domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Come avere un futuro
di abbondanza e di pace
Pubblicato il 29-03-2016


Jacques Attali, economista e banchiere, consigliere di presidenti della Repubblica francese, di destra e di sinistra, in “Breve storia del futuro” traccia una sintetica cronologia dell’evoluzione del capitalismo, a partire dall’inizio del secondo millennio sino alla fine del secolo scorso; l’esperienza che l’umanità ha vissuto con quell’evoluzione motiva Attali ad osare di prevedere un prossimo futuro che, al di là delle molte situazioni di crisi esistenti nel mondo attuale e di quelle che potranno sorgere nei prossimi anni, può portare l’umanità, nella seconda metà di questo secolo, verso la libertà dal bisogno e la felicità.

Attali, sin dall’inizio del suo saggio, precisa come qualsiasi pronostico sul futuro possa essere costruito solo sul presente, nel senso che la maggior parte dei racconti sull’avvenire non potranno che essere “estrapolazioni sulle tendenze già in atto”, a meno di accadimenti ora del tutto imprevedibili, s’intende. Partendo da questo assunto, l’economista francese prova a fornire una previsione di ciò che sarà il futuro da oggi al 2060, partendo dalla considerazione che l’umanità ha visto prevalere il primato della libertà individuale, grazie all’esistenza e coesistenza di tre poteri che hanno organizzato, governato e plasmato le modalità del vivere insieme: il Potere Religioso, che ha fissato il tempo delle preghiere, regolato la vita dei campi e stabilito su basi etiche le modalità di accesso alla vita futura; il Potere Militare, che ha organizzato la difesa delle comunità, via via che si costituivano, e la conquista di spazi ad esse esterni; il Potere Mercantile, che ha prodotto la finanza e organizzato la produzione e la commercializzazione dei risultati del lavoro.

Ognuno dei poteri ha dato luogo ad altrettanti grandi ordini: l’Ordine Rituale, l’Ordine Imperiale e l’Ordine Mercantile. Il primo ha avuto come gruppo dirigente le autorità religiose, il secondo le autorità militari, il terzo i mercanti. Secondo Attali, per quanto questi gruppi dirigenti abbiano sempre difeso con fermezza i valori propri dell’ordine di appartenenza, negli ultimi secoli a prevalere sugli altri due è stato il terzo, ovvero l’Ordine Mercantile; esso ha contribuito a far nascere la libertà politica ed il mercato, tramite il quale ha favorito l’affermazione della democrazia. Inoltre, attraverso la globalizzazione delle economie nazionali, l’Ordine Mercantile continua ancora oggi a governare gli investimenti produttivi, favorendo l’ulteriore l’affermazione dell’individualismo e della libertà, che sono alla base del sistema capitalistico globale attualmente esistente, dominato dalla primazia degli Stati Uniti d’America.

Nulla fa presagire che quest’ordine delle cose possa durare in eterno; anzi, è possibile prevedere che il mercato dia vita a ciò che Attali chiama Iperimpero. Questo sarà contraddistinto dalla progressiva decostruzione degli Stati, seguita dal preminenza del mercato sulla democrazia, che varrà a realizzare un mondo policentrico, abitato da individui per i quali l’autosorveglianza diventerà la forma estrema della libertà. Le comunità saranno allora dominate da “ipernomadi”, che rappresenteranno la nuova classe creativa al servizio del mercato mondiale e di grandi imprese, indipendenti dal potere della politica. Queste ultime non riusciranno però ad evitare che la decostruzione degli Stati comporti l’impossibilità di finanziare in modo adeguato la rimozione degli stati di bisogno di tutti gli individui; ciò causerà l’inizio di un Iperconflitto: il mondo cadrà in preda al caos che porterà, sia al superamento della supremazia del mercato, sia al ricupero del sacro, al fine di regolare e limitare la libertà dell’uomo. In questo modo, l’umanità, appena prima che l’Iperconflitto ne determini l’estinzione, darà luogo a una temporanea organizzazione del vivere insieme più armoniosa, basata sulla coesistenza tra mercato e democrazia.

Successivamente, secondo Attali, attorno al 2050 compariranno “nuove forze altruiste e positive”, le quali rappresenteranno la nuova classe creativa che fonderà un sistema produttivo che produrrà i “beni essenziali”, i beni dei quali gli individui devono disporre per condurre una vita dignitosa e per accedere al “bene comune”, ovvero al sapere, necessario per godere del “buon tempo”, al fine di vivere liberi, a lungo e sani, all’interno di “un nuovo ordine di abbondanza”.

