domenica, 4 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La presunta “leggenda nera” della critica al neoliberismo
Pubblicato il 08-03-2016


In un recente articolo dal titolo “L’invenzione del neoliberismo”, apparso sul n. 6/2015 di “Storia Contemporanea”, Alberto Mingardi afferma che negli ultimi trent’anni il dibattito economico sarebbe stato largamente condizionato dalla fantasiosa narrazione di una “leggenda nera”. Questa sarebbe valsa a diffondere nell’immaginario collettivo l’idea secondo cui, nel corso del Novecento, la concezione socialdemocratica dell’ordine economico e sociale della società aveva consentito di “addomesticare il capitalismo”, facendone un “agnello” che poteva essere “tosato”, ma non “sacrificato”; nel senso che, al mercato sarebbe stato assegnato il ruolo di provvedere alla produzione della ricchezza, mentre alla politica sarebbe stato riservato il privilegio di governare la sua distribuzione intersoggettiva.

IL caso ha voluto, però, secondo la leggenda cui allude Mingardi, che il rallentamento dell’economia degli anni Settanta del secolo scorso abbia aperto la porta “a forze reazionarie, incarnate dai due principali leader del mondo occidentale: Ronald Reagan e Margarert Thatcher”; le loro idee avrebbero dato il là ad un’autentica controrivoluzione, il cui esito sarebbe stato “un repentino e ingiustificato ripudio delle conquiste sociali del passato”. La “leggenda nera” immaginata da Mingardi racconterebbe che, negli anni successivi all’avvento del reaganismo e del thatcherismo, le forze della reazione avrebbero concorso a ridurre negli elettori l’ottimismo riposto nell’ordine spontaneo del libero mercato, senza evitare che ciò comportasse l’abbattimento delle frontiere dei vecchi Stati nazionali, una crescente deregolamentazione dell’economia e la diminuzione dell’imposizione fiscale sui percettori di alti livelli di reddito, sino ad esporre il mondo al pericolo di una crisi di fondo irreversibile sul piano economico e su quello sociale: prima con la crisi del mercati finanziari del 2007/2008 e, successivamente, con l’allargamento e l’approfondimento delle disuguaglianze distributive. Tutto ciò, però, secondo la leggenda non sarebbe avvenuto spontaneamente, ma sarebbe stato l’esito dell’attuazione di un programma del sistema di idee noto col nome – afferma Mingardi – di neoliberismo.

Secondo l’autore, ci sarebbero troppe cose che la “leggenda nera” non spiegherebbe; in particolare, non darebbe conto di come abbia fatto l’ideologia reazionaria incarnata da Reagan e dalla Thatcher a risultare tanto pervasiva da indurre gli elettori a preferirli agli avversari nelle competizioni elettorali all’interno dei loro Paesi; ugualmente non indicherebbe il ragionamento logico attraverso il quale sia possibile ricondurre la crisi del 2007/2008 alla rimozione degli apparati regolatori dell’economia: un passaggio obbligato per i sostenitori della “leggenda nera”, se si pensa che, in realtà, tali apparati, lungi dall’essere stati ridimensionali, sarebbero stati invece allargati.

L’incapacità dell’ideologia socialdemocratica di dare spiegazioni plausibili riguardo ai motivi della grande recessione dipenderebbe, secondo Mingardi, dal fatto che una leggenda, come quella che vorrebbe ricondurre l’origine della recessione all’avvento delle idee neoliberiste, non ha bisogno d’essere convincente, ma solo avvincente, giusto per mettere insieme un racconto in grado di fare accettare fideisticamente le cause, anche se improbabili, dei mali economici e sociali del mondo attuale.

Contro i propalatori della presunta “leggenda nera” da parte di chi non condivide il sistema di idee proprio della socialdemocrazia, si deve osservare che la traduzione normativa del liberalismo originario, a livello sia economico che politico, era intesa come un’equilibrata combinazione di regolamentazione economica e di ordine sociale. Questa combinazione è stata lentamente, ma inesorabilmente, smarrita, a causa dell’evoluzione strutturale delle economie capitalistiche; evoluzione, questa, che è valsa a radicare il convincimento che il buon andamento dei sistemi economici e la coesione delle singole società potessero fare a meno del supporto di un “solido arsenale” di regole istituzionalizzate, pena il caos e il venir meno, col diffondersi delle disuguaglianze distributive, del necessario ordine sociale a supporto dello stabile funzionamento del sistema economico.

