adeguamento e l’adattamento delle postazioni e dei processi e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Sono queste le fondamenta sulle quali stiamo costruendo il ‘nuovo Inail’ e, al tempo stesso, una delle sue sfide più impegnative e qualificanti”.

Cassazione
RECUPERO ASSEGNI FAMILIARI INDEBITAMENTE PERCEPITI
L’assegno per il nucleo familiare viene erogato ai cittadini in base alla composizione del nucleo e al reddito familiare. La predetta prestazione aggiuntiva spetta: ai lavoratori dipendenti, ai titolari di indennità di mobilità e disoccupazione, ai lavoratori dipendenti agricoli e coltivatori, ai lavoratori domestici, ai lavoratori iscritti alla gestione separata (collaboratori coordinati e continuativi e liberi professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps), agli intestatari di prestazioni previdenziali e ai lavoratori in altre situazioni di pagamento diretto (lavoratori dipendenti di ditte cessate o fallite, in caso di rifiuto del datore di lavoro alla corresponsione dell’assegno per il nucleo familiare per periodi pregressi, lavoratori in aspettativa sindacale o politica e marittimi sbarcati per malattia o infortunio). Gli importi degli assegni per il nucleo familiare sono calcolati incrociando i dati relativi al reddito familiare annuo e il numero di componenti del nucleo familiare. Con la sentenza n. 8873 dello scorso 4 maggio 2015 la Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro, in caso di erogazione di assegni per il nucleo familiare non spettanti, è obbligato al recupero delle somme trattenendole su quelle dovute al lavoratore a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro. La disciplina degli Anf è contenuta nel DPR n.797 del 1955, il all’articolo 37, comma 1, sancisce che gli assegni familiari sono corrisposti agli aventi diritto a cura del datore di lavoro alla fine di ogni periodo di pagamento della retribuzione. L’articolo 43, del medesimo Decreto del Presidente della Repubblica, prescrive, al primo comma, richiamando quanto prefigurato dall’articolo 42, che se l’ammontare dei contributi dovuti risulta superiore all’ammontare degli assegni corrisposti, il datore di lavoro deve provvedere, entro dieci giorni dalla fine di ciascun mese, a versare l’eccedenza all’Inps, e al successivo terzo comma, che se l’ammontare degli assegni corrisposti risulta superiore all’ammontare dei contributi dovuti, l’Inps provvederà a rimborsare l’eccedenza al datore di lavoro. In pratica gli Assegni per il nucleo familiare vengono pagati dall’Inps ma sono erogati dal datore di lavoro in busta paga, il quale poi porta l’importo degli stessi a conguaglio nel Dm10 contenuto nella delega di pagamento F24 da saldare entro il 16 del mese successivo a quello di paga. Per i togati aditi questo meccanismo di sostituzione deve operare anche nel senso opposto. Ciò significa che nel caso in cui il datore abbia corrisposto delle somme a titolo di Assegni per il Nucleo Familiare indebitamente, ovvero senza che il lavoratore ne avesse i titoli, lo stesso datore è tenuto a recuperare le relative somme, trattenendole su quelle da lui dovute al lavoratore medesimo a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro e versandole attraverso il meccanismo del Dm10. L’art 24 del d.P.R. n. 797 del 1955, art. 24 prevede infatti che nell’ipotesi di indebita percezione di assegni da parte dei lavoratori le somme da restituire sono trattenute in ogni caso sull’importo di qualsiasi credito derivante dal rapporto di lavoro. Pertanto, secondo gli “ermellini”, l’Inps può richiedere le somme dei contributi erroneamente portati in compensazione, nell’ipotesi in cui lo stesso datore di lavoro li abbia compensati con Assegni Familiari non dovuti anche se gli stessi dovranno ancora essere recuperati al lavoratore.

Atleti a fine carriera
DA MINISTERO LAVORO 5MLN PER LORO INSERIMENTO
Creare le condizioni per facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro degli atleti a fine carriera. È questo lo scopo del progetto sperimentale congiunto di Coni e ministero del Lavoro ‘La nuova stagione – Inserimento lavorativo degli atleti al termine dell’attività sportiva’, illustrato di recente in una conferenza nell’aula magna della scuola dello sport del Coni a Roma. Il progetto, di durata triennale e finanziato dal ministero del Lavoro con una somma complessiva di 5,143 milioni di euro, valorizza le competenze acquisite dagli atleti, coniugandole con le nuove opportunità offerte dal mondo del lavoro. Il Coni avrà il compito di gestire il progetto, organizzando percorsi di formazione e individuando le imprese presso le quali gli atleti selezionati, che saranno circa 2mila, svolgeranno un tirocinio formativo. Il ministero del Lavoro avrà il compito di monitorare l’andamento del progetto. “L’esperienza sportiva può essere una grande opportunità perché puoi reinvestirla nel lavoro. La cosa più bella di questo progetto è poter pensare che 2mila atleti italiani potranno usufruirne. Abbiamo bisogno di creare inclusione e questa è una grande idea”, ha affermato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nel suo intervento. “Questo è un momento epocale e devo dire grazie al ministro Poletti perché è stato sensibile di fronte alle istanze del nostro mondo. Siamo orgogliosi di questo progetto e utilizzeremo fino all’ultimo euro degli oltre 5 milioni che ci sono stati messi a disposizione”, ha evidenziato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Alla presentazione hanno partecipato anche diversi ex atleti, che in qualità di testimonial hanno raccontato la propria esperienza. “Bisogna impegnarsi tanto perché una volta finita la carriera sportiva inizia un’altra gara, la più importante: cercare di capire come sfruttare le esperienze e il bagaglio culturale che abbiamo per iniziare a lavorare. Se non sappiamo trasformare le qualità che abbiamo partiamo da uno scalino inferiore rispetto ad altri giovani”, ha detto l’olimpionica della vela Alessandra Sensini. Più amara la riflessione dell’ex nuotatrice Cristina Chiuso: “Io ho vissuto l’esperienza drammatica dell’inserimento nel mondo del lavoro. Mi sono laureata nel 2004 in piena carriera sportiva, malgrado questo mi sono accorta subito che nelle aziende della mia esperienza non convenzionale non sapevano che farsene. Ho smesso di mandare curriculum, sto portando avanti solo progetti personali in cui ho scarso appoggio dal mondo sportivo, se non i bastoni fra le ruote. Ma è una sfida personale, non mi fermano assolutamente e sono felice che ci siano progetti come questo”.

Carlo Pareto

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