sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Erdogan come Mussolini?
464 professori indagati
Pubblicato il 11-03-2016


Turchia protesteL’indipendentismo curdo, accompagnato da una buona dose di guerra armata condita da atti di terrorismo, è da decenni la spina di ogni governo in Turchia, ma oggi con il regime islamico di Erdogan, sta diventando un tallone d’achille poerché potenzialmente in grado di catalizzare tutte le opposizioni come si è visto nell’ultima tornata di elezioni politiche. Questo spiega perché il Governo dopo la dura repressione della libertà di stampa con la chiusura di emittenti radiotelevisive e di giornali – l’ultimo in ordine di tempo è stato il sequestro il 4 marzo scorso di Zaman, il quotidiano più letto della Turchia, tornato in edicola due giorni dopo con un nuovo direttore e una linea editoriale filogovernativa – si accanisce anche contro gli ambienti universitari.
Così come avvenne durante il fascismo in Italia, quando chi rifiutava di giurare fedeltà al regime veniva licenziato, le università pubbliche hanno aperto 464 procedimenti disciplinari nei confronti di professori e ricercatori che avevano firmato un appello per la pace tra la Turchia e il Pkk, il Partito comunista curdo, considerato gruppo terroristico e fuorilegge.

La piattaforma di sostegno degli ‘Accademici per la pace’ ha ieri diffuso un comunicato nel quale rende noto che sono in corso “464 procedimenti disciplinari” e ci sono già stati “9 licenziamenti” e 5 dimissioni con “153 procedimenti giudiziari in corso” e ci sono pure 33 professori in carcere. Anche nelle università private il furore del regime ha portato 43 procedimenti disciplinari, 21 licenziamenti e un caso di dimissioni forzate.

All’origine l’appello contro la guerra tra Turchia e Pkk, definita “un massacro del quale non vogliamo essere parte” firmato da 1.128 accademici. Tra questi anche Noam Chomsky e Immanuel Wallerstein.
Quanto al quotidiano Zaman, edito dal principale oppositore di Erdogan, il predicatore Fetullah Gulen oggi esule negli Stati Uniti, ma fino a qualche anno fa suo alleato, un tribunale di Istanbul ha emesso oggi un nuovo mandato di arresto per il suo ex direttore, Ekrem Dumanli.

Proteste per gli arresti dei giornalisti Can Dundar e Erdem Gul

Proteste per gli arresti dei giornalisti Can Dundar e Erdem Gul

In carcere si sta allargando la schiera di intellettuali, soprattutto giornalisti, considerati ‘nemici’ pericolosi dal Governo islamista. Alla fine di gennaio un tribunale ha chiesto nientemeno che la condanna all’ergastolo per Can Dundar ed Erdem Gul, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano di opposizione laica Cumhuriyet, con l’accusa di “spionaggio” e “propaganda terroristica” per un’inchiesta su un passaggio di armi dalla Turchia alla Siria. Armi con ogni probabilità dirette alla guerriglia turcomanna che si oppone al Governo di Assad, ma secondo alcuni anche ai jiadisti dell’Isis nella guerra per interporsta persona che vede su fronti contrapposti da una parte con la Turchia le monarchie del Golfo e dall’altra l’Iran, la Siria e l’Egitto (più la Russia).

Anche il Parlamento europeo e la Commissione europea hanno manifestato la loro profonda preoccupazione per la svolta autoritaria in corso in Turchia. Si sta infatti rafforzando la consapevolezza che il Governo turco in cambio della collaborazione per arginare la marea di migranti in fuga dalla Siria, si aspetta che l’Europa chiuda tutti e due gli occhi di fronte a qualsiasi atteggiamento illiberale verso le minoranze del Paese e verso ogni forma di opposizione organizzata.

A gennaio, a sostegno dei due giornalisti e della libertà di informazione, è intervenuto anche il Partito socialista europeo (PES) con una dichiarazione del suo presidente, Sergei Stanishev, che aveva cercato inutilmente di incontrare nella prigione di Silivri, Dundal e Gur. In una improvvisata conferenza stampa fuori dal carcere, Stanishev aveva detto che sebbene la Turchia sia un alleato importante per l’Europa, in particolare nella gestione della crisi dei rifugiati, non si possono “chiudere gli occhi di fronte al crescente autoritarismo che sta mostrando il presidente Erdogan” che esercita “sempre di più il suo controllo sui media e sul sistema giudiziario”. “Lo stato di diritto e la libertà dei mezzi di comunicazione – ha ricordato – sono elementi fondamentali di uno Stato democratico, e non possiamo permettere che la democrazia venga compromessa da nessuna parte in questo modo”.

Armando Marchio

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