Nel corso del tempo, però, le difficoltà crescenti che hanno caratterizzato il governo socialdemocratico dei sistemi sociali, la cui evoluzione ha avuto l’effetto di renderli sempre più complessi, sono valse ad affermare l’idea della presunta superiorità di una libertà economica senza regole, che avesse favorito l’accoglimento del “laissez-faire”, proprio del liberismo originario, senza alcuna regole che ne affievolisse gli effetti indesiderati. Ciò ha condotto alla nascita di situazioni sociali insostenibili, per il cui contenimento molti autentici pensatori liberali hanno incominciato a proporre possibili soluzioni.

Il neoliberalismo è un’ideologia elaborata nel 1938, in occasione di una conferenza internazionale svoltasi a Parigi, intitolata “Colloque Walter Lippman”, allo scopo di formulare una nuova traduzione normativa in campo economico del liberalismo, come reazione al liberismo “laissezfairista” e al diffondersi delle idee del collettivismo socialista. In quell’occasione, il termine neoliberismo è stato introdotto da Alexander Rüstow, in contrapposizione al liberismo classico. Alla conferenza ha partecipato, oltre a Lippmann, anche il fior fiore degli “ordoliberalisti” tedeschi, tra i quali Wilhelm Röpke e Alexander Rüstow, i teorici della scuola austriaca Friedrich Hayek e Ludwig von Mises ed altri studiosi, come Raimond Aron e Jacques Rueff. Alla fine della conferenza, i partecipanti avevano deciso di promuovere la diffusione dell’ideologia neoliberalista, ma a causa della guerra, l’impegno non ha avuto seguito; dopo il 1945, per iniziativa di Friedrich Hayek e di Milton Friedman, le idee nate dalla conferenza parigina sono state ereditate dalla Mont Pelerin Society, per la prosecuzione dell’impegno che si erano dati i partecipanti al “Colloque”, ma con un’interpretazione delle finalità del neoliberismo alquanto diversa da quelle che erano state affermate nella conferenza di Parigi.

Resta, perciò, la questione di stabilire se il neoliberismo, così come è stato interpretato dalla Mont Pelerin Society, abbia qualcosa a che fare con il neoliberismo della conferenza di Parigi. Tra l’originaria formulazione dell’ideologia neoliberista e la sua lettura post-bellica non esiste alcuna relazione. Infatti, se da un lato il neoliberismo del “Colloque” parigino era fondato sulla necessità di un pieno ricupero della dimensione della concorrenzialità del mercato affrancato da ogni vincolo statuale; dall’altro lato, esso era consapevole del fatto che il mercato, se lasciato libero di agire, tendesse a dissolvere, piuttosto che ad unire, disgregando così la coesione sociale, per cui, a fronte di tale pericolo, il neoliberismo del “Colloque” prevedeva la costruzione di un apparato pubblico regolatore sul piano distributivo che impedisse la disgregazione della comunità.

In altre parole, il neoliberismo della conferenza di Parigi, per quanto conservatore, non lasciava libero sfogo agli “animal spirit” del libero mercato, ma suggeriva di compensare il loro carattere selvaggio con la costruzione di dispositivi che garantissero la tenuta della coesione sociale della comunità. La necessità di questi dispositivi, secondo i formulatori del neoliberismo del “Colloque”, corrispondeva all’esigenza strutturale di una disciplina del funzionamento del sistema economico, in presenza della generalizzata concorrenzialità del mercato.

Nella versione originaria del neoliberismo, perciò, il capitalismo doveva tradursi in un sistema economico-istituzionale, in cui i dispositivi istituzionali dovevano governare e regolare la produzione e la sua distribuzione tra tutti i partecipanti al processo produttivo; senza i dispositivi regolatori, l’intero sistema sociale non avrebbe potuto continuare ad operare nella stabilità e nell’ordine. Tutto ciò è stato largamente comprovato dall’esperienza dei primi trent’anni successivi alla seconda guerra mondiale: a metà degli anni Settanta, il sopraggiungere di una crisi economica, dovuta al caro-energia, al disordine monetario e alla saturazione dei mercati, è stato imputato dagli economisti della Mont Pelerin Society agli eccessi nell’espansione del settore pubblico e nella regolamentazione dei mercati, cui hanno fatto seguito le “cure” radicali suggerite da Friedrich Hayek e da Milton Friedman.

