sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Crisi economico-finanziarie
e il pericolo della guerra
Pubblicato il 18-03-2016


Il filo conduttore degli articoli contenuti nel n. 2/2016 di “Limes” trattano del pericolo che le attuali crisi economico-finanziarie, riguardanti le relazioni internazionali, possano condurre, come l’esperienza del passato insegna, alla deflagrazione di una guerra mondiale. La probabilità di un tale evento è fondata sul fatto che le relazioni esistenti sul piano economico tra Paesi, o gruppo di Paesi, sembrano ricalcare l’iter di quanto è successo nei periodi immediatamente precedenti sia la prima, che la seconda guerra mondiale del secolo scorso.

La presunzione è corroborata dalle analisi di molti studiosi. Carlo Cipolla, ad esempio, il noto storico dell’economia, nel chiedersi come mai fossero stati gli europei ad andare in America, piuttosto che gli americani a venire in Europa, si è data una risposta succinta ed efficace con le parole che compongono il titolo di un suo celebre libro: “Vele e cannoni”; per dire che i Paesi europei sono andati per primi in America per via delle risorse di cui disponevano, alle quali, grazie all’accumulazione di nuove tecnologie e di mezzi militari, essi dovevano la loro primazia.

Lo schema di Cipolla sembra dare conto a sufficienza del come si è giunti alle due guerre mondiali del XX secolo. Brunello Rosa, capo economista per l’Europa di un centro di studi economici e finanziari globali con particolare riferimento al settore delle imprese (Rubini Global Economics), in “Le radici economico-finanziarie della possibile guerra mondiale” ricorda che la deflagrazione della prima guerra mondiale è stata la conclusione di un processo iniziato molto prima e svoltosi durante il tempo di pace (si fa per dire) iniziato col Congresso di Vienna nel 1814/1815. Nel 1914, la guerra è scoppiata, non certo per l’attentato di Sarajevo; quello è stato l”incidente” utilizzato per dare inizio alle operazioni belliche, ma il motivo latente che ha spinto le principali potenze dell’epoca ed i loro “satelliti” alla guerra è stato il controllo delle risorse economiche mondiali, all’epoca identificabili con le colonie, sia per le materie prime e per la forza lavoro che rappresentavano, ma anche per i  mercati di sbocco che esse offrivano ai surplus di produzione dei Paesi dominanti.

La potenza allora egemone in campo economico, tecnologico e finanziario era la Gran Bretagna, la quale aveva vissuto per prima la Rivoluzione industriale, divenendo il centro degli scambi commerciali mondiali, “regolati dalla sterline attraverso il sistema monetario del gold standard”. Tutto ciò, all’inizio del XX secolo, ha assicurato al Paese più avanzato sul piano economico e finanziario il background dello scontro bellico, “quando le sfere di influenza costituite attorno ai grandi imperi continentali europei e mediorientali” sono entrate in rotta di collisione.

Lo stesso processo, secondo Rosa, avrebbe condotto al secondo conflitto mondiale; la potenza egemone, dopo il ridimensionamento della Gran Bretagna e il collasso del gold standard e la sua sostituzione con il gold exchange standard, sono divenuti gli Stati Uniti d’America, i quali, in sostituzione della Gran Bretagna, hanno dato origine ad un fragile mercato finanziario, la cui abnorme espansione si è interrotta con la crisi di Wall Street del 1929, seguita dalla Grande depressione. Gli effetti di questa si sono diffusi nel resto del mondo, per via del particolare circuito finanziario formatosi negli anni Venti, alimentato dai piani, seguiti al Trattato di pace di Versailles del 1919, coi quali si è preteso che i tedeschi limitassero la loro attività industriale e potessero pagare i danni di guerra con risorse finanziarie prese a prestito dalle istituzioni finanziarie americane.

Gli effetti della Grande Depressione sono stati, secondo Rosa, “il detonatore della seconda guerra mondiale”, mentre la capacità di affrontarla è stata fornita, ancora una volta, dalla disponibilità di risorse, di nuove tecnologie e di mezzi bellici. La superiorità economica, tecnologica e militare della quale disponevano gli Stati Uniti d’America ed i loro alleati, a fronte del riarmo della Germania e dei suoi alleati, “prima ancora che un singolo proiettile fosse sparato”, ha costituito il presupposto per il conseguimento della vittoria finale e con essa l’occasione, per gli stessi Stati Uniti ed i loro alleati, “per uscire dalla grande crisi”.

