venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Pil perde colpi. Istat: “Un progressivo indebolimento”
Pubblicato il 04-03-2016


Pil La crescita economica italiana si è indebolita nel corso dell’anno. Lo certifica l’Istat confermando che nel quarto trimestre 2015 il Pil, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dell’1,0% su base annua. Vengono confermate così le stime dello scorso 12 febbraio. “Nel corso dell’anno la crescita congiunturale ha mostrato un progressivo indebolimento”, segnala lo stesso Istituto. Il 2015 era partito con +0,4%, seguito da un +0,3% e un +0,2%.  A conti fatti nel 2015, il Pil corretto per gli effetti del calendario, è aumentato dello 0,6%.

Istat spiega poi che lo scorso anno ha avuto tre giornate lavorative in più rispetto al 2014. Il dato quindi si differenzia rispetto a quello diffuso martedì primo marzo, quando l’Istituto di statistica ha rilasciato il Pil in volume, un valore espresso in termini grezzi, non corretto per gli effetti di calendario (+0,8%). Solo quest’ultimo è il dato che conta ai fini dei parametri di finanza pubblica. Inoltre lo scostamento tra il dato grezzo e quello corretto fuori dagli arrotondamenti è pari a 0,12 punti percentuali (+0,76% contro 0,64%).

Guardando ai diversi settori, l’Istat registra un andamento congiunturale positivo per il valore aggiunto dell’industria e dei servizi (+0,1% per entrambi), mentre nell’agricoltura si rileva un calo dello 0,1%, anche se su base annua il comparto segna un deciso rialzo (+8,4%, contro il +1% dell’industria e il +0,5% dei servizi). Nel quarto trimestre, il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% nel Regno Unito (+1,9% annuo) e dello 0,3% negli Stati Uniti (+1,9% annuo), in Francia (+1,4% annuo) e in Germania (+2,1% annuo). Nell’area euro è invece il Prodotto interno lordo è salito dello 0,3% sul trimestre precedente e dell’1,5% nel confronto annuo.

Secondo la Confcommercio i consumi a gennaio 2016 sono fermi rispetto a dicembre e in crescita dell’1,4% rispetto all’anno precedente. E’ una ripresa che l’Associazione definisce “senza slancio”. L’associazione prevede a marzo un calo tendenziale dei prezzi dello 0,4%, quindi il secondo mese consecutivo di deflazione. La domanda delle famiglie, spiega una nota, “appare in linea con quanto registrato da altri indicatori congiunturali che, pur mostrando un progressivo miglioramento del quadro economico, tradiscono l’assenza di slancio della ripresa e il permanere di elementi di incertezza sulle prospettive a breve”.

Parallelamente in Italia crescono i cosiddetti “neet” (not in education, employment or training) ovvero le persone tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non ricevono formazione. Sempre secondo l’Istat si è passati dal 20,9% del 2005 al 27,3% del 2015. Se si guardano i dati dei giovani tra i 18 e i 29 anni, la percentuale di neet arriva al 31,1 per cento. In altre parole in Italia circa un giovane su tre vive la sua vita senza lavorare e senza formarsi. E mentre in Europa il dato è stabile e in alcuni paesi come il Regno Unito il numero di persone inattive è in calo, in Italia è in aumento.

Le cose peggiorano nel Mezzogiorno dove quasi un giovane su due, tra i 18 e i 29 anni, risulta inattivo (41,4% degli uomini, 43,5%), dati che al nord scendono al 18,9 e 26,2%. In tutta Italia il fenomeno incide di più sulle donne a causa della difficile conciliazione tra lavoro e famiglia. L’inattività ha un enorme costo economico. Eurofound ha calcolato il costo per l’Ue della mancata integrazione dei neet in più di 150 miliardi di euro nel 2011, pari all’1,2% del pil dell’Unione europea. In Italia il costo è più alto e ha un impatto sul Pil di circa 36 miliardi e provoca una perdita di 15 miliardi di euro di gettito fiscale. Secondo lo stesso studio, se i dati italiani fossero allineati alla media europea si otterrebbe un aumento di nove miliardi sul Pil e di 3,9 miliardi in gettito fiscale. Per intendersi, la spesa in Italia per ricerca e sviluppo sostenuta nell’insieme da imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università ammonta a circa 20 miliardi di euro.

Redazione Avanti!

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