Pur avendo partecipato ai lavori del “Colloque”, nell’immediato dopoguerra, parigino, Hayek e Driedman non sono stati gli attuatori del programma che si erano dati Walter Lippmann e compagni, come sembra sostenere Mingardi; è vero che questi ultimi avevano elaborato le loro idee anche al fine di opporre un valido baluardo all’espansione del collettivismo e a difesa della libera iniziativa, ma questo obiettivo, come si è detto, non è stato l’unico, dato che si sono preoccupati anche di porre rimedio agli esiti del non più giustificabile “laissezfairismo” del liberismo originario; il neoliberismo di Hayek e compagni, invece, è stato tradotto in “puro armamentario” rivolto al contenimento dei programmi post-bellici volti a dotare i sistemi economici, fondati sulla libertà d’iniziativa e di mercato, di un efficace dispositivo welfarista, che lo stesso Hayek non ha mai esitato di considerare una “forma soft” di collettivismo, restando fermo in questo suo convincimento per tutto il resto della sua lunga vita.

Pertanto, il reaganismo e il thatcherismo della metà degli anni Settanta del secolo scorso segna il definitivo ingresso dell’ideologia del neoliberismo proprio della Mont Pelerin Society nell’agenda politica dei governi delle economie capitaliste e l’avvio dello smantellamento di tutto ciò che i governi socialdemocratici avevano realizzato nei primi trent’anni successivi al secondo conflitto mondiale.

La “leggenda nera” – afferma ancora Mingardi – sarebbe servita a nascondere la preoccupazione che l’”agnello capitalista” decidesse di non “farsi tosare più” e che, con la globalizzazione delle economie nazionali, “se ne andasse altrove, seguendo il gioco delle convenienze”, con il conseguente approfondimento delle disuguaglianze distributive. Riguardo a questo punto, ai “farisei” della socialdemocrazia sarebbe mancato il coraggio di dire la verità, ovvero che il reddito dei lavoratori dei Paesi socialdemocratici doveva essere tutelato a scapito dei lavoratori di altri Paesi; l’ammissione, secondo Mingardi, avrebbe dimostrato che le “famigerate politiche neo-liberiste”, pur efficaci per attrarre capitali e promuovere la crescita, sarebbero state considerate nefaste sul piano politico, in quanto avrebbero comportato delle conseguenze che la socialdemocrazia non poteva accettare (come, ad esempio, “limitare le proprie pretese sui redditi dei cittadini” e consentire che costoro impiegassero nel modo che avessero ritenuto “più opportuno le proprie risorse”).

E’ certamente vero che per contenere gli esiti negativi dell’originario “laissezfairismo”, la realizzazione nei Paesi socialdemocratici dell’equilibrata combinazione di regolamentazione economica e di ordine sociale è stata spesso perseguita attuata attraverso un interventismo che è andato ben al di là di ogni limite plausibile e siano state spesso adottate politiche monetarie sbagliate per sostenere i livelli occupazionali; è anche certamente vero che importanti contributi nel campo della teoria economica hanno avuto origine dalle molte critiche formulate dagli affiliati alla Mont Pelerin Society al costruttivismo, con cui la socialdemocrazia ha cercato in molte occasioni di contenere i guasti delle eccessive procedure burocratiche introdotte per la regolamentazione del mercato. Tutto ciò non toglie, però, che i critici della socialdemocrazia à la Mingardi, pur di conservare i privilegi dell’essere cortigiani al servizio degli oligarchi di turno, non esitino ad interpretare arbitrariamente l’evoluzione delle idee, purché la loro interpretazione sia, essa sì, un “bello stratagemma narrativo”, utile solo alla soddisfazione del loro interesse personale.

Gianfranco Sabattini

 

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Troppo spesso nella discussione della disciplina dell’economia tanti autori si sono persi correndo dietro alle lucciole. Quando non sono solide le basi si lavora di fantasia. non è la teoria economica che guida i processi, ma la realtà produttiva e finanziaria (oltre che politica). Se introduciamo alcuni fattori come la crisi petrolifera degli anni settanta, alla quale fece seguito la creazione di un’enorme base finanziaria che dette il là al capitalismo finanziario di oggi, la caduta del regime comunista che, bene o male, faceva da regolatore del mercato mondiale e l’immissione del capitalismo di stato cinese, che provocarono la globalizzazione del capitalismo, oltre al formidabile sviluppo tecnologico-informatico, le ragioni del capitalismo finanziario vincente e lo sviluppo delle sue tappe intermedie sono più chiare.
    L’evoluzione delle idee, specialmente in economia, si traducono in belle novelle alla ricerca del principe azzurro.

Lascia un commento