sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Psi dal 1976 al 2016.
Omaggio a Bettino Craxi
Pubblicato il 01-03-2016


Bettino Craxi venne nominato segretario del PSI nella riunione della nuova Direzione Nazionale eletta nella notte tra il 15 e 16 luglio 1976, al termine del Comitato Centrale del Partito Socialista  riunitosi all’Hotel Midas di Roma, dove Francesco De Martino si era dimesso da Segretario nazionale del Partito, in seguito alla sconfitta elettorale nelle elezioni politiche del 20 giugno 1976 (9,6% alla Camera dei deputati, contro il 34,4% del PCI ed il 38,7% della DC).

L’azione organizzativa e la verve politica del nuovo Segretario nazionale del PSI viene improntata dal sentimento di appartenenza a una realtà diversa, più indefinibile, vasta e profonda: l’Occidente. E occidente significò per Craxi, da un lato accettazione del sistema democratico, non più inteso come “democrazia borghese” o “democrazia formale” e dall’altro adozione di modelli di economia di mercato nella competizione politica, ovvero l’insorgenza di una mentalità manageriale nella conduzione di partito.

Da subito Craxi dà all’autonomia del PSI una dimensione non solo di tattica parlamentare ed elettorale, ma di strategia politica e di identità ideologica riformatrice. A chiare lettere Craxi affermò che fra comunismo leninista e socialismo esiste una incompatibilità sostanziale che può essere sintetizzata nella contrapposizione tra collettivismo e pluralismo.

Nel gennaio 1981, ad un anno dalla scomparsa di Pietro Nenni, imposta il nuovo congresso del PSI, previsto in aprile a Palermo, secondo tesi in 13 capitoli che hanno come temi principali “governabilità, centralità, laburismo, Presidenza socialista”. La grande riforma diventa centrale in vista dell’assise in cui la corrente di maggioranza lascia il nome “autonomista” per assumere appunto quello di “Riformista”.

A Palermo per Gino Giugni padre con Giacomo Brodolini (purtroppo entrambi scomparsi) dello ”Statuto dei lavoratori del 1970”, la relazione introduttiva di Craxi ha posto il PSI sulla strada di Filippo Turati, settant’anni dopo. Il dato di fondo è che con il Congresso di Palermo, comincia a prendere forma concreta una candidatura di Craxi alla guida del Paese, con cui il PSI rivendica, nonostante la Presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, una discontinuità sia rispetto alla guida democratica sia nei confronti di quella sinistra che con il PCI è arroccata come “altra Italia”, nel segno dell’internazionalismo proletario e della contestazione della tradizione nazionale.

Da Palermo Craxi insiste su un riformismo che da Garibaldi a Turati si identifica con la storia di’Italia, respingendo l’idea di una sinistra italiana che diventa adulta solo con la nascita del PCI e l’adesione al Komintern. Riprende così nel 1982 il dibattito sulla “grande riforma”.

Di li a poco il programma di Rimini diventa una proposta di intesa politica tra laici e cattolici e di alleanza sociale che guarda con attenzione verso i ceti medi e le nuove professioni, rispecchiando la deindustrializzazione e la terziarizzazione che sta vivendo l’Italia.

Con la conquista di Palazzo Chigi, nel 1983, Bettino Craxi pone in primo piano: politica estera e mondo del lavoro, coinvolgendo il campo sindacale. Nell’ottobre 1984 Craxi dichiara: Sono un po’ nazionalista, un nazionalista critico e pacifico che ha come obiettivo “aiutare l’Italia, quella che resiste, lavora e produce, per uscire definitivamente da uno stato di frustrazione, di stagnazione e di crisi”. In politica interna il suo obiettivo è cancellare dal dibattito tra i partiti la parola “emergenza” che considera lo strumento della conservazione e del trasformismo.

L’ingresso nel gruppo dei Paesi più industrializzati non è una coincidenza casuale, ma il punti di arrivo della sua politica di risanamento finanziario. Ai detrattori del “decisionismo” Craxi soleva dire: “La democrazia deve vivere e governare. La democrazia governante è un’idea di vitalità della democrazia, sottratta agli immobilismi, le lentocrazie e le paralisi di vario tipo, che la condannano alla sclerosi e alla decadenza. Io – diceva ancora – Craxi, coltivo la speranza di un rigoroso rinnovamento della democrazia italiana”.

L’inflazione, che è sempre stata la sua principale preoccupazione, finalmente non è più a due cifre, ma per continuare a farla diminuire si rende inevitabile un raffreddamento della “scala mobile”. La proposta che scaturisce è un taglio di 3 dei 10 punti di contingenza previsti nel 1984, con in cambio il freno delle tariffe pubbliche e dei prezzi amministrati, l’indicizzazione degli assegni familiari ed il blocco dell’equo canone. Nasce così la più straordinaria mobilitazione della opposizione nella storia repubblicana: dall’ostruzionismo parlamentare, fino alla raccolta di firme per il referendum abrogativo. Craxi non solo non retrocede, ma non esita ad affrontare nuove polemiche sul fronte del radicalismo laico, firmando negli stessi giorni, il 18 febbraio, anche il nuovo Concordato con il Vaticano.

