sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Craxi e la “damnatio memoriae”
Pubblicato il 22-03-2016


Per un attore politico, come lo è stato Bettino Craxi, salito agli onori della cronaca per le battaglie intraprese a “tutto tondo” per il rilancio del Partito del quale era segretario e per la modernizzazione delle istituzioni del Paese, è inevitabile che la sua memoria, a quindici anni dalla sua scomparsa e a più di venti anni dalla sua uscita dalla scena politica, risulti essere, come afferma Roberto Chiarini (“La memoria maledetta di Bettino Craxi”, in “Nuova Storia Contemporanea”, n. 6/2015), “polemica e cambi in ragione della parte politica che la promuove, della stagione in cui viene elaborata, dell’attore pubblico che la sottoscrive”. La “damnatio” fatta pesare sulla persona e sull’azione dell’ex segretario del PSI ha sinora tradotto “in un inappellabile giudizio liquidatorio ogni e qualsiasi suo atto politico”, che risulta tombale, oltre che per la sua storia personale, anche per quella dell’intero partito socialista.

Secondo Chiarini, diverse sono le ragioni per cui la figura di Craxi resta ancora “impiccata al capestro di Tangentopoli”. Una può essere identificata nella mobilitazione dei mass-media e dell’opinione pubblica contro l’allora cosiddetta “questione morale”, rispetto alla quale tra tutti gli attori politici l’ex segretario del PSI è stato il più esposto, per via del carattere di rottura di molte sue posizioni nei confronti di una classe politica propensa alla mediazione e al compromesso. Una seconda ragione può essere trovata nell’allineamento di Craxi sulle posizioni della “DC dei Forlani e degli Andreotti”, da molti considerato una sorta di “patto di potere”, stretto per la spartizione delle più alte cariche politiche ed istituzionali. Un’ultima e decisiva ragione della “damnatio” a carico di Craxi è derivata dall’“improvvida decisione” dell’ex segretario socialista “di invitare gli elettori a disertare le urne la domenica del voto referendario sulla preferenza unica”, con cui la maggioranza della società civile italiana sperava di potersi affrancare dal dominio quasi assoluto su di essa esercitato dalla classe politica.

All’inizio a connotare la “damnatio” è stato sicuramente il “marchio di Tangentopoli”, che oltre a provocare la rovinosa caduta di Craxi, ha determinato anche lo stravolgimento dei rapporti sino ad allora prevalsi all’interno del sistema dei partiti, investito da una reazione emotiva dell’opinione pubblica che ha derivato la sua forza dal baratro apertosi tra cittadini e rappresentanza politica; nell’occasione “Mani pulite” ha espresso – afferma Chiarini – “l’esecuzione legale della condanna a morte della prima Repubblica già maturata nell’opinione pubblica anticipatamente decretata dai processi sommari celebrati nelle piazze, reali e medianiche, di tutta Italia”. In un secondo tempo, la rabbia accumulatasi contro la classe politica ed i partiti ha trovato nei mass-media la necessaria “cassa di risonanza” tradottasi in una critica senza appello, che ha individuato in Craxi e nei socialisti i massimi responsabili della decadenza morale della vita pubblica; in tal modo, è stato facile costruire la base sulla quale edificare “il cippo funerario di Craxi”.

Le disillusioni provocate dall’avvento della Seconda Repubblica, attraverso la quale gli italiani speravano di “riappropriarsi dello scettro del potere” di cui abusavano i partiti, hanno contribuito “a depotenziare gradualmente il rigetto per conclamata indegnità dei politici della Prima Repubblica”. Secondo Chiarini, di questa tendenza a sottrarre la classe politica a una sua sbrigativa liquidazione “ha finito per beneficiare, almeno parzialmente, in questi ultimi anni anche la figura di Craxi. Nei suoi confronti si sono fatti sempre più frequenti e diffusi i riconoscimenti di politico di razza, di statista e persino di coraggioso sostenitore dell’improrogabile, per quanto tardivo rispetto al resto dei partiti socialisti europei, abbandono del marxismo come stella polare della sinistra a favore di quel riformismo così tenacemente negletto”.

La resistenza e le difficoltà del maggiore partito della sinistra (il PCI) a raccordarsi al riformismo sono diventate però degli ostacoli assoluti, non appena il “riformismo autonomista” dei socialisti e la “via nazionale al socialismo” dei comunisti si sono personificati nelle figure di Craxi e di Berlinguer, i quali sono così diventati i “protagonisti di un lacerante duello a sinistra”. Dal duro confronto sono nati gli stereotipi della “damnatio”, che da sinistra sono stati “ricuciti” sulla figura di Craxi, quali: la sfida annessionista al PCI, l’ossessione anticomunista, i metodi spregiudicati usati per favorire la crescita del suo partito, il decisionismo senza freni, la proposta di una Grande Riforma istituzionale imperniata sul presidenzialismo, considerata un disegno per destabilizzare la prassi tradizionale e conservatrice dei rapporti tra i partiti nati dall’opposizione al fascismo, e così via. Su questi stereotipi hanno costruito le loro fortune gli eredi di Berlinguer, che si identificano nella sinistra post-comunista, i quali sono gli unici nella fase attuale a perpetuare la continuità dell’odio viscerale contro i socialisti, già sparso a mani basse dai loro più immediati predecessori.

