mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

I limiti del multiculturalismo all’italiana
Pubblicato il 25-03-2016


Il n. 2/2016 di “Micromega” dedica una sezione all’approfondimento del dibattito sulle cause di quanto è avvenuto la notte di S. Silvestro a Colonia, dove, nell’indifferenza delle forze dell’ordine presenti, una moltitudine di uomini provenienti dal Nordafrica e dal Medio Oriente ha, tra l’altro, molestato sessualmente le donne tedesche, convenute nella Piazza del duomo della città per festeggiare il Capodanno. Interessanti sono le considerazioni svolte sull’accaduto da due scrittrici, da sempre impegnate sul fronte del movimento per la liberazione della donna: Lucia Annunziata e Alice Schwarzer, quest’ultima, attivista del movimento femminista.

Entrambe sono concordi nel condannare quanto accaduto in Germania, imputandone la responsabilità alla politica, non tanto perché questa non si sia mai interessata del problema dell’integrazione dei diversi (in particolare degli immigrati di religione mussulmana) all’interno delle società degli Stati europei, quanto per i limiti che hanno caratterizzato i tentativi di soluzione del problema.

Lucia Annunziata, in un dialogo con Dacia Maraini (“Colonia, Europa”), non esita ad affermare che l’aggressione ai danni delle donne di Colonia non è stata solo un’espressione di sessismo, ma anche espressione “di una specificità culturale, forse persino religiosa”, che ha legato tra loro gli aggressori”; specificità di cui tener conto, se si vuole realmente intendere la natura del fenomeno dell’aggressività degli “ospiti” mussulmani nei Paesi europei.

In Europa, osserva l’Annunziata, il sessismo, per quanto frequente, non è pubblicamente accettato come fenomeno culturale, mentre quando se ne parla “in relazione ad altri mondi, in particolare al mondo arabo”, tutto viene ridotto a una “questione” culturale, secondo i principi propri di un ‘relativismo etico” alla moda. Si tratta della manifestazione di una “volontà di non giudicare che si traduce nell’accettazione acritica di tutte le differenze culturali”. Ciò che è successo a Colonia non può essere spiegato sulla base di questo malinteso relativismo valoriale; l’aggressione consumata nella città tedesca non è stata una manifestazione di riprovevole sessismo, ma un “atto di guerra”, in quanto aggressione di ciò che la donna rappresenta per la cultura occidentale: un simbolo di uguaglianza. Se così stanno le cose, si chiede l’Annunziata, sono integrabili le persone che, come gli aggressori di Colonia, hanno mostrato di non volere accettare il modo proprio di concepire sul piano culturale l’organizzazione sociale dell’Occidente? Costoro, sempre secondo l’Annunziata, non sono integrabili, perché attraverso l’aggressione della notte di S. Silvestro hanno mostrato di essere portatori di una scelta politica contraria.

Dello stesso parere è Alice Schwarzer: quanto accaduto a Colonia non è stato solo un atto di maltrattamento delle donne, ma qualcosa di nuovo, grave per tutta l’Europa. Nella città tedesca, “la legge non l’ha imposta lo Stato ma mille-duemila uomini provenienti ‘dal Nordafrica e dal Vicino Oriente’”, che hanno commesso un atto di guerra che la polizia, per ragioni riconducibili a una malintesa tolleranza, ha ingiustificatamente tentato di ignorare. Tutto ciò, però, secondo la sociologa tedesca, “ha a che fare con il clima di falsa tolleranza nei confronti dell’islam politicizzato che domina da alcuni decenni e con la paura di essere accusati di razzismo”. Anziché tentare di nascondere l’accaduto, se ne doveva subito denunciarne la natura politica, partendo dal presupposto che mon poteva essere considerato razzismo, o politicamente scorretto, dire chi fossero i colpevoli e da dove provenissero; ciò perché, per poter combattere l’atto di guerra, esso doveva essere da subito denunciato, senza la paura di venire accusati di islamofobia.

