domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il giorno dopo la tragedia: cinque domande
Pubblicato il 23-03-2016


Dopo le due Parigi, il massacro di Charlie Ebdo e quello ancora più terribile del 13 novembre, è stata la volta di Bruxelles, dove hanno perso la vita 32 persone (e pare anche la funzionaria italiana Patricia Rizzo) mentre ben 270 sono i feriti. A poco conta ripetere quel che già l’Avanti ha sostenuto, autonomamente e senza prendere ordini da nessuno, a volte senza neanche preoccuparsi troppo della posizione del governo del quale il segretario del Psi è parte. Ci sono infatti questioni, come quelle relative alla pace e alla guerra che credo debbano essere competenza di tutti, del Parlamento della Repubblica al di là delle posizioni di maggioranza e minoranza, del popolo italiano nelle sue diverse espressioni politiche, culturali, religiose. Penso che questa sia anche la posizione del presidente del Consiglio che ha riunito a Palazzo Chigi tutti i capigruppo parlamentari per trovare una larga unità. Per questo mi permetto di riproporre cinque domande finora senza risposta:

1) Perché, se anche questa orribile strage di uomini, donne e bambini (terribile quel passeggino saltato in aria) compiuta dal fanatismo islamista, rimanda a piani progettati e sostenuti nella capitale del cosiddetto Stato islamico o Daesh, la comunità internazionale ancora non ha preso possesso di quel territorio, limitandosi a incursioni aeree che peraltro finiscono inevitabilmente per colpire anche la popolazione civile e che non sono per niente risolutive? Lasciamo perdere tutte le comprensibili giustificazioni. Non sono un esperto militare, ma secondo quanto riferito dagli esperti basterebbero, per venirne a capo, le azioni di terra dei curdi e dell’esercito siriano, sorretti dagli aerei alleati.

2) Perché si lasciato solo Putin nell’intervento in Siria dove Daesh è nato, anche per indecisioni e rinvii dell’amministrazione americana, e perché non si sono ancora superate le sanzioni contro la Russia in cambio di un’azione comune contro il terrorismo che potesse portare anche all’uscita di scena di Assad, che tra le tante orribili propensioni come dittatore non ha quella di voler bruciare e conquistare l’Europa crociata?

3) Perché non si sono recisi i cordoni ombelicali con quei paesi o quei potentati economici che finanziano o sorreggono in qualche modo lo stato islamico, e perché non si è chiarito nel contempo la posizione della Turchia, strategicamente utile all’alleanza atlantica nella fase delle nuove tensioni con la Russia, ma che continua a mettere sullo stesso piano curdi e terroristi islamici, anzi che ha apertamente appoggiato almeno in una prima fase (ma secondo le immagini fornite dai russi anche recentemente con quei camion pieni di petrolio che sfrecciano dai territori occupati dai terroristi) i secondi contro i primi?

4) Perché sulla sicurezza non si è costruito un sistema di intelligence europeo unico o coordinato, e perché nessuno a saputo fornire utili indicazioni della situazione di un quartiere di Bruxelles dove proliferano gli islamici e i sospetti terroristi? Se Salah ha potuto tranquillamente restare in quel luogo per mesi, senza essere riconosciuto, è anche perché ha potuto godere di appoggi, di complicità, di sostegni. Possibile che non sia esistito un controllo minimamente efficace?

5) Perché l’Europa non dà segni di vita, con l’Italia che nonostante tutto non si sente in guerra e compie l’errore di ritenere che il terrorismo islamico c’entri con il disagio sociale e la mancanza di cultura e invece esso è frutto di una ideologia che, sostenuta dalla lettura di qualche isolato passo del Corano, ha lanciato la guerra agli infedeli e l’obiettivo di conquistarci, assicurando il Paradiso e altri confortevoli piaceri ai martiri suicidi? Questo mentre la Francia si sente in guerra e la Gran Bretagna e la Germania, accettando di inviare i loro mezzi militari, anche. Ormai è chiaro, dopo le due stragi di Bruxelles, che non esistono paesi al riparo perché meno esposti nella lotta al terrorismo. Essere più deboli coi forti e più accondiscendenti col terrore non ci terrà fuori da questa guerra che ci è stata dichiarata e che per amore della libertà e per dovere verso il futuro dei nostri figli non possiamo non combattere con tutti i mezzi.

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Commenti all'articolo
  1. Vogliamo essere crudi una buona volta per amor di ideali ai quali continuiamo a credere, si?
    Siamo un paese allo SBANDO, gestito da una burocrazia corrotta che “governa” un governo di incapaci “parvenues” catapultati al comando di un non Stato che, ancora dalla gestione massonica del figlio del fondatore di Mediobanca, ha scambiato per economia la finanza. Il quale Presidente “tecnico” non che ministro dell’Economia, nonche onoratissimo Presidente della Repubblica, nell’incapacita di onorare i debiti ha dato ordine di badgettarli di sei mesi in sei mesi e di pagarli a sei mesi dalla scadenza.
    Un Paese che sai permette di accettare da un “rieletto”, unanimemente per ignavia, Presidente della Repubblica, senza scrupoli e soprattutto di marca leninista, dove non è ammessa la pietà per i nemici (il politicamente povero Berlusconi sperava di impietosirlo mostrandoli il fondoschiena!), ben TRE presidenti del Consiglio, di cui uno senza meriti promosso Senatore a Vita (pomposamente chiamati PREMIER, ma solamente dei PRIMUS), senza degnarsi di convocare il popolo, come hanno fatto tutti i Paesi democratici in crisi.
    Un paese elevatosi a benestante con i soldi degli altri, dedito al “not in my garden” essendo l’Italia il BELPAESE dove il SI suona, che può accettare le terre dei fuochi e che s’indigna per il povero Regeni, probabilmente spia per conto della Gran Bretagna, ma non per i cinque anni di detenzione illegale di due Marò che svolgevano il servizio antipirateria assegnatigli.
    Un paese vecchio, abituato a non sacrificare nulla ed a non fare fligli, perche limiterebbero fortemente le libertà goderecce dei genitori, ma che si lamenta dei troppi stranieri che lo occupano, perché forse inquinerebbero la razza. Che li vorrebbe qui a lavorare per noi, per poi rimandarli a casa loro una volta terminato l’incarico.
    Un Paese quindi da sempre dedito a “Francia o Spagna purché se magna” e che ha vissuto con le “rimesse degli emigranti” che si spaccavano la schiena sui peggiori lavori rischiando – come a Marcinelle – di morire sepolti vivi.
    Absit iniuria verbis.

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