Seguendo lo schema proposto da Rosa, è possibile considerare i problemi economico-finanziari del mondo attuale come cause potenziali di un conflitto mondiale, anche se non auspicabile e – si spera – evitabile?

I motivi di crisi sono oggi diversi, rispetto a quelli che hanno caratterizzato i tempi anteriori le due guerre mondiali; quello fra essi che sembra essere il più grave riguarda il persistente fenomeno di una generalizzata deflazione, ovvero di una caduta o stagnazione dei prezzi che investe a livello globale due mercati particolari, quello delle risorse energetiche e quello della forza lavoro. A differenza di quanto è avvenuto negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, quando i Paesi dell’OPEC hanno inteso “punire” i Paesi importatori di risorse energetiche per il loro sostegno a Israele nella guerra del Kippur, in questa fase alcuni Paesi mediorientali, con in testa l’Arabia Saudita, intendono “punire” altri Paesi produttori, per conservare la loro quota di mercato, o per impedire ad altri di allestire una propria offerta di risorse energetiche. A tal fine, l’Arabia Saudita ed i suoi alleati stanno tenendo alta la produzione, con prezzi artificialmente bassi, per danneggiare altri produttori con elevati costi di estrazione alti, fra i cui gli Stati Uniti, divenuti esportatori di petrolio dopo l’impiego di una tecnologia “fracking”, fondata sulla fratturazione idraulica di strati rocciosi del sottosuolo ad alto contenuto di idrocarburi.

Il fenomeno che però concorre a tenere alta la deflazione è il “fermo” della dinamica salariale. Ciò che impedisce ai salari di crescere e di esercitare una pressione al rialzo sui prezzi sono diversi fattori: il primo è espresso dall’eccesso di capacità produttiva accumulata in tutto il mondo, che impedisce al lavoro di avere la forza necessaria per ottenere aumenti salariali; un secondo fattore è costituito dal fatto che i sindacati sono stati depotenziati dalle iniziative legislative che hanno incrementato la flessibilità di entrata e di uscita dal mercato del lavoro, per cui sono stati costretti ad orientare la loro azione a privilegiare la difesa dei posti di lavoro, piuttosto che la richiesta di aumenti salariali; un altro fattore è costituito dall’allungamento dell’età pensionabile, che ha causato la formazione di ampie sacche di forza lavoro a fine carriera, meno interessate ad aumenti salariali; infine, esiste il fattore delle innovazioni tecnologiche, che hanno originato modelli occupazionali ad alta intensità di capitale, con conseguente aumento dei licenziamento e delle disuguaglianze distributive, ai cui effetti negativi dal lato del consumo si sono aggiunti, soprattutto in Europa, quelli delle politiche di austerità, attuate anche con tagli salariali nel settore della pubblica amministrazione.

Ai motivi di crisi originati dagli esiti della deflazione, a causa dei bassi prezzi delle materie energetiche e del blocco dei salari, occorre aggiungere l’incertezza che grava sul futuro del commercio internazionale; tale incertezza nasce soprattutto dal fatto che, entro la fine del 2016, alla Cina sarà concesso lo status di “economia di mercato”. A preoccupare i Paesi che aderiscono all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) è il sospetto che l’iperpotenza economica asiatica perseveri nella pratica del “dumping”, consistente nel sovvenzionare con risorse pubbliche molte delle sue produzioni, mettendo a rischio le economie più esposte alla concorrenza cinese, tra le quali gran parte di quelle integrate nell’Unione Europea, Italia compresa.

L’esposizione di molti Paesi europei alla concorrenza della Cina, secondo Fabrizio Maronta, esperto di relazioni internazionali (“Gli usi geopolitici del commercio”), preoccupa gli Stati Uniti che, per la loro sicurezza nazionale e “per imbrigliare l’ambizione cinese e il revanscismo russo”, valutano che l’Europa, sebbene non più al centro della loro strategia globale, sia indispensabile sul piano strategico e su quello economico: dal punto di vista strategico, perché l’area europea dell’Unione è dirimpettaia di Russia, Nordafrica e Medio Oriente; dal punto di vista economico, perché Stati Uniti ed Europa costituiscono gli uni per l’altra i principali mercati di riferimento, generando “oltre il 50% del PIL, metà del commercio e tre quarti delle capitalizzazioni di borsa mondiali”.