In Germania, osserva la Schwarzer, e in molti altri Paesi, come ad esempio l’Italia, l’islamofobia non ha mai costituito un serio problema, se non per minoranze politiche contrarie alla cultura occidentale dello Stato di diritto. Al contrario, il problema è espresso dal multiculturalismo e dal relativismo culturale, sostenuti soprattutto da una parte della sinistra che, in nome di altre religioni, “non solo ha tollerato, ma ha regolarmente promosso la relativizzazione dello Stato di diritto e dei diritti umani”.

Se al multiculturalimso ed al relativismo valoriale, di cui è portatrice una parte della sinistra, è imputabile la mancata attuazione di una politica aperta all’integrazione dei diversi all’interno dei contesti culturali occidentali, dove sta il difetto? Poiché il multiculturalimso è un’”invenzione” della cultura americana, può l’esperienza della società americana essere assunta a paradigma, per intendere le implicazioni, positive e negative, sottostanti l’humus culturale atto a favorire i processi di integrazione fra portatori di culture diverse?

In America, l’integrazione dei gruppi etnici portatori di culture diverse è stata fondata su un sistema di valori che si è supposto potessero essere condivisi da tutti. I grandi movimenti sociali che hanno agitato la società americana, dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, hanno portato alla reiezione della dell’integrazione basata sulla “fusione” delle culture (melting pot); quest’ultima considerava l’integrazione come esito sincretico, egemonizzato dai gruppi prevalenti, di un processo di fusione culturale, che si risolveva nella negazione e nella rimozione della visibilità dei singoli gruppi. La prospettiva del melting pot è stata sostituita da quella cosiddetta dell’“insalatiera” (salad bowl), che concepiva l’integrazione fondata sulla conservazione di una netta distinzione delle diverse componenti culturali, sia pure all’interno di una rigida struttura normativa condivisa (l’insalatiera, appunto).

Questa rigidità è stata successivamente rigettata dal multiculturalismo, in quanto assertore di un’integrazione che ha rifiutato la prospettiva dell’”insalatiera”; ciò perché la pretesa di quest’ultima è stata percepita dal multiculturalismo come una frammentazione o scomposizione dell’unità della nazione; ne è seguita una reazione che ha portato ad una nuova prospettiva di integrazione sociale, che, rifiutando la semplice contrapposizione dei singoli gruppi, ha in sua vece istituzionalizzato una loro autonoma visibilità politica e culturale, all’interno di un sistema di valori che avrebbero dovuto salvaguardare l’unità della nazione americana. Purtroppo, così non è stato, in quanto la prospettiva multiculturale adottata non è risultata aggregante.

L’esperienza del processo di integrazione vissuto dalla società americana è stata in sostanza la stessa dal processo di formazione degli Stati-nazione: le diversità che oggi è possibile riscontrare riguardo a questi ultimi sono gli esiti finali della lenta evoluzione che essi hanno subito nel tempo; malgrado la diversità delle forme, il definitivo consolidamento degli Stati-nazione ha comportato l’emergere di una rigida organizzazione istituzionale, nel senso che si è imposta una organizzazione del vivere insieme, che ha implicato la convergenza del consenso generalizzato intorno ai valori posti alla base della loro formazione.

In tal modo, gli Stati-nazione hanno ricondotto a sé l’esercizio della funzione potestativa, per perseguire l’obiettivo di fare corrispondere i propri confini territoriali a quelli della nazione, intesa come amalgama di tutti soggetti che avevano subito l’ordinatio ad unum sul piano dell’adesione ad un unico modello organizzativo statuale: è questa la fase del melting pot. All’interno di una siffatta esperienza, gli Stati-nazione che hanno subito un processo di trasformazione in senso democratico hanno consentito di ricuperare, parzialmente o totalmente, alcuni dei tratti culturali originari delle singole componenti dei popoli, tenuti insieme da una crescente propensione alla cooperazione ed alla solidarietà, attraverso l’affermazione di una generalizzata adesione al cosiddetto “patriottismo costituzionale”: è questa la fase del salad bowl, su basi però di un multiculturalismo aggregante.

