mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il Santa Cecilia di Roma “battezza” i Maestri Inkinen e Sermet
Pubblicato il 09-03-2016


Pietari Iinkinen

Pietari Iinkinen

Nonostante carriere internazionali brillanti e piene di successi Pietari Inkinen e Hüseyin Sermet, rispettivamente direttore e pianista, protagonisti del concerto in calendario al Parco della Musica di Roma il 5 marzo (repliche lunedì 7 e martedì 8),  non avevano mai affrontato il pubblico di Santa Cecilia.

L’occasione per il conduttore finlandese Inkinem si è presentata per l’assenza per motivi di salute di Myung-Whun Chung, in passato per anni alla guida dell’orchestra ceciliana. Senza nulla togliere al maestro coreano, nulla da rimpiangere sotto la bacchetta di questo giovane nordico che ha conquistato per bravura e simpatia il parterre leonino, sempre più restio alle novità momentanee: il programma non ha subito variazioni.

Hüseyin Sermet,

Hüseyin Sermet,

Presenti ieri sera all’ultima replica abbiamo visto una platea gremita con uomini e donne in religioso silenzio, nonostante il calcio internazionale in tv la facesse da padrone nella prima fascia serale. Sicuramente lo stesso pubblico di domenica scorsa quando il presidente-sovrintendente della Fondazione, Michele dell’Ongaro, ha tenuto all’Auditorium romano la dotta conferenza “Mahler 3. ovvero quello che sussurra la notte”, con musiche registrate e interventi pianistici personali sulla relazione musicale fra Mahler e Bruckner, utile per capire alcune similitudini spiegate dal maestro così: “Le cose sono nell’aria, aspettano solo qualcuno che le prenda e le faccia proprie”.

Nella prima parte ha trionfato Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo 1756 –  Vienna 1791) con il Concerto n.23 in la maggiore per pianoforte e orchestra K. 488 in tre movimenti, contenuti entro i 30 minuti circa. L’esecuzione perfetta del pianista turco Sermet ha portato a termine questa composizione senza enfasi, certamente non potendo mortificare la parte dell’orchestrazione che lo stesso  genio salisburghese a volte ha posto in ombra per dar risalto agli “incroci” che più volte martellano la tastiera.

Mozart da poco aveva scoperto nel piano la nuova meccanica, peraltro silenziosa del piano e forte, particolarmente sensibile al tocco che gli permetteva di usare tutta la “propria abilità virtuosistica e un nuovo modo di suonare”. Il suono può essere smorzato o prolungato dal pedale di risonanza con estrema precisione. Nulla da eccepire: rigore, bravura e tecnica sono stati accolti  alla fine con calorosi applausi e numerose “entrate” di ringraziamento. Il virtuoso ha omaggiato la  platea con  un brevissimo brano pregno di phatos, con note delicate e sottili che lievitavano senza nessun annuncio: vezzo non sempre gradito dai presenti.

La seconda parte per un’ora circa è stata tutta per la Sinfonia n. 9 di Anton Bruckner (Ansfelden, Linz 1824 – Vienna 1896). Conosciuta e amata soprattutto dagli abbonati, la partitura ascoltata nella versione Nowak-Cohrs si presenta subito forte, solennemente orchestrata come se tutto si elevasse in un trionfo metafisico verso l’Altissimo a suo onore e gloria. Tranne qualche voce critica fuori dal coro come quella autorevole del maestro W. Sawallisch, i musicologi hanno scritto che il compositore, abilissimo suonatore di organo, soleva ricordare che la sua Nona l’aveva scritta “ad maiorem Dei gloriam”.  Altri osservano che  in ogni sua sinfonia apponeva un riferimento altisonante, già in voga all’epoca di Beethoven. Bruckner rimaneggiava  gli spartiti in continuazione e così faceva con i ripensamenti sulle dediche: la Terza glorificava Wagner.

Anche se incompiuta, “questo piccolo e curioso ometto di campagna” forse l’ha scritta con i pantaloni che gli scoprivano sempre le caviglie, la Nona è un monumento alla musica del XIX secolo. Crediamo che sia l’elogio finale per un musicista fisicamente anonimo, ma geniale per quanti lo hanno studiato e riattraversato. La prima esecuzione di questa sinfonia a Santa Cecilia avvenne  nel 1921, diretta da Franz Schalk.

Guerrino Mattei

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