sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Criminalità organizzata
e politiche di contenimento
Pubblicato il 01-03-2016


Che la criminalità organizzata abbia un impatto negativo sul funzionamento del sistema produttivo è un fatto percepibile su basi intuitive, ampiamente confermato dalle numerose ricerche sul campo, condotte in molti Paesi; oltre che l’economia, la criminalità influenza negativamente anche la tenuta della coesione sociale, e l’affivolimento di questa funge da “terreno di coltura” della stessa criminalità. Una valutazione condotta in termini esclusivamente economici del fenomeno criminale è però largamente insufficiente, perché manca di stimare, in termini più generali, il suo impatto complessivo sul funzionamento del sistema sociale, inclusivo di quello economico. Ciò significa che la “lotta” contro la criminalità non presuppone solo la prevenzione e la repressione degli atti criminali sul piano esclusivamente giuridico; l’applicazione di norme giuridiche, anche se severe, può tutt’al più diminuirne la frequenza, ma non certamente estinguerne la manifestazione, essendo necessaria a tale scopo una politica sociale che vada ben oltre l’aspetto puramente economico.

Tuttavia, ogni studio che arricchisca la conoscenza del fenomeno criminale costituisce un valido contributo all’approfondimento della conoscenza delle modalità con cui vengono perpetrati gli atti “contra legem”, sia ai fini del continuo miglioramento della strumentazione giuridica idonea al loro perseguimento, che per una maggiore diffusione della consapevolezza sociale utile a supportare una efficace azione politica per ricuperare il funzionamento del sistema sociale all’ordine ed alla stabilità. Da questo punto di vista giunge utile lo studio recente “Criminalità organizzata e domanda aggregata: un’analisi macroeconomica” (Rivista di Politica Economica, IV-VI 2015) di Carlo Capuano e di Francesco Purificato, entrambi dell’Università di Napoli Federico II.

Gli autori hanno considerato la criminalità organizzata costituita dall’insieme delle organizzazioni criminali che, innanzitutto, operano in aree geografiche all’interno delle quali colmano un “vuoto di potere legittimo, mirando a sostituire lo Stato nella regolazione dei rapporti, non solo economici, tra gli individui; e che, in secondo luogo, svolgano molteplici attività economiche e non economiche, illegali e legali, adottando diverse forme di coordinamento tra i propri affiliati, per conseguire il controllo del territorio, al fine di promuovere la loro attività, con l’impiego della violenza, della minaccia e del ricatto, in concorrenza con il potere legittimo dello Stato.

Capuano e Purificato hanno studiato l’impatto della criminalità organizzata sul livello dell’attività economica e sul ritmo della crescita dell’economia. L’area di riferimento dello studio sono state ovviamente le regioni meridionali dell’Italia, all’interno delle quali operano numerose organizzazioni criminali, quali la Camorra in Campania, Cosa Nostra in Sicilia, la ‘Ndrangheta in Calabria e la Sacra Corona Unita in Puglia; il fatturato ed il profitto di tutte queste organizzazioni sono stati stimati, rispettivamente, in oltre 120 miliardi di euro (circa il 7% del PIL) e in 65 miliardi. Le consistenti disponibilità di liquidità, acquisite con attività criminali, quali l’estorsione, il commercio di beni criminali (produzione e distribuzione di beni e servizi contro la normativa che le vieta), la corruzione e il riciclaggio (trasformazione del reddito criminale in potere d’acquisto legale), hanno consentito negli ultimi tempi l’espansione delle organizzazioni criminali ben oltre le regioni d’origine, sfruttando le debolezze del sistema economico ed il disagio sociale seguiti alla crisi dell’economia mondiale.

Con il loro lavoro, Capuano e Purificato hanno elaborato un modello teorico col quale hanno analizzato come le organizzazioni criminali, con i loro reati, possano “condizionare il funzionamento del sistema economico determinando variazioni nel livello della domanda effettiva”, all’interno di un “contesto logico demand-led”, ovvero di un sistema economico che attribuisce al livello della domanda effettiva la capacità di condizionare “il livello dell’attività economica, definito dal grado di utilizzo della capacità produttiva, ed il processo di crescita, sintetizzato dal saggio di crescita dello stock di capitale”.