Né la ricchezza, né la felicità Costituiranno il bene comune; esso sarà espresso dalla tutela dell’insieme degli elementi atti a rendere dignitosa la vita; intorno al 2060, il bene comune, in quanto bene soprannazionale, assumerà la forma di un’”intelligenza universale; infine, quest’ultima, perderà ogni utilità per la specie umana, in quanto la storia dell’“homo sapiens sapiens” terminerà, non per annientamento, come sarebbe accaduto se il possibile futuro si fosse reificato in corrispondenza dell’Iperconflitto, ma con il suo definitivo ed irreversibile superamento. Tutto ciò condurrà l’economia positiva e l’economia di mercato ad avere “ognuna interesse al successo dell’altra: l’economia positiva avrà interesse a che il mercato sia il più efficace possibile, mentre l’efficacia del mercato dipenderà in modo cruciale dal clima sociale generato dall’economia positiva. Infine, le grandi imprese del mercato verranno giudicate sempre più spesso dai loro stessi azionisti, in base alla loro capacità di servire l’interesse generale, promuovere le attività relazionali ed essere perenni”.

In conclusione, nel suo saggio, Attali non enfatizza tanto i prossimi drammatici conflitti tra gli individui e gli Stati, quanto l’annuncio di un possibile futuro di abbondanza e di pace, a condizione però che l’umanità prenda coscienza che nulla potrà salvarla dalle possibili crisi ambientali o finanziarie, se non sarà propensa, a partire da ora, ad utilizzare le risorse materiali e intellettive che ha a sua disposizione per il loro definitivo superamento.

Tutto l’impianto narrativo di Attali spinge a pensare che egli, con il suo sogno, voglia stimolare le generazioni attuali, disposte a non subire passivamente le ripercussioni storiche degli eventi da lui delineati, solo se esse non staranno a guardare e non saranno propense a delegare ad entità taumaturgiche, quali il caso o il mercato, la loro salvezza; occorrerà che esse operino in modo tale da favorire lo sviluppo nell’opinione pubblica di una sensibilità sufficiente a giustificare la lotta contro gli ostacoli ai quali andranno incontro.

Il maggiore impegno delle generazioni attuali dovrà spingerle immediatamente all’azione per il superamento dei mali del mondo, operando nello stesso modo in cui agirebbero se non fossero solo disposte a consolarsi affidandosi unicamente alle previsioni dell’economista francese. Tuttavia, Attali crede che l’orrore del futuro da lui predetto contribuirà a renderlo impossibile e, se ciò accadrà, secondo l’economista francese “si disegnerà, oltre gli immensi disordini, la promessa di una Terra ospitale per tutti i viaggiatori della vita”.

Peccato che Attali, nella seconda edizione del suo saggio non abbia aggiornato la Postfazione sull’Italia, presente invece nella prima, risalente al 2007. In quest’ultima, l’economista francese spiegava i motivi per cui l’Italia non fosse destinata a svolgere un ruolo centrale nel mondo del futuro: assenza di una vera “classe creativa”, presenza di uno dei tassi di natalità più bassi nel mondo occidentale, investimento in tecnologie esauste, tasso d’occupazione tra i più bassi d’Europa. La soluzione al declino dell’Italia, suggerita da Attali, sarebbe dovuta consistere in una efficace ed opportuna politica di integrazione degli immigrati e nell’innalzamento dell’età pensionabile.

L’originaria Postafazione, tra l’altro, avrebbe potuto offrigli l’occasione, non solo per aggiornare la politica da suggerire al nostro Paese, ma anche per tracciare un parallelo tra l’Italia e la Francia e dire quale ruolo diverso riserverà a quest’ultima il futuro da lui previsto.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Difficile esprimersi sulle valutazioni di un esperto della materia, ma c’e’ un dato di fatto che sembra uscire da tante notizie storiche.

    Nel corso dei secoli, anche quando il viaggiare era piuttosto difficoltoso e non privo rischi, e le frontiere erano ancora abbastanza “chiuse”, i mercanti del tempo non hanno mai cessato di muoversi, dentro e fuori i confini dei rispettivi Stati.

    La lettura piu’ immediata di questo fenomeno e’ che il commercio ed i mercati rivestissero grande importanza, e di conseguenza anche chi esercitava tale attivita’ non era da meno, quanto a riconoscimento loro attribuito.
    Paolo B. 01.4.2016

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