La risposta politica di Craxi verrà ai primi di maggio con il 43° Congresso del PSI che si svolge a Verona. Quello che contraddistingue, negli anni ottanta, l’esperienza di collaborazione di governo condotta dal PSI rispetto al centrosinistra degli anni sessanta, è che allora il PSI si indeboliva rispetto ad una DC che perseguiva il proprio consolidamento. Oggi, al contrario, si è assistito alla crisi del bipolarismo ed allo sviluppo di una terza area socialista e centrista, che ha contribuito a modificare gli equilibri politici del nostro Paese e ad aprire spazi nuovi e insperati di rinnovamento del quadro politico.

Questi sono prodromi del Craxismo, della sua linea e della sua iniziativa politica, ma sono anche merito della riconquistata unità del partito e del contributo della sinistra socialista ispirata a Riccardo Lombardi.

Il socialismo di Craxi diventa una prospettiva di riconciliazione nazionale tra componenti risorgimentali e cattoliche, tra competitività imprenditoriale e tutela sociale. Negli “anni di Craxi” viene superata la recessione e iniziano a crescere PIL, produzione ed investimenti. Il governo spinge sulla strada della privatizzazione e dell’internalizzazione dell’economia, mentre l’inflazione è più che dimezzata e per la prima volta dal 1970 scende al di sotto del 5%. Sono gli anni in cui Craxi diventa anche più attento al mondo cattolico. Il leader del PSI conquista così autonomia di accreditamento e affidabilità, vincendo pregiudizi antisocialisti in campo nazionale e internazionale che avevano radici lontane e anche motivazioni fondate. È negli “anni di Craxi” che si consuma la sconfitta storica del PCI e la credibilità di Enrico Berlinguer: il compromesso storico e l’eurocomunismo. Craxi ipotizzava non l’eliminazione, ma l’evoluzione dei partiti in un quadro di sostanziale deideologizzazione, accentuata leadership personale e diminuzione del ruolo della macchina apparato. Chiudiamo questo sofferto appello ai socialisti con un accenno all’ultimo Bettino Craxi. Contro ogni previsione, l’uscita da Palazzo Chigi non segnò l’inizio del “dopo Craxi”, perché Egli non solo finisce per incombere ancor di più sulla DC e sugli equilibri politici nazionali, ma accumula “titoli” garantendo la governabilità ed il completo svolgimento della legislatura per la prima volta dal 1968, nonché per diventare, in quella successiva, il candidato unico di una maggioranza parlamentare senza alternative.

La DC ripiombò così nella morsa della alleanza conflittuale di stampo craxiano. Il PSI è, al tempo stesso, principale antagonista e necessario interlocutore con Ciriaco De Mita, costretto a chiedere i suoi voti per assicurare un futuro alla legislatura, dopo aver provocato le elezioni anticipate e per riguadagnare alla DC la Presidenza del Consiglio da cui ha sfrattato il leader socialista.

Non è cedimento estemporaneo di Craxi, anche se finisce così al centro di violenti attacchi personali. Cessa il fiancheggiamento con i radicali e guarda al mondo Cattolico. Non si tratta però del “dialogo con i cattolici” rivolto al Vaticano o alla DC, inteso come lasciapassare governativo, ma di un ripensamento elettorale dello stesso PSI. Matura una preoccupazione sempre più animosa, circa il suo ritorno alla guida del Governo. Craxi non avverte l’organizzarsi di questa insofferenza e che non è più possibile alcuna mediazione su questo terreno.

Rimane l’ultimo atto: la caduta. All’indomani delle elezioni, pur tra polemiche e delusioni, l’unica maggioranza possibile è ancora il pentapartito e Craxi è il suo “candidato unico”. A questo punto, a norma di Costituzione, il Presidente della Repubblica deve dare l’incarico per la formazione del Governo. Ma Fransecsco Cossiga, che peraltro aveva già svolto da settimane consultazioni informali nell’ambito della maggioranza, anziché convocare Bettino Craxi, il 25 aprile convoca i giornalisti e si dimette grottescamente in anticipo di sole poche settimane dalla naturale scadenza del suo settennato, provocando una decisiva inversione nella tabella di marcia. Il Paese non può rimanere senza Capo dello Stato e viene automaticamente eletto il democristiano che in quel momento ha la carica istituzionale più alta: il Presidente della Camera dei Deputati Oscar Luigi Scalfaro. Fino ad allora Craxi era ancora determinante.