La strategia globale degli USA, nella fase attuale, si compendia nei due trattati commerciali che faticosamente, e non senza contestazioni, stanno per divenire operativi: il TTIP (Trans-Atlatic Trade and Investment Partnership) e il TPP (Trans-Pacific Partnership). Il primo, a parte il suo significato economico, deve essere valutato sulla base di considerazioni politiche e strategiche. I rapporti tra USA ed Europa sono stati governati, durante il periodo della guerra fredda, dalla NATO, la quale mostra ora i segni del tempo, sino a giustificare, con la definitiva approvazione del trattato commerciale, la realizzazione di un “cordone di contenimento” delle mire di Cina e Russia sull’Europa; ciò, in considerazione del fatto che il TTIP consentirebbe agli USA, non solo di attenuare la dipendenza dell’Europa dalle esportazioni di risorse energetiche russe, ma anche di alleviare la situazione economica delle imprese petrolifere americane che, a causa degli alti costi di estrazione con l’impiego della tecnologia “fracking”, subiscono gli effetti negativi delle politiche energetiche dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati. Considerazioni analoghe possono essere svolte sul TPP, che ha la funzione di realizzare un “cordone di contenimento” nei confronti della Cina e della Russia sul fronte del Pacifico.

Se i due trattati divenissero operativi, gli Usa ed i loro alleati si troverebbero al centro di un sistema di alleanze economiche che coprirebbe i due terzi dell’economia mondiale e, dunque, sufficiente ad assicurare un vantaggio strategico nei confronti delle altre aree geopolitiche ed economiche globali. tale vantaggio, però, recherebbe in sé un limite grave, senza la cui rimozione l’economia internazionale stenterebbe a rilanciare la crescita e lo sviluppo; infatti, come osserva Maronta, perché ciò accada esso “abbisogna di un presupposto fondamentale: che vi sia di che spendere”. Solo così l’aumento delle relazioni commerciali può rafforzare l’interdipendenza delle economie nazionali; ma se queste si trovano a disporre di mercati che non assorbono le produzioni e non riescono a bloccare la deflazione con una dinamica al rialzo dei prezzi, il risultato del vantaggio strategico diviene sarebbe nullo sul piano economico, oltre che per l’area geopolitica che lo consegue, anche per le restanti aree. Quale alternativa a questa situazione di empasse?

Se fosse vera l’ipotesi interpretativa delle relazioni internazionali del secolo scorso, solo una guerra mondiale potrebbe consentire di rimediare ai limiti delle politiche commerciali geostrategiche; ma la situazione attuale, dal punto di vista militare, non è affatto paragonabile a quelle preesistenti prima dello scoppio delle precedenti guerre mondiali, per via dell’inconfrontabilità della composizione degli arsenali militari. Oggi, la capacità di ritorsione da parte delle aree geopolitiche che si oppongono a quella che dispone del vantaggio strategico è di tale natura, da rendere non conveniente anche per quest’ultima il ricorso all’opzione della guerra; ciò, infatti, aprirebbe una prospettiva di azione, il cui risultato finale coinciderebbe con quello di un gioco a somma negativa, nel senso che tutti, indistintamente, risulterebbero perdenti. Non resta perciò che la via del negoziato, per trovare, nel comune interesse, la via della fuoriuscita dal tunnel della recessione globale, sia pure sulla base di accordi instabili, nella consapevolezza che la dinamica della storia porta con sé un aumento della complessità della realtà mondiale. Di fronte a questa certezza, si deve solo sperare che chi governa il mondo sia sempre all’altezza di sapere affrontare per tempo le crescenti difficoltà delle crisi future. Considerata la gravità dei pericoli che incombono sull’umanità, a causa delle difficoltà create dalle crisi, il significato di queste ed i pericoli da esse implicati dovranno essere scoperti in anticipo da chi esercita l’arte del governo, prima che diventi impossibile impedire il verificarsi di una catastrofe dagli effetti negativi inimmaginabili.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Eccellente sintesi della situazione geopolitica in atto.
    Conviene distinguere la realtà dai desideri. Siamo tutti per la pace, ma spesso le speranze non bastano.
    Nell’economia globalizzata, con un sistema di potenza politica multipolare è più facile (e sta già accadendo) che le tensioni si sfoghino a livello “regionale”, ma non può essere escluso il pericolo di una deflagrazione mondiale.
    Le fondamenta economiche della crisi possono sovrastare l’arte del governo che ad esse è necessariamente legata, così come la volontà di dominio.
    Ci sarebbe da valutare se il disegno statunitense di aggregare commercialmente le economie dei suoi alleati ad est e ad ovest dei suoi territori, assicurandosi così un vantaggio strategico, possa essere uno stimolo al conflitto, piuttosto che un deterrente.

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