sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Formigoni e le checche comuniste
Pubblicato il 03-03-2016


Pare che il PD e il NCD si siano accordati sulla legge che disciplinerà le unioni civili. Ecco che scoppiano già i primi fuochi d’artificio. Io sono rimasto con l’amaro in bocca: lo stralcio della cosiddetta “stepchild adoption” dal DDL Cirinnà discrimina i figli dei gay, che rimarranno in un limbo giuridico, rispetto ai figli delle coppie eterosessuali, pienamente tutelati. La “stepchild adoption” avrebbe esteso alle coppie gay la possibilità di adottare il figlio naturale del proprio partner. Ma bisogna essere realisti, concreti. Concordo con Michele Serra: “Tra niente e qualcosa preferisco qualcosa” (“L’amaca” del 28/02/2016, La Repubblica).
L’Italia è un Paese con le ali di piombo sicché uno svolazzo in avanti è infinitamente meglio del rimaner inchiodati sulla stessa posizione. La nuova proposta di legge è il frutto di un compromesso, fatto che irrita da una parte e dell’altra della barricata. Ma non ci siamo sempre detti che la politica è l’arte della mediazione, il regno del possibile in un dato momento? Per troppo tempo alcuni nostri concittadini si sono visti negare i diritti legati alla convivenza coniugale (diritti che, non dimentichiamolo, presuppongono altrettanti doveri: sposarsi o unirsi civilmente significa assumersi responsabilità morali e materiali). Sono, quelle gay, coppie fantasma. Con una legge sulle unioni civili, saranno coppie in carne e ossa. Forse, allora, devo rivedere il mio giudizio: anche una legge imperfetta sulle unioni civili è una conquista di civiltà.

Più che la legge in sé mi interessano ora le reazioni degli omofobi e sulla controreazione degli illuminati progressisti. Roberto Formigoni ha dato il fuoco alla miccia, twittando tutto il suo livore contro i gay: “L’odore della sconfitta sul DDL Cirinnà sta procurando crisi isteriche gravi su gay, lesbiche, bi-transessuali e checche varie. Non è bello, poverini.” Mi aspettavo, se non signorilità ed eleganza, almeno un briciolo di compassione da chi si proclama un campione del cristianesimo, religione che ci ha donato la Caritas. Che differenza abissale fra queste parole dure, che trasudano disprezzo per chi è diverso, e le parole miti e consolatrici di Papa Francesco, che, interrogato sugli omosessuali, ha detto: “Chi sono io per giudicare?”.
Chi è fra i due più vicino al Vangelo? Chi è in sintonia con l’inesauribile umanità di Cristo, che mai e poi mai bollò con parole di fuoco l’adultera peccatrice che stava per essere lapidata?

I commenti di Formigoni sono figli dell’intolleranza, non della Caritas. Ma, e qui passo ai progressisti, è un grave errore reagire con la censura. È sbagliatissimo invocare la denuncia penale, seguita da una sanzione-mannaia. Pare che il filosofo Umberto Galimberti, offeso (come me, del resto) dalle parole odiose di Formigoni, abbia auspicato l’introduzione del reato di omofobia in Italia. Su facebook in molti si sono dichiarati d’accordo. Del resto, si sa, il tintinnio delle manette è musica per le orecchie di tanti nostri connazionali. Io sono per la libertà di parola, senza troppi dubbi e distinguo. Io sono assolutamente contrario a ogni censura, anche indiretta. Meglio una persona offesa in più, che un giro di vite alla repressione.

Anzitutto, ogni forma di censura è politicamente stupida e sterile. Non facciamo a questo signore il favore di potersi presentare come una povera vittima di ‘checche comuniste isteriche’. La censura è anche pericolosa. In Italia abbiamo ancora residui del reato di opinione, rimasugli feudali maleodoranti che dovremmo gettare nella spazzatura e non già riciclare contro chi la pensa diversamente da noi. I tribunali sono già sovraccarichi. Immaginiamoli sommersi da una marea nera di denunce contro Pinco e Pallo, colpevoli di aver usato questo o quel termine offensivo, politically incorrect. A che servirebbe? Non certo a educare la mentalità di chi è retrogrado. Potrebbe invece imbarbarire noi, il nostro modo di vivere. Ogni reato di opinione può essere usato per reprimere legalmente il dissenso, sale delle liberal-democrazie. Del resto, anche chi denuncia per diffamazione e ingiuria spesso sfrutta uno strumento legale per intimidire giornalisti o liberi pensatori che osano ficcare il naso negli affari (spesso loschi) altrui.

