sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Gli ultimi i penultimi
e la sinistra europea
Pubblicato il 29-03-2016


Mancava, tra i 28 stati dell’Unione europea (con l’eccezione di Spagna e Portogallo; ma, come vedremo tra poco, si tratta di un’eccezione che conferma la regola), soltanto la Germania. Ma adesso siamo veramente al completo. Perché, dopo le elezioni del 13 marzo, anche in Germania la destra populista raggiunge una percentuale a due cifre; mentre la sinistra, di governo e radicale, non ha più la maggioranza. Un evento, quest’ultimo, propriamente epocale; nel senso che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, non si era mai verificato.
Facile, a questo punto, il fare due più due. I populisti di destra che crescono, soprattutto nell’elettorato popolare. La sinistra di governo e quella più radicale che perdono una grandissima parte del loro elettorato tradizionale. E, come effetto scatenante, l’immigrazione; o, più esattamente, l’immigrazione incontrollata.
La distinzione è fondamentale. Non è, insomma, la percentuale di extracomunitari presenti in un determinato paese a determinare la reazione populista. E, a rigor di termine, non lo è nemmeno la maggiore o minore presenza di islamici al loro interno. Perché, se così fosse, le destre xenofobe dovrebbero fiorire in Spagna e Portogallo (o nel nostro mezzogiorno) ed essere pressoché assenti, invece, nei paesi dell’Est; mentre si verifica esattamente il contrario.

E, allora, questa è almeno la nostra ipotesi di lavoro, ad essere determinante nel generale smottamento politico-psicologico in atto nel nostro continente non è il passato dell’immigrazione ma il suo futuro. Insomma, il suo carattere incontrollato.
Guerra tra poveri ? Razzismo, xenofobia? Sarebbe consigliabile usare termini meno sprezzanti e carichi di indebiti giudizi valoriali. Meglio parlare, a spanne, di un confronto (dagli esiti potenzialmente drammatici) tra penultimi e ultimi. intendendo però per tali da una parte i ceti popolari partecipi – sia pure in una condizione sfavorita – di un sistema di cui sono parte integrante e, dall’altra, tutti coloro – immigrati, stranieri, diversi – che di questo sistema non fanno parte. Perché non possono; o, peggio ancora, perché non vogliono.

Non possono? Non vogliono? Qui non ci sono riscontri cui affidarsi; né discorsi razionali cui fare riferimento. Nulla è certo; tutto è possibile. E il senso di frustrazione e, insieme, di abbandono dei penultimi di fronte al franare dell’universo in cui sono vissuti rischia
di incanalarsi in imprevedibili e pericolose direzioni.
Molto dipenderà da quello che le classi dirigenti faranno e/o sapranno dire. Sino ad ora esse hanno taciuto. O, se hanno parlato, lo hanno fatto (con la sola eccezione della Merkel e del nostro Renzi) nel senso della chiusura dettata, insieme, da pregiudiziali ostilità e da un sentimento di impotenza. A contrastarla, ma in nome del valore religioso e morale, la sola Chiesa cattolica di Papa Francesco: una barriera importante ma del tutto insufficiente.

A sinistra, il silenzio, interrotto di tanto in tanto da voci discordanti. Pure avremmo molte cose da dire: perché tutta l’esperienza secolare del socialismo democratico è intessuta dalla tensione permanente tra penultimi e ultimi, tra interni ed esterni al sistema: proletariato e sottoproletariato, occupati e disoccupati, ceti avanzati e ceti marginali, diritti generali acquisiti e diritti particolari negati,e, appunto, proletariato interno e proletariato esterno; e perché abbiamo sempre ritenuto che queste contraddizioni potessero e dovessero essere risolte solo nel contesto della crescita complessiva delle nostre società. In un processo di inclusione che, partendo dagli inclusi si sarebbe fatalmente esteso anche agli altri.

Per tenere fede a questo indirizzo, potevamo e dovevamo prendere le mosse dalla crisi aperta nel 2007 per rilanciare il ruolo dell’Europa come punto di riferimento politico di un processo di rilancio dell’investimento pubblico e di riduzione delle disuguaglianze, in un contesto di internazionalismo pacificatore. Mentre ci siamo mossi in una direzione esattamente opposta: concorrenza al ribasso tra gli stati in termini di diminuzione dei costi del lavoro e dei servizi sociali; austerità paralizzante; e, a coronare il tutto, la lunga e disastrosa serie delle guerre democratiche, riprese a livello nazionale all’insegna dello scontro di civiltà.
Scontata, allora, la perdita di consensi. La nostra gente ci sta abbandonando, perché si sente abbandonata. E, con l’andar del tempo, recuperare sarà sempre più difficile.

Alberto Benzoni

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