Le dimissioni anticipate di Cossiga e l’assassinio di Falcone a Palermo sono i due colpi che obiettivamente, per quanto scollegati tra loro, lo fanno uscire di scena. A questo punto è montato un anticraxismo, come emancipazione della “società civile” del gioco del regime dei partiti. Craxi è stato quindi eliminato e tramandato, nei verbali di polizia e nei manuali scolastici, come il simbolo della partitocrazia, dello statalismo e della concussione.

Naturalmente i vincitori attribuiscono alle incriminazioni e agli arresti un ruolo non determinante. Gli sconfitti, al contrario li considerano essenziali e ingiustamente selettivi. Craxi esce di scena come latitante. Quindi un vinto e uno sconfitto. Ma è un destino comune di tanti grandi statisti aver concluso perdendo l’ultima battaglia. In realtà la storia di Craxi coincide con la sconfitta del comunismo italiano e la nascita di una sinistra di governo più riformista, non più anticapitalista e antimperialista, bensì aperta al mondo del laicismo Cattolico improntato alla dottrina sociale e solidale. Cioè il dopo Bettino Craxi continuerà a camminare nella democrazia con il riformismo socialista.

Oggi per il popolo socialista, rafforzato con nuova linfa vitale da estrarre dal mare magnum dell’asfittico bipolarismo, la probabilità di sopravvivere politicamente potrebbe nascere e crescere soltanto nella convergenza centripeta verso un solo partito socialista democratico e riformista. La valenza biunivoca delle linee di pensiero espresse da Critica Sociale e dell’Avanti! ha un solo approdo politico e salvifico: Riunirsi serenamente in una sola casa socialista, quella che aveva ispirato il classico motto che è sempre stato considerato il fulcro di stabilità dei governi democratici: “Noi non siamo di destra né di sinistra, noi siamo socialisti”. Intanto è risultato quantomeno significativo il fatto che il PSI sia presente ovunque con proprie liste e propri candidati. Anche dove vi sono liste di coalizione, ovvero di alleanza con altre forze politiche, i candidati socialisti sono nelle condizioni di prevalere per la loro consolidata presenza sul territorio e per la loro capacità organizzativa.

Manfredi Villani

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Commenti all'articolo
  1. Il rievocare la stagione craxiana come fa l’Autore, con una sintesi che riprende i tratti più salienti di quella azione politica, mi fa tornare alla mente gli anni di militanza nel vecchio PSI, insieme al dibattere che animò il partito proprio sulla “evoluzione” che stava vivendo in quegli anni, e mi scorrono davanti i volti di quanti ascoltavo affascinato dal loro eloquio e dalla capacità di affrontare i vari argomenti (forse per via della loro maggiore età ed esperienza).

    Oggi, forsanche perché la giovinezza è da tempo alle spalle, non mi lascio “incantare” più di tanto, pur quando ho di fronte abili e provetti oratori, ma credo di aver comunque appreso da quegli uomini di allora come andare poi al nocciolo delle questioni, per darvi quanto più possibile soluzione. Non so se sono stato un buon allievo, ma credo comunque che qualcosa mi sia portato dietro, e mi anche rimasto dentro, di quelle “lezioni”..

    Quanto alla parte finale dell’articolo, laddove si sottolinea “il fatto che il PSI sia presente ovunque con proprie liste e propri candidati”, sono anch’io convinto che i socialisti, intesi nel loro complesso, possano esprimere eccellenti candidati a livello locale, dove sono ancora conosciuti e stimati, a parte gli aspetti anagrafici, mentre mi sembra più impegnativo e complicato individuare una linea comune a livello nazionale, la quale sbocchi in una “convergenza centripeta verso un solo partito socialista democratico e riformista”, ma saranno i fatti a dircelo.

    Paolo B. 02.03.2016

  2. Caro mio compagno Paolo,il tuo pregiato commento di questo mio articolo mi commuove e mi onora.Ti ringrazio per la bella analisi da te esplicitata.Di certo saranno i fatti a farci raggiungere una linea ampia di convergenza centripeta socialista.Per i detrattori del congresso PSI di aprile basti la lettura attenta del presente articolo della compagna Maria Pisani:Il Congresso per fare chiarezza e ritrovare unità.Ti abbraccio con stima e fiducia.Manfredi Villani.

  3. Caro compagno Giovanni ti sono molto grato per avermi rammentato la tua lunga militanza per il Psi di Bettino Craxi.Spero che tutti i nostri compagni degli anni ottanta del secolo scorso abbiano ancora rispetto e fede per il credo del socialismo riformista laico e cattolico che ancora oggi è incarnato nel PSI di Riccardo Nencini.Ti ringrazio per aver commentato il mio articolo.Manfredi Villani.