Il grado di civiltà di un Paese si giudica dalla legislazione che quel Paese si è dato sulla libertà di espressione. Visto che sedicenti menti eccelse hanno cercato, in questi ultimi anni, di americanizzare il nostro sistema politico, cerchiamo di trarne qualche vantaggio: impariamo almeno una cosa buona dagli Stati Uniti. Gli americani, sul terreno delle libertà, sono anni luce avanti a noi: loro sono figli del Protestantesimo e delle guerre di religione europee, noi della Controriforma cattolica. Ecco perché custodiscono gelosamente il Quinto Emendamento, simbolo del loro culto per le libertà individuali. Noi invece, anche quando ci professiamo comunisti o liberali o pentastellati o quel che passa il convento delle ideologie, puzziamo ancora di Santa Inquisizione. Amiamo più il conformismo che il libero dibattito. Preferiamo chinare la testa, o voltarla dall’altra parte, che lottare per un principio. È il nostro abito mentale da secoli. Prima ce ne liberiamo e meglio sarà per noi.

Non cadiamo nella tentazione – che è una trappola – di tappare la bocca a chi non la pensa come noi. Trovo assurdamente puerile il politically correct di una certa sinistra tanto benpensante quanto intollerante. Dobbiamo lottare in maniera intelligente e giusta contro l’omofobia, l’antisemitismo e il razzismo, cancri delle nostre società.
Carlo Ginzburg, storico conosciuto in tutto il mondo, si è espresso contro il reato di negazionismo. Quanta coerenza e forza d’animo! Suo padre, Leone, venne trucidato dai nazi-fascisti. Eppure Ginzburg dice, serenamente, che è “inammissibile imporre per legge un limite alla ricerca” (“È un errore punire i negazionisti”, intervista di Simonetta Fiori, La Repubblica, 22 ottobre 2013).
La comunità scientifica ostracizzerà comunque gli pseudo-storici che negano o manipolano la verità: lo sterminio nelle camere a gas di milioni di ebrei, slavi, zingari, omosessuali e oppositori politici è un fatto storico accertato. Anche Ginzburg usa l’argomentazione dell’inopportunità politica dei provvedimenti censori: i negazionisti ostili alla civiltà liberale non aspettano altro che finire in tribunale, cassa di risonanza per le loro ignobili falsificazioni. Ginzburg, che ha cuore e non solo cervello, è da prendere ad esempio: è un lucidissimo testimonial dei nostri valori laici e democratici.

L’unica strategia intelligente, quando si ha a che fare con personaggi gretti e intolleranti, è portare avanti le nostre idee con generosità e apertura mentale. Non diventiamo a nostra volta sguaiati e incivili, li faremmo vincere. Vorrebbero trasformare la polis democratica in un’arena in cui ci si sbrana come belve. Partiamo sempre dal concetto illuministico, radicato nel mondo anglosassone, che abbiamo di fronte a noi avversari da convincere, non nemici da liquidare. L’odio che vogliono suscitare in noi, lo dobbiamo respingere. L’odio è tossico, avvelena. Dobbiamo sforzarci di essere più cristiani – o, il che è lo stesso, più buddisti – dei seminatori di zizzania, anche se non siamo credenti. Se proprio vogliamo essere crudeli, ignoriamoli gli omofobi e i razzisti, non diamo loro alcun peso. A quel punto le loro parole cariche d’odio viaggeranno nell’etere come bolle di sapone. Non saranno più frecce avvelenate. E cerchiamo di avere più fiducia nella nostra società, nel grado di civiltà che abbiamo raggiunto, nella maturità dei nostri concittadini: chi vomita insulti, alla fin della fiera, si isolerà da solo.

Non raccogliete le provocazioni: sono loro, quelli che rigettano in toto la modernità, che devono coltivare sogni di rivalsa. Chi canta vittoria, da destra, per questa legge sulle unioni civili ha perso il senno. Ogni passo in avanti nel riconoscimento dei diritti civili è una frustata in faccia ai bigotti illiberali. La società italiana si è evoluta vertiginosamente in questi ultimi decenni. E il Parlamento fa fatica a tenerle dietro. Un tempo erano impensabili addirittura il divorzio e l’aborto, figuriamoci l’unione legale fra due persone dello stesso sesso. Non dubitate: i conservatori iper-tradizionalisti combattono una battaglia di retroguardia, persa in partenza. Stiamo attenti dunque a non commettere passi falsi: difendiamo sempre e comunque la libertà di parola. Anche la loro.

Edoardo Crisafulli

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