Per essere aggregante, il patriottismo costituzionale presuppone che tutti i gruppi culturali insistenti su un determinato territorio accettino spontaneamente un insieme condiviso di valori e che nessuno dei gruppi abusi dei “suoi” valori particolari per una strategia politica di potere, come mostrano di voler fare invece alcuni gruppi di cultura islamica presenti in molti Stati Europei. All’interno dei sistemi sociali democratici, quali sono gran parte dei Paesi occidentali, e sicuramente tutti i Paesi dell’Unione Europea, l’integrazione sociale è fondata sull’accettazione dello Stato di diritto, i cui valori sono sanciti da una Costituzione sovraordinata a quelli esclusivi di ogni singolo gruppo; ciò significa che ogni gruppo che vive all’interno di uno Stato di diritto deve rispettarne i valori fondativi, senza condizioni ed eccezioni, accettando la separazione fra lo Stato e i propri valori esclusivi, quali sono, ad esempio, i valori religiosi, mussulmani o cristiani che siano. Se ciò non avviene, essendo comunque consentito per un senso di mal intesa tolleranza nei confronti di un gruppo straniero portatore di valori religiosi che, come nel caso della religione mussulmana, non contemplano alcuna separazione fra Stato e religione, è inevitabile che possano manifestarsi fenomeni sul tipo di quello che si è verificato a Colonia la notte di S. Silvestro.

La paura di essere esposti all’accusa di razzismo ha provocato la tendenza a sottovalutare, come afferma l’Annunziata, che una buona parte del mondo arabo, al quale appartiene la parte più consistente degli immigrati nei Paesi europei, coltivi “oggi una piattaforma politica contro di noi e l’esprima in maniera organizzata”. I gruppi di immigrati di religione islamica, perciò, non sono integrabili, in quanto costituiscono “un’enorme massa di giovani politicizzati in chiave antioccidentale” e molti di essi sono portatori di “un fortissimo sentimento antioccidentale”, perché ritengono l’Occidente colpevole della loro attuale condizione. Tutto questo non può che richiedere un radicale cambiamento del discorso tradizionale sull’integrazione. Giunti a questo, punto che fare allora?

A parte il realismo suggerito dall’Annunziata per l’adozione di “corridoi umanitari immediati” a sostegno dei più fragili, è difficile dire quale sia la strategia migliore per separare gli immigrati “fragili” dai potenziali nemici dell’Occidente. Si può solo fare appello alla politica, perché diventi più responsabile e abbandoni la falsa tolleranza, mostrata sinora oltre ogni limite, nei confronti dei gruppi di immigrati che non accettano i valori sui quali è fondata la nostra convivenza civile. Se ciò accadesse, diverrebbe necessaria l’attuazione di una politica dell’immigrazione più selettiva, idonea ad evitare che si debbano subire atti di violenza, forse ancora più gravi di quelli manifestatisi a Colonia.

