martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La “saldatura”. Migranti di ieri,
autoctoni di oggi
Pubblicato il 24-03-2016


Le politiche migratorie applicate in Europa hanno avuto finora l’effetto di rafforzare la rigerarchizzazione delle nostre società. In cima alla piramide sociale globale sta un ottimato d’individui e gruppi economico-finanziari molto danarosi e potenti, variamente intrecciati con patriziati “autoctoni” che stanno in cima alle strutture del potere nazionale. Sopra gli ottimati globali pare esserci ormai soltanto Dio, che già ne sente però il fiato sul collo. Sotto l’Altissimo, gli ottimati e i patriziati ci sono le medie e le piccole borghesie occidentali. Più sotto ancora gli strati popolari “autoctoni”.
Tutti questi sottostanti “autoctoni” formano un inedito aggregato interclassista, composto da corpi un tempo disomogenei, per non dire antagonisti tra loro. Oggi sono tutti “cittadini autoctoni”. E intorno a essi si sono assiepati, o sono stati fatti assiepare, i “non-cittadini non-autoctoni”: una cintura sociale d’immigrati destinati a lavorare in condizioni di minorità.
La minorità dei lavoratori immigrati nasce, formalmente, dal non godere essi di tutti i diritti di cittadinanza. Una minorità “formale” che si traduce poi però inevitabilmente in minorità anche economica, formativa e sociale, cui conseguono episodi persistenti di marginalizzazione, esclusione e discriminazione.
La discriminazione degli “ultimi” finanzia una serie di piccoli privilegi per i “penultimi”, i quali a loro volta vengono sottoposti da decenni a un processo di proletarizzazione, precarizzazione e pauperizzazione.
Come si vede, sono qui in gioco due transfer di ricchezza: l’uno prende ai sottostanti in generale per arricchire i super-ricchi soprastanti; l’altro meccanismo di trasferimento prende invece agli “ultimi” per risarcire (parzialmente, miseramente, simbolicamente) i “penultimi”, cioè i ceti medi e popolari “autoctoni”.
La propaganda ideologica populista alligna in gran parte nei meccanismi del secondo trasloco di beni, quello che ha luogo dagli “ultimi” ai “penultimi”.
Nelle società europee contemporanee gli stranieri “ospiti” vengono complessivamente gerarchizzati secondo anzianità d’immigrazione e luoghi di provenienza, criteri che a loro volta si combinano con il grado d’istruzione individuale, la conoscenza della lingua locale, certe abilità, eccetera.
Sempre più massicciamente agli stranieri “regolari” si sono (o sono stati) affiancati gli “irregolari”, i “clandestini”, i sans papier. Questi sono gli “ultimissimi” ed essi, per parafrasare il grande Silone, stanno molto sotto ai cavalli da corsa, ai cani da passeggio e ai gatti da salotto dei patriziati autoctoni. Stanno sotto persino ai cafoni “autoctoni”, che pure ritornano lentamente ma inesorabilmente al livello sociale zero da cui erano evasi con la Liberazione.
L’ordine costituzionale che era uscito dalla seconda guerra mondiale e che sanciva l’uguaglianza di tutti i cittadini in quanto titolari di eguali diritti si rattrappisce vistosamente, sostituito da una ri-gerarchizzazione caotica e altamente pericolosa. Non solo continuano a esserci cittadini e cittadini, ma anche cittadini e… non-cittadini. E poi financo non-cittadini di serie A, B, C e così via. Perché sempre nuovi non-cittadini, nuovi stranieri, nuovi paria, nuovi schiavi entrano in gioco. Un gioco che, a ogni ondata migratoria, incrementa l’inesorabile – ora sottile, ora sprezzante – discriminazione con cui vengono “accolti” gli ultimi arrivati, le loro famiglie, i loro bambini.
Con l’arrivo d’immigrati provenienti dalla nazione islamica questo sistema di gerarchizzazione, apparentemente indistruttibile, sembrò raggiungere il suo punto di massima perfezione.
Di lì in poi il conflitto sociale poteva essere riformulato in termini di mamma li turchi, battaglia di Lepanto ecc. Così, invece di dover contrattare aumenti salariali con gli “autoctoni”, li si poteva convogliare emotivamente in fantastiche campagne contro le moschee, i minareti e gli infedeli…
In Italia, ricordate, abbiamo assistito all’impiego di maiali leghisti, cioè di suini in carne ed ossa fatti passeggiare, pisciare e cacare – a scopo dissacratorio preventivo – su quei terreni in cui era stata autorizzata l’edificazione di moschee. In Svizzera, patria della democrazia diretta, fiorivano intanto iniziative su iniziative referendarie anti-stranieri. La destra populista di altri paesi colse fior da fiore gli “empi esempi” e in Germania nord-orientale si diffuse financo l’uso d’incendiare baracche di profughi, preferibilmente di notte, con dentro donne vecchi e bambini, in perfetto stile Ku-Klux-Klan.
Intanto veniva avanti un conflitto “titanico”, così lo definì George W. Bush, tra Jihadismo e Occidente.
Oggi si dice delle guerre sulla sponda sud del Mediterraneo che esse riguardino in ultima analisi “solo” problemi di egemonia interni al mondo mussulmano. Per capire che le cose non stanno così, basterebbe pensare all’Iraq e alla Libia. Senza contare che persino nei teatri più strettamente connessi alla lotta per l’egemonia interna all’Islam le varie fazioni combattono anche per “decidