domenica, 24 luglio 2016
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Opinioni e commenti
 

Un progetto ambizioso:
Il patto Parma-Reggio
Pubblicato il 16-03-2016


Palazzo del Governatore

Palazzo del Governatore

Verso un nuovo patto Parma-Reggio, idee per azioni comuni”. Il convegno è stato organizzato dai circoli Pertini di Parma e Prampolini di Reggio e vi hanno partecipato i due sindaci, i due presidenti delle province, presidenti di enti territoriali, economici e sindacali, gli organi di informazione di Parma e di Reggio. Qui di seguito gli interventi di Fabio Fabbri e Mauro Del Bue.


Patto Parma-ReggioC’è bisogno di un Nuovo Corso
di Fabio Fabbri

Ringrazio vivamente i rappresentanti delle istituzioni e della società civile che hanno accolto il nostro invito. Siamo consapevoli che questo successo di partecipazione va anzitutto attribuito al nome dei due grandi italiani, Sandro Pertini e Camillo Prampolini, cui si intitolano le due associazioni che propongono, tout court e quasi improvvisamente, un patto di sviluppo politico, economico e culturale fra Parma e Reggio, propedeutico al dialogo e all’intesa con Piacenza.

Siamo parimenti consapevoli che si tratta di un progetto ambizioso: una sfida al pregiudizio quasi storico-genetico di insuperabile  diversità conflittuale fra parmigiani e reggiani.

Proprio per contrastare questo pregiudizio, i nostri sodalizi si fanno promotori  del dialogo fra due comunità che devono costruire insieme il loro futuro, al riparo dal grigiore dell’ordinaria amministrazione.

Avverto subito che questa non è la sede per una bassa polemica nei confronti di chi governa oggi la Regione Emilia-Romagna. La mia riflessione sul regionalismo è, semmai, autocritica.

Nel 1976, eletto al Senato, ho scelto di far parte della Commissione Bicamerale presieduta da Guido Fanti, già eccellente presidente della nostra Regione, incaricata di realizzare un vasto trasferimento di poteri dallo Stato alle Regioni. Nominato nel 1982 Ministro per gli affari Regionali del Governo Fanfani, ho dovuto constatare che la grande riforma non aveva dato i frutti sperati, né di ordine legislativo, né di buongoverno, con le sole eccezioni dell’Emilia-Romagna, della Lombardia e di poche altre Regioni del Centro-Nord.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti del Parma e dell’Enza, ma non siamo più in grado di rivendicare l’antico primato emiliano.

Basta questa amara constatazione: i cittadini della nostra Regione hanno disertato le urne in massa nell’ultima elezione del nostro Consiglio Regionale.

Non è davvero un segno di vitalità. Ed anche l’Emilian Model descritto nel 1982 dall’economista Sebastiano Brusco mostra segni di appannamento, anche a causa dei criteri, spesso ingiusti, con cui molte banche governano l’accesso al credito in favore delle imprese.

Attualmente. l’unico accenno ad un possibile “nuovo corso” riguarda la cosiddetta “area vasta”, accompagnato dall’affannosa gestione della pasticciata abolizione delle province, con risultati del tutto insoddisfacenti.

A chi mi interroga in proposito rispondo così:“L’area vasta per ora è come l’araba fenice: che ci sia o ci sarà, ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa”.

Osservo ancora: se si vuole creare una Provincia grande, assimilabile al Dipartimento  francese, si dovrebbe prevedere l’elezione popolare dei membri del relativo Consiglio deliberativo. In tale ipotesi si dovrebbe però decidere la soppressione dell’attuale ordinamento regionale, o riflettere sulla proposta delle mega-regioni  a suo tempo formulata dall’ideologo della Lega Gianfranco Miglio.

Se invece l’area vasta è soltanto l’ambito della programmazione della Regione, si affaccia lo spettro del neo-centralismo regionale, con violazione dell’autonomia dei Comuni e delle loro Unioni.

E allora, in attesa di scoprire i connotati di questa innovazione misteriosa, l’intelligenza politica, l’ottimismo della volontà e l’amore per la nostra terra ci spronano a gettare le basi, ora e subito, di un patto di collaborazione virtuosa fra Parma e Reggio, abbattendo quel molto che resta di un’assurda cortina  d’incomunicabilità, figlia di miserabili rivalità.

Mi scuso del troppo lungo preambolo e riassumo alcuni capitoli del “Patto di Taneto”.