In tal modo, le singole popolazioni dei Paesi europei, di fronte alle dimensioni attuali del fenomeno migratorio, potrebbero perlomeno consolarsi del fatto che la politica, abbandonando la falsa tolleranza sinora adottata verso il diverso, acquisisca finalmente la consapevolezza che l’integrazione non va genericamente difesa con l’accusa di razzismo rivolta indistintamente contro chi denuncia gli atti di guerra dei diversi, ma con l’inizio di un nuovo atteggiamento da assumersi nei loro confronti, perché sia chiaro che all’interno delle società occidentali possono essere accolti solo coloro che accetteranno di rispettare i valori dello Stato di diritto, senza che la sua integrità sia messa in discussione da chicchessia, sia egli indigeno o alieno.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Da dove si inizia?
    Dalla fine della seconda guerra mondiale quando ci fu la decolonizzazione e gli stati imperialisti permisero agli abitanti delle ex colonie di stabilirsi in casa propria, sicuri di poterli amalgamare all’interno della popolazione?
    Dagli anni settanta, quando cominciò, almeno da noi, la venuta di quelli che furono chiamati “vù cumprà?
    Dai tempi della caduta dei paesi comunisti, che liberò polacchi, albanesi, macedoni, ecc. ivi compresi migliaia di rom?
    Finiamola qui: tanto da dovunque si inizi non cambia gran che.
    L’occidente europeo è ricco e sta bene, però da anni vede diminuire le nascite. Manovalanza a basso costo non fu mai rifiutata. Ma all’inizio nessuno pensò che avremmo dovuto produrre politiche di integrazione, Si arrangiassero.
    Per un po’ le cose marciarono bene.
    Poi le cose cambiarono. A me stupì molto che a Strasburgo, per la fine dell’anno, fosse dato fuoco alle auto in sosta. Quella città, che avevo frequentato a lungo, non pareva contenere elementi di ribellione così forti. In verità erano venute a galla le contraddizioni. Si esaminarono le banlieues.
    Ora siamo sottoposti a flussi notevoli di emigranti e dobbiamo cercare di non affogarci dentro.
    Quando i “barbari” invasero lo spazio dei romani, si contentarono di un terzo delle terre e di mantenere due sistemi giuridici distinti, uno per i germanici, uno per i romani.
    Quando i normanni conquistarono la sicilia, gli arabi rimasti in loco si convertirono al cristianesimo.
    Ma sono esempi, questi, che non possono guidarci, noi europei che abbiamo passato l’illuminismo e lo stato di diritto.
    Ecco: lo stato di diritto. Cioè quello che si traduce nel rispetto delle regole del paese ospitante. Che però può divenire “ostico” ad una visione nazionalistica del mondo (basti pensare alla libertà di espressione delle fede religiosa). e che può essere difficile da far accettare a chi, anche se ospite, è abituato da millenni al dominio assoluto sulla donna, situazione che da noi è stata superata solamente da poco.
    Ah, non ho accennato alle cause profonde del “puzzle” politico che si è creato con le guerre mediorientali e nordafricane che l’occidente ha rinverdito negli ultimi quindici anni. Né al “fastidio” che lo Stato Islamico crea nei rapporti internazionali e nelle situazioni interne quando la guerriglia si traduce nella mattanza di persone a caso.

  2. Il richiamo che qui si fa all’ America mi fa venire alla mente quelle Nazioni, molto più giovani rispetto al Vecchio Continente, che si sono formate nel corso degli ultimi secoli attraverso flussi migratori multietnici, tanto più intensi quanto più ampio era il territorio da popolare, e la cui storia si è divisa, per quanto possiamo immaginare, in due fasi (riguardo appunto all’argomento in causa).

    Nella prima fase, quella più pioneristica, era abbastanza improbabile che potesse nascere una ben precisa identità nazionale, specie in presenza di un accentuato multiculturalismo, il quale aveva per solito bisogno di tempo per potersi combinare e amalgamare, ragion per cui la vita e convivenza sociale era regolata, per ciascun gruppo etnico, dalle rispettive culture ed usanze.

    Per tutti funzionavano le leggi, che semmai risentivano della tradizione giuridica del gruppo “dominante”, per numero, posizione economica, ecc, ., ma le leggi non equivalevano ancora all’identità di popolo.

    Col passare degli anni e delle generazioni quei popoli hanno poi maturato una coscienza comune, come l’amor di Patria, e si sono dati valori comuni, come la lingua e la bandiera, ai quali si sono molto attaccati, senza aver timore a dimostrarlo, tanto che i nuovi venuti per terra e per mare, messi di fronte a sentimenti collettivi così fermi e saldi, non hanno potuto far altro che riconoscerli ed accettarli.

    In buona sostanza, anche nella seconda fase della storia di tali Nazioni non è venuto meno il multiculturalismo, ma rispettoso nondimeno del “primato” della cultura autoctona, ossia quella ormai consolidata del Paese ospitante, che in questo modo non ha dovuto rimettere in gioco la propria fisionomia colturale.

    Sembra invece che per taluni Paesi del Vecchio Mondo sia avvenuto il percorso inverso, nel senso che, anche sotto una certa spinta “nichilista”, hanno rinunciato alla loro identità, cui erano arrivati nel corso degli anni, spesso con fatica e con non poche difficoltà, ed ora si trovano esposti alla cultura, usanze, costumi, di quei gruppi etnici che non se ne sono mai privati, e in queste condizioni il multiculturalismo potrebbe effettivamente mostrare i suoi limiti (per usare le parole dell’Autore).

    Paolo B. 28.03.2016

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