Con il loro modello, gli autori hanno descritto così un sistema economico in cui coesistono un “settore legale” ed un “settore criminale”, “interconnessi dagli afflussi e deflussi di reddito originati dai reati”. L’impatto netto sul livello di attività economica e sul processo di accumulazione del capitale risulta tuttavia incerto, in quanto il suo “peso” dipende “dalla forza relativa dei due effetti”. Il modello proposto, oltre ad individuare le condizioni determinanti il manifestarsi dell’impatto dell’attività criminale sul livello di attività del sistema economico e sul tasso di accumulazione, evidenzia anche la differente intensità dell’impatto dell’agire criminale su entrambe le variabili economiche (livello di attività e tasso di crescita).

L’impatto dell’attività criminale sul grado di utilizzo della capacità produttiva e sul tasso di crescita non è univoco, in quanto le azioni criminali, da un lato, “tendono a ridurre la domanda effettiva determinando deflussi di reddito nel settore legale attraverso l’estorsione, la distribuzione ed il commercio di beni criminali e la corruzione; dall’altro lato, tendono a incrementare la stessa domanda effettiva, determinando afflussi di reddito nel settore legale attraverso il riciclaggio di parte del reddito criminale nel consumo di beni legali e nell’investimento in attività legali”.

Il modello di Capuano e Purificato sintetizza il risultato finale dell’operare di tutte le forze contrapposte; tale risultato consente di identificare, per un verso, le condizioni che determinano l’impatto negativo sul grado di utilizzo della capacità produttiva e sul saggio di crescita e, per un altro verso, le condizioni statisticamente più significative che influenzano il tasso di accumulazione.

L’agire delle organizzazioni criminali condiziona negativamente il livello di attività del sistema produttivo ed il processo di crescita, se l’impiego del “reddito criminale” non stimola in maniera adeguata il consumo di “beni legali” e l’investimento in “attività legali”, oppure se il consumo di “beni criminali” e il risparmio assorbono una quota rilevante del “reddito criminale”. Le condizioni relative all’influenza negativa dell’attività criminale sul tasso di accumulazione risultano statisticamente più significative, in quanto l’attività contra legem, “oltre ad influenzare le decisioni d’investimento delle imprese attraverso il suo condizionamento sul grado di utilizzo della capacità produttiva, intraprende direttamente l’investimento in attività legali riciclando una quota del reddito criminale”.

Al di là dell’impatto che le organizzazioni criminali possono provocare con le loro attività sulle sole relazioni tra variabili economiche, non può essere trascurato, al fine dell’attuazione di una politica di contrapposizione e di repressione delle attività criminali, che l’efficiente funzionamento dell’economia di un paese è la risultante, non solo della disponibilità di fattori, quali il capitale finanziario e umano, lo sviluppo tecnologico e l’organizzazione efficiente della produzione, ma anche e soprattutto della combinazione di tutti questi fattori economici con quelli di stretta natura politica e istituzionale; ciò perché è l’interazione tra i primi ed i secondi che regola lo stabile funzionamento del sistema produttivo, rendendo possibile che l’efficienza economica vada di pari passo con l’equità distributiva e la piena soddisfazione dei diritti sociali, eliminando così le cause extraeconomiche dell’attività criminale, che sono poi quelle che originano la criminalità organizzata.

In proposito, si deve osservare che i numerosi modelli e i numerosissimi indicatori di sintesi che valutano l’impatto dell’attività criminale sul livello del reddito di una dato sistema economico non sempre forniscono un riscontro preciso e attendibile sulla diffusione del fenomeno criminale; per una più esaustiva valutazione di questo, invece che limitarsi ad utilizzare parametri quantitativi, è preferibile ricorrere a indicatori qualitativi più comprensivi. Ciò perché la giustizia sociale ed i diritti umani sono inseparabili dal buon andamento delle variabili economiche e dall’organizzazione di un’azione politica efficace per la repressione dell’influenza negativa della devianza criminale dal quadro istituzionale socialmente condiviso, regolante il corretto svolgimento dell’attività economica.

 Gianfranco Sabattini

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