venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Guerra in Libia. ‘A Roma non c’è nessuna war room’
Pubblicato il 02-03-2016


Forze speciali in Libia 1È interminabile il conto alla rovescia sulla Libia. La nascita del governo di unità nazionale slitta continuamente da oltre due mesi, mentre i terroristi islamici dell’Isis cercano di allargare la loro presenza partendo dalla roccaforte di Sirte. L’accordo tra le autorità di Tripoli e quelle di Tobruk sembrava a portata di mano già alla fine del 2015, ma l’intesa è sempre saltata per un motivo o per l’altro. Il premier designato Fayez Sarraj aspetta sempre la fiducia del Parlamento di Tobruk: sembrava che potesse arrivare in questi giorni, ma così non è stato. Il generale Khalifa Belqasim Haftar, già ai vertici dell’esercito di Muammar Gheddafi, alza sempre il prezzo e l’appuntamento è sempre rinviato.

La spaccatura da superare è profonda. Tripoli, dominata dalle milizie islamiche, rappresenta la Tripolitania; Tobruk, amministrata da forze laiche, è espressione della Cirenaica. Le alleanze interne tra decine di tribù ed internazionali sono diverse. L’unico punto in comune è la determinazione a combattere i terroristi a caccia di proseliti, di città e del petrolio libico. Matteo Renzi si è detto «preoccupato per lo stallo in Libia». Il presidente del Consiglio italiano, pazientemente, da mesi sta cercando di promuovere la nascita di un governo di unità nazionale in Libia che possa combattere il terrorismo, chiamando anche in soccorso aiuti militari esterni sotto l’egida dell’Onu. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, disperando in un accordo tra Tripoli e Tobruk, da tempo stanno pensando ad un possibile intervento militare. Caccia di Washington, nell’ultimo anno, hanno bombardato, in maniera selezionata, obiettivi militari dell’IsItaliani-Libia-Farnesina-Isisis. Si parla anche di truppe speciali americane, britanniche e francesi già operanti in Libia in attesa di sostenere un attacco e un Centro di coordinamento della coalizione, secondo fonti Usa, sarebbe già pronto a Roma per preparare un piano per un secondo intervento in Libia dopo quello del 2011.

Un’indiscrezione smentita a Roma. “Sulla Libia ribadisco la coerenza del Governo, attendiamo la formazione del governo libico, ma non c’è nessuna war room” ha scritto in un tweet il sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, a proposito delle parole del generale Donald Bolduc, comandante delle Forze speciali Usa in Africa, citato dal Wall Street Journal. “La coerenza dell’impegno italiano è palese sul ruolo di essere i primi promotori della formazione del governo libico”. Ora “aspettiamo le proposte del governo libico per contrastare tutti insieme Isis in Libia”. E aggiunge: “Se percepiti come invasori viene meno l’efficacia della missione”.

E anche Renzi “frena”. Senza una prospettiva politica e un governo di unità nazionale del paese nord africano teme un autogol, paventa che l’intervento della coalizione occidentale possa essere visto come l’azione di invasori, alimentando la propaganda terrorista di una guerra di religione. Il presidente del Consiglio ha ricordato il disastro provocato dall’intervento militare del 2011 contro Gheddafi: «In Libia abbiamo visto cosa è accaduto quando qualcuno, in particolare inglesi e francesi, è intervenuto senza un quadro di governo stabile». Il dittatore libico fu abbattuto, ma il paese cadde in una sanguinosa guerra civile, causando la fuga di centinaia di migliaia di persone disperate verso l’Italia. Renzi ha confermato: «L’Italia è un Paese guida in questa partita, ma innanzi tutto adesso la priorità è il governo in Libia».
Martedì 9 marzo l’esecutivo riferirà al Senato sulla delicatissima situazione in Libia.

Sergio Mattarella è sulle stesse posizioni di Renzi. Il presidente della Repubblica insiste nel perseguire l’obiettivo di aspettare la nascita di un governo di unità nazionale in Libia. Mattarella, quando si è recato da Barack Obama a Washington, ha sottolineato la necessità di seguire questa strada. Il presidente degli Stati Uniti ha concordato con lui sulla priorità di aiutare la formazione di un governo di unità nazionale in Libia «in modo di stabilizzare il loro territorio e neutralizzare l’Isis». Così l’ipotesi di un immediato intervento militare statunitense in Libia contro il terrorismo islamico è passata in seconda linea. Renzi ha tirato un sospiro di sollievo. Un’azione militare, senza il consenso delle autorità libiche e un quadro di riferimento internazionale, è considerata un errore dal governo italiano. Renzi più volte ha detto no alle “bombe” che nel 2011 sconfissero Muammar Gheddafi, lasciando il Paese nord africano in preda a una grave guerra civile, mentre i terroristi islamici (in gran parte stranieri provenienti dall’Iraq e dalla Siria) guadagnavano posizioni. Gli stessi concetti Mattarella ha espresso nella riunione del Consiglio Supremo di Difesa, svoltasi nei giorni scorsi sul delicato tema.Forze speciali in Libia

Giorgio Napolitano è dello stesso parere. L’ex presidente della Repubblica, molto stimato negli Usa e in Europa, avrebbe operato e continuerebbe a farlo in modo molto riservato, a sostegno dell’impostazione del presidente del Consiglio.

La situazione è particolarmente delicata per l’Italia: la Libia è una ex colonia, è a poche centinaia di chilometri dell’Italia, da lì partono i barconi carichi di disperati diretti verso le nostre coste, l’Eni è storicamente presente nell’estrazione di petrolio e di gas, l’Isis ha minacciato ripetutamente il nostro Paese (in particolare Roma e Milano) prima e dopo i tragici attentati di Parigi. La situazione è ad alto rischio. Basta niente per provocare l’irreparabile: un attentato sanguinoso oppure l’attacco improvviso in forze di aerei occidentali in Libia. Qualcuno pensa anche alla vecchia idea di dividere la Libia in tre parti: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan.

Rodolfo Ruocco

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