Una considerazione meno punitiva nei confronti della memoria di Craxi ha preso corpo allorché lentamente si è usciti dalla logica della contrapposizione Berlinguer-Craxi; utile a tale scopo è stato il fatto che il criterio di valutazione privilegiato abbia cessato d’essere fondato sul pregiudizio dell’anticomunismo tout-court, per essere individuato – afferma Chiarini – nel “merito dell’iniziativa politica” sviluppata da Craxi. E’ questo il criterio privilegiato da alcuni militanti della sinistra, esterni al PSI, quali Myriam Mafai, Emanuele Macaluso, Piero Sansonetti ed altri. Essi, infatti, riportando sul terreno politico la proposta complessiva di Craxi, ne rimuovono i “tratti di un romanzo criminale”, che gli stereotipi erano valsi a radicare nell’immaginario collettivo, portandola ad assumere “il rilievo di una proposta politica, finita certo male, ma non priva di uno spessore e anche di una dignità in quanto disegno pensato per superare blocchi e ritardi della democrazia italiana”. Solo coloro che hanno aderito all’idea che la sinistra avesse “tutto da guadagnare dall’abbandono, oltre che dei fantasmi rivoluzionari, anche delle rincorse velleitarie verso fumose ‘terze vie’ o verso indefinite ‘fuoriuscite dal capitalimso’, si sono accostati alla figura di Craxi non come reprobo ma come intrepido fautore della fuoriuscita – questa sì possibile, anzi doverosa – della sinistra dal comunismo”.

In conclusione, afferma Chiarini, c’è voluto del tempo perché la memoria di Craxi “non restasse confinata nel perimetro di un semplice caso giudiziario” e ricuperasse la dimensione appropriata per un attore politico meritevole di considerazione, anche se alla fine il suo disegno è rimasto inattuato. Resta, tuttavia, un aspetto del trattamento ignominioso riservato a Craxi che non sempre, anzi mai, con l’eccezione di Piero Sansonetti (Mondoperaio, n. 1/2010) viene messo in evidenza: sono le conseguenze, nefaste per l’Italia, causate dall’antipolitica, diffusasi soprattutto a seguito della stagione di “Mani Pulite”, al neoliberismo, responsabile di molte delle scelte economiche che hanno prodotto i loro esiti negativi negli anni successivi alla crisi economica del 2007/2008, connotando in negativo tutto quanto è accaduto dacché è sorta la Seconda Repubblica.

Sul punto, Sansonetti sostiene, a ragione, che l’inchiesta di “Mani Pulite” è stata “utilizzata dall’economia per liberasi della politica”; colpevoli dell’estromissione della politica dal controllo sociale dell’economia nazionale sono state le maggiori forze del Paese, DC e PCI. Queste forze, per il loro conservatorismo e la chiusura alle “novità della storia”, non sono state in grado di contrastare sul piano politico l’azione giudiziaria; ad esse, in particolare a quelle della sinistra comunista, è sfuggito che l’uso, nel confronto politico, dell’arma impropria dalla questione morale non risultava strumentale all’esecuzione di una “normale operazione di pulizia”, ma alla delegittimazione della politica, per privarla della sua funzione. L’unico partito che ha tentato di opporsi allo straripamento della magistratura in un campo che non le era proprio è stato quello socialista, guidato in quel momento da Craxi. A Craxi, perciò, conclude Sansonetti, si sarebbe dovuto imputare di aver fatto un largo e spropositato uso del suo anticomunismo in un momento in cui il sistema sovietico si trovava a vivere una fase di pesante riflusso, ma non di essere stato esclusivamente “un ladro o “un malfattore”, come poi la vulgata post-comunista è stata felice di continuare, non disinteressatamente, a sostenere.

Tenendo conto di queste considerazioni, svolte da un commentatore che, oltre a non essere mai stato socialista, ha sempre militato a sinistra, appare del tutto plausibile l’auspicio, avanzato da Chiarini, che la “damnatio” che ancora pesa sulla memoria di Craxi sia sottoposta ad un’analisi critica di decantazione, non solo da parte dell’ambiente storiografico, ma soprattutto dagli esponenti della sinistra post-comunista; questi ultimi, ancora oggi, preferiscono coltivare il loro viscerale antisocialismo-giutizialista, anziché riconsiderare criticamente la propria esperienza politica per aprirsi al riformismo. Se ciò accadesse, la sinistra post-comunista porrebbe definitivamente termine al fatto d’essere attualmente la mosca cocchiera al seguito di chi continua ad effettuare scelte politiche neoliberiste, affrancandosi dalla posizione sempre più marginale alla quale si è ridotta all’interno del partito in cui milita, e che mal la sopporta, ed evitando il pericolo di una sua ingloriosa – questa sì – estinzione politica.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Un onorevole comunista che era impegnato nei lavori presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo, un giorno – verso la fine degli anni ’80 – discutendo dei meriti e demeriti di Bettino, sbottò così: “averlo, nel PCI, un segretario come Craxi!”

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