1.- Stazione medio-padana ad alta velocità.
Sappiamo che si poteva realizzare nei pressi del luogo che oggi ci ospita, con buona pace di tutti. E tuttavia, Parma deve smettere di piangere sul latte versato e collaborare con Reggio, Cremona, Mantova e Piacenza per organizzare, con il sostegno delle istituzioni locali, linee di trasporto veloci a disposizione dei viaggiatori diretti ai Ponti di Calatrava.

2.- Aeroporto Giuseppe Verdi di Parma.
Deve diventare lo scalo naturale dei cittadini delle province appena elencate, cui si aggiungono le province tirreniche: quelle della regione Lunezia immaginata dai nostri padri costituenti.

È dunque necessario attivare il dialogo con le istituzioni di tali province per attrezzare insieme viabilità e sistemi di trasporto per accedere allo scalo intitolato a Giuseppe Verdi.

Parma e Reggio devono anche sviluppare insieme una ferma azione politica nei confronti della Regione, finora sostanzialmente ostile ad ogni prospettiva di sviluppo dell’Aeroporto di Parma.

3.- Realizzazione del corridoio intermodale Tirreno-Brennero.
Non è il sogno di una Parma affetta da ducale mania di grandezza. E’ un’opera  di interesse regionale, nazionale, ma principalmente europeo, progettata da quel riformista di razza che si chiamava Luciano dalla Tana.

Il raccordo Cisa-Brennero è stato ingiustamente espunto dalla lista delle priorità scritta dal Governo.

Tra qualche giorno, il Governo Renzi dovrà rispondere all’interrogazione del senatore socialista Enrico Buemi, che chiede la conferma della priorità. Bene: sarà il Ministro reggiano Graziano Del Rio a comunicare la decisione finale dell’Esecutivo. Non è il caso di aggiungere altro.

4.- La nuova stagione di sviluppo “sostenibile” dell’Appennino Parmigiano-Reggiano.
Dalla primavera scorsa le nostre Terre Alte, di qua e di là dall’Enza, sono “patrimonio dell’umanità” per deliberazione dell’UNESCO, in accoglimento dell’istanza firmata dal Presidente del Parco Nazionale, Fausto Giovanelli, che è di Castelnuovo  Monti.

Si tratta delle Valli Matildiche, qui finalmente unificate. Esse comprendono anche il comprensorio di Langhirano, caratterizzato da alto sviluppo agro-industriale: uno status produttivo riconosciuto compatibile con la protezione dell’ambiente.

Le istituzioni elettive di Parma e Reggio, dialogando con le Università, con l’IFOA e con le Camere di Commercio, debbono allestire, in collaborazione con il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, un programma di valorizzazione, interna e internazionale, di questa straordinaria Riserva dell’Uomo e della Biosfera. Pensiamo ad un progetto incentrato sull’autogoverno delle popolazioni residenti.

Il primo obiettivo è la realizzazione di un’efficiente rete viaria, anche intervalliva, poichè quella attuale è indecente.

5.- Subito il piano interprovinciale per la difesa del suolo.
Questa è la priorità delle priorità, anche perché connessa alla rinascenza dell’Appennino.

Il dissesto idrogeologico ha causato devastazioni, cui seguiranno nuovi disastri, se si continua ad obliterare che la difesa del suolo si realizza con la regimazione delle acque sulla base di piani di bacino incentrati sulla bonifica di ciascuna pendice.

Siamo passati da un sistema organico fondato sulle competenze degli Ispettorati Forestali, dei Consorzi di Bonifica, degli Uffici del Genio Civile e del Magistrato per il Po, che aveva sede a Parma, ad un ectoplasma che si chiama Autorità del Bacino del Po.

L’esperienza ha dimostrato che la nuova Autorità è destinataria delle più svariate pressioni politiche: una sorta di mercato delle opere, in cui sono spesso favorite non quelle tecnicamente più urgenti, ma quelle politicamente “vantaggiose”: dunque anarchia nei territori e priorità casuali. Le Regioni, divenute così titolari di un nuovo centralismo burocratico, hanno rivendicato e ottenuto una competenza concorrente con quella dello Stato, con il desolante risultato che non esiste nè un piano nazionale, né un piano regionale di messa in sicurezza del territorio. Cominciamo in casa nostra ad aprire il cantiere, facendo perno sui nostri consorzi di bonifica e ingaggiamo insieme una battaglia politica con lo Stato e con la Regione.

6.- Una comune politica di crescente internazionalizzazione della nostra economia.
Le maggiori industrie di Parma e di Reggio sono da sempre competitive sui mercati internazionali. Il processo d’internazionalizzazione deve essere particolarmente incoraggiato anche  per le imprese di medie e minori dimensioni.

Servono programmi e investimenti a sostegno delle reti di imprese organizzate per operare sui mercati internazionali. Insomma, non è utopia pensare ad una comune politica del commercio estero di Parma e di Reggio.

In occasione della recente EXPO di Milano, per iniziativa dell’Associazione Matteo Ricci è stato sottoscritto un protocollo di intesa con i rappresentanti della città di Rizaho, unita da molti anni a Reggio da un patto di amicizia.

Debbono dunque essere incoraggiati i contatti già in corso con le autorità cinesi per coinvolgere le imprese di Parma e di Reggio, anche in vista del pogettato scambio di missioni economiche e culturali.

7.- Rilancio del movimento cooperativo, storico pilastro dell’economia emiliana.
Il sistema delle imprese cooperative è stato storicamente il motore dell’economia reggiana, con una proiezione in provincia di Parma, che è peraltro la patria di Giovanni Faraboli. I padri fondatori del movimento cooperativo erano anzitutto validi imprenditori. La fine della Prima Repubblica ha portato con sé il declino della economia cooperativa emiliana. Si può e si deve operare perché dopo la grande crisi venga un forte risveglio.

Mi fermo qui. Il mosaico degli altri capisaldi del patto fra Parma e Reggio, anche in campo culturale, sarà meglio completato da Mauro Del Bue.

Sono fiducioso che la nostra discussione offrirà spunti di riflessione rivolti anche all’attuale condizione del sistema politico della Nazione, indebolito dalla crisi dei partiti storici e dell’aspra conflittualità interna delle maggiori forze in campo.

Siamo consapevoli  che prospettiamo un impegno progettuale ambizioso, un invito a guardare alto e lontano, affossando ogni insensata conflittualità fra realtà territoriali e culturali che possono e debbono crescere insieme, verso nuovi traguardi di civiltà e di benessere.

Non è allora un fuor d’opera ricordare a noi stessi che nei momenti cruciali della nostra storia parmigiani e reggiani hanno lottato insieme, per costruire il nostro futuro di libertà.

La bandiera tricolore, nata a Reggio, sventolava in territorio parmense agli albori del Risorgimento, allorchè il 4 ottobre del 1796 la guardia civica della neonata Repubblica Reggiana, guidata da Carlo Ferrarini, varcava l’Enza, attaccava i soldati austriaci a Vignale, li costringeva prima a rifugiarsi nel castello di Montechiarugolo, poi ad arrendersi.

Più avanti, negli anni gloriosi del Risorgimento e della conquista dell’unità d’Italia, Gianlorenzo Basetti, il medico garibaldino di Vairo, che aveva soccorso le camice rosse ferite nelle battaglie di Mentana e di Monterotondo, veniva eletto Deputato di Castelnuovo Monti nel primo Parlamento del Regno d’Italia. Diventerà leader del Partito radicale.

Ed ancora: nei giorni cruciali della Resistenza le Brigate partigiane che operavano nella sponda reggiana e nell’Appennino parmense, allora chiamato Est Cisa,  hanno attraversato l’Enza in senso biunivoco per combattere insieme  le truppe naziste del Terzo Reich: nella battaglia di Ciano d’Enza, al Mulino di Bazzano e in tanti altri luoghi della nostra montagna.

Non ci nascondiamo che far scoppiare la pace operosa fra Parma e Reggio è un’impresa difficile, ai confini dell’utopia. Siamo anche consapevoli di essere oggi – noi, poromotori di questo convegno – una piccola avanguardia locale del socialismo italiano.

Ci conforta tuttavia questa antica riflessione di Fernando Santi: le avanguardie sono il sale della terra, e possono anche portare con sè il grosso dell’esercito.

Con questa speranza, ci rivolgiamo alle classi dirigenti che stasera ci hanno onorato della loro presenza. Qui, sulle rive dell’Enza, a due passi dal Museo Cervi.

Post dictum. Per dovere di sincerità, vi informo che sono geneticamente un sangue misto. Mio padre era di Tizzano, mia madre era di Boretto. Sono nato per strada a Ciano d’Enza. Vi confesso che sono orgoglioso di questo meticciato.

Fabio Fabbri


Superare i confini. L’Enza non è il muro di Berlino
di Mauro Del Bue

Questo appuntamento al Fuori Orario non penso sia proprio fuori luogo. Anzi credo sia davvero un’iniziativa fuori dal Comune, nel senso letterale del termine, perché abbatte le vecchie barriere in cui tutti, con una certa pigrizia, ci siamo rintanati. Se mi chiedessero il perché di questo nostro rinchiuderci in una trincea comunale e provinciale, direi che questo era dovuto essenzialmente a una logica elettorale. Cioè le nostre amministrazioni venivano promosse o bocciate dal voto degli elettori residenti nell’ambito dei vecchi confini. L’abolizione dell’ente elettivo provinciale, peraltro assolutamente opinabile, ha almeno rimosso questa necessità, mentre l’individuazione delle nuove province o aree vaste, che ne incolleranno più d’una, obbliga tutti a guardare oltre i confini che per noi sono rappresentati da un fiume col nome di donna. Un fiume che non può essere considerato una riedizione in salsa emiliana del muro di Berlino. Proprio lì è nata, in un conviviale tra Fabio Fabbri, che su quel fiume è nato in sponda reggiana, prima di parmigianizzarsi, e chi vi parla, l’idea di questo convegno. Che vorrei pensare come un inizio. Perché oggi, per metterla in musica, visto che siamo prossimi alle terre di Verdi, noi dirigiamo solo una sinfonia, suoniamo un’ouverture. L’opera la dovete scrivere e cantare voi in seguito. Già prima di quella amichevole chiacchierata c’erano stati alcuni cenni di interesse e di disponibilità.  Ricordo un’intervista del sindaco di Reggio Luca Vecchi rilasciata alla Gazzetta di Parma sulle relazioni che si sarebbero potute intrecciare tra la stazione dell’Alta velocità di Reggio e l’aeroporto di Parma a cui sono poi seguiti i mie due articoli pubblicati prima sulla Gazzetta di Parma e poi su quella di Reggio. L’argomento era relativo alla possibilità di mettere a sistema opere e attività che già ci sono e progetti da realizzare in futuro.

I due atteggiamenti da deporre in soffitta

Credo che occorra però preliminarmente superare due atteggiamenti che hanno per molti anni caratterizzato una certa cultura delle nostre due città e province. Da parte di Reggio quell’idea un po’ lagnosa dei due ducati che sfruttano la povera città più contadina, soprattutto quello austro-estense che la dominò fino a metà dell’Ottocento, ma anche quello di Maria Luigia, che ne deteneva parte del territorio provinciale (Guastalla divenne provincia reggiana solo dall’unità d’Italia). Quella suggestione d’essere trattati da realtà secondaria e non attraversati per ingordigia altrui da una ferrovia, quella verso Spezia se l’aggiudicò Parma nel 1861 con un progetto che Cavour ritenne più praticabile di quello presentato dai reggiani, con diramazione verso Lucca. Qualche punta di formaggio avrà potuto contribuire alla scelta. Siccome Cavour morì di lì a poco dubito che sia stato il nostro Parmigiano-Reggiano. E nemmeno attraversati, se non parzialmente, da un’autostrada, quella del Brennero che sfocia a Modena, col suo probabile allungamento fino a Sassuolo. Un atteggiamento che ci assolveva senza invece interrogare le nostre amministrazioni che hanno storicamente sottovalutato, almeno fino alla fine degli anni settanta, i progetti delle grandi infrastrutture preferendo investire nei servizi. Dal canto suo Parma deve sapere uscire da questa concezione di sé come ombelico dell’universo, come capitale condannata al gregariato di Bologna. Ho letto di un convegno di industriali di Parma che ripropongono il tema della grandeur parmigiana in salsa francese, in una vocazione solipsistica a mio avviso anche improduttiva. Parma deve uscire dal suo isolamento. E lasciar perdere quel conflitto storico con Bologna che aveva indotto il bravo Baldassarre Molossi,  direttore della Gazzetta di Parma, a coniare il celebre detto “Parma bell’arma, Bologna carogna”, vaticinando l’antico proposito di una nuova regione, quella lunense, che dalla bassa si doveva spingere fino al mare di Spezia. Queste due suggestioni meglio confinarle oggi nel dimenticatoio e progettare un nuovo, produttivo, utile territorio da mettere a sistema. Questo il tema che poniamo quest’oggi alla vostra attenzione.

La nuova area vasta

A fronte della perdita di credibilità dell’ente regione, a cui non crede più ormai nemmeno la Lega di Salvini, a fronte anche della sua perdita di potere, con la riforma costituzionale e il venir meno del nuovo titolo V della costituzione introdotto per motivi elettorali dal governo dell’Ulivo, e nel contempo col superamento delle vecchie province, che dovranno accorparsi, ma solo come enti di secondo grado, si pone la questione di individuare la cosiddetta nuova area vasta. Modena la vorrebbe costruire con Reggio. Reggio preferisce una provincia dell’intera Emilia ovest che da Modena si congiunga a Piacenza. Modena nicchia, anzi pare decisamente indisponibile. Bologna, ho ascoltato recentemente il sindaco Merola alla conferenza programmatica del Psi, dopo aver fatto coincidere i confini della nuova area metropolitana con quelli della sua vecchia provincia, auspica nuove relazioni e patti con Modena e Ferrara. In qualsiasi soluzione l’asse Reggio-Parma, certo da allargare a Piacenza, con la quale bisognerà stabilire un nuovo rapporto, risulta centrale. Così come non più rinviabili sono gli accorpamenti dei piccoli comuni che solo il conservatorismo più gretto ancora rende così rari. Pensate che la provincia di Firenze ha solo 44 comuni, meno di quelli delle nostre rispettive province. Che sommate insieme fanno gli abitanti della provincia fiorentina.

Quali opere da mettere a sistema

Fabbri citava le opere e le attività da mettere a sistema. La stazione dell’alta velocità dovrà essere collegata anche all’aeroporto di Parma, che senso hanno due fiere, una, quella di Parma, così forte anche grazie alla grande rassegna Cibus e l’altra, quella di Reggio, così debole e in forte crisi. Come organizzare i comuni dell’alto Appennino che oggi sono uniti nel parco da normative uniche e da un unico consiglio di amministrazione? E come, nella bassa, governare il progetto della Cispadana nuovamente finanziato o la Tibre che invece pare la Regione abbia negato. Sono solo alcuni argomenti visto che l’Università unisce Reggio a Modena e Parma oggi va da sola, anche se quando ero deputato e membro della commissione cultura della Camera il vecchio rettore Occhiocupo delegò a Reggio Emilia una specializzazione di agraria. Esistono poi temi nuovi, dei quali insieme potremmo seguire l’iter. Penso alla via Emilia bis, che altro non sarebbe che la cucitura delle diverse tangenziali che si succedono sulla via Emilia, dunque anche tra Reggio e Parma, e che potrebbe costituire una alternativa alla via Emilia tradizionale troppo spesso intasata. Ma più che gli elenchi occorre stabilire un metodo. Penso ai nostri teatri. Visto che per alcuni anni sono stato alla guida di quello di Reggio, penso alla crisi dell’Ater che con un una certa approssimazione aveva costruito un sistema produttivo logico. Il teatro di Parma avrebbe dovuto diventare polo produttivo della lirica, quello di Reggio polo produttivo del balletto, con un’orchestra Ater in comune, Modena tutta dedita alla prosa. Invece ognuno ha continuato troppo spesso per conto suo. Altro che associazione, abbiamo visto la dissociazione progressiva dei teatri dell’Emilia-Romagna. Il Festival Verdi ha unito ancora i teatri di Parma e di Reggio. Ma come? Si sono divisi le risorse tra lirica e balletto e ognuno ha agito per conto suo. Meno male che in quest’ultimo periodo i nostri teatri, costretti per la verità dalla crisi, si sono rimessi a collaborare. E’ un bel segnale, forse dovuto a stato di necessità Io sogno un sistema teatrale in cui ci si scambia di tutto, anche il pubblico. Visto che Reggio e Parma distano 15 minuti di treno, anziché spostare gli spettacoli si può spostare il pubblico. Lo abbiamo fatto in qualche occasione noi reggiani con Bologna è la cosa è stata molto gradita. E poi anche negli spettacoli lirici basta con regie e scenografie costosissime e di dubbio gusto. Torniamo al nucleo vitale dell’opera che sono la musica e il canto e produciamo opere ad oratorio. Potrei continuare ma il discorso si farebbe troppo lungo. Oltretutto incalza una grande partita di squadra di calcio di una città consociata con noi nell’Iren, un grande ente che ci accomuna. Devo solo ringraziare il circolo Pertini di Parma e il Centro Prampolini di Reggio per aver organizzato questa iniziativa e in particolare la nostra giovane Daria che con Castria, Prampolini e Cocconcelli ne ha coordinato la preparazione. Noi non abbiamo alcuna carica, non deteniamo alcuna poltrona, non abbiamo pretese e ambizioni particolari. Abbiamo solo idee e quelle le mettiamo a vostra disposizione. Allora questo possa diventare il nostro inizio, questa la nostra sinfonia, la nostra ouverture. Poi magari con singole sessioni tematiche voi dovreste proseguire l’opera.

Mauro Del Bue

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