  4. Un Leader è colui che credendo e vivendo per un Ideale, si affida ad un Progetto per realizzare nel concreto la trasformazione della Società nella visione a cui ritiene che debba ispirarsi.
    Volendo modificare l’esistente incontrerà delle forti resistenze conservatrici o alternative ai contenuti con cui vuole caratterizzare il cambiamento. Maggiore sarà il coraggio con cui s’impegnerà per affermare il suo Progetto, maggiore sarà il grado di carisma che come Leader acquisirà fra i suoi sostenitori vecchi e nuovi e il rispetto dagli avversari. Craxi è stato un vero Leader non solo della Prima Repubblica ma della Storia del Socialismo internazionale. Per realizzare il suo Progetto si è dovuto scontrare con gli interessi facenti capo a due chiese e ai relativi apparati: quella democristiana e quella comunista.
    Craxi ha saputo risvegliare l’orgoglio di essere Socialisti e di spronare gli stessi a combattere nei confronti di avversari agguerritissimi e piene di Risorse sia economiche che di appoggi mediatici e giudiziari.
    Nella sua fase finale, dopo il 1989 con la caduta del muro di Berlino, ha commesso due grave errori:
    • Il primo di non interrompere il rapporto con la DC e lavorare alla riunione della Sinistra che finalmente poteva aspirare ad essere maggioritaria come socialista
    • Il secondo per non avere affidato e appoggiato Claudio Martelli nell’affrontare la questione morale del PSI
    Questi errori fatali per il Socialismo italiano non annullano comunque gli alti meriti che si è conquistato come Statista e come Leader del Movimento Socialista italiano e internazionale.
    Ne sento ancora la mancanza e continuo a conservarne un caro ricordo. I Socialisti continuano a rimanere orfani di un vecchio e di un nuovo Leader. E pensare che un ideale come quello del Socialismo dovrebbe attirare nella lotta tanti giovani e meno giovani che vogliono impegnarsi per il Bene Comune della nostra Società!!!
    La speranza rimane comunque e sempre l’ultima Dea.
    Carissimo Manfredi Viilani: un abbraccio da Nicola Olanda
    Je suis socialiste

  5. Apprezzo molto l’articolo, scritto con nozione e tanta passione. Ne condivido molti passi, non ne condivido la quasi assenza di critica negativa. Non staremo esagerando con la “beatificazione” di Benedetto Craxi? Siamo tutti d’accordo sulle sue grandi doti di uomo di governo, sul suo carisma, sulla sua visione dei fatti, soprattutto internazionali, ma qualche errore credo lo abbia commesso, qualcuno, in politica nazionale, anche piuttosto ingenuo per un segretario della sua statura. O no?
    Cordiali saluti, Mario Mosca.

  6. Caro compagno Mario Mosca mi piace il tuo stimolo ad approfondire le minusvalenze di Bettino.Il mio articolo ha solo contenuti di cronaca giornalistica.Tuttavia un grande demerito è racchiuso nella ostinazione di Bettino a non dare spazio ai suoi diretti collaboratori della direzione,tra i quali Martelli,Formica e Signorile tra tanti.Ti abbraccio .Manfredi Villani.

    • Caro compagno Manfredi, grazie per la cortese replica. Io all’epoca del disastro, il 1992, non avevo che quindici-sedici anni. Seguivo molto la Politica, anzi potrei dire che la seguivo allora più di oggi ( i fatti di Tangentopoli e il terremoto che ne seguì, la fine dei partiti tradizionali, il berlusconismo etc.mi hanno poi disgustato al punto da farmi perdere ogni interesse per la Politica ) e credo, per quanto superficiale e modesta possa essere la mia opinione, che Craxi peccò certo di egocentrismo, Martelli era giovane, molto popolare, era il suo momento e forse i danni, con lui al timone, si sarebbero potuti limitare, ma peccò anche di superficialità, il che per un politico di razza è grave. Egli, credo, sottovalutò la forza del colosso cattocomunista, il suo radicamento negli strati più conservatori dell’Italia, la parzialità del sistema giudiziario, e forse sopravvalutò l’effetto Muro di Berlino. Da un momento all’altro da attaccante si ritrovò preso alle spalle, e alle spalle c’erano le forze messe in campo da chi l’aveva giurata a lui e, da decenni, al PSI, ed aveva capito che quello era il momento per regolare i conti, perchè o regolava i conti e sbranava il PSI o usciva di scena cancellato dalla Storia. Questo agguato Craxi avrebbe dovuto aspettarselo. Il fatto che ne sia stato colto alla sprovvista mi ha sempre indotto a pensare che, dietro la parvenza di uomo forte e statista tutto di un pezzo, egli fosse in fondo un uomo se non ingenuo, quanto meno poco uso a maneggiare il lato oscuro della politica, insomma un idealista che credeva in un certo galateo. Un uomo di stato ma da stato di gentiluomini.
      Cordiali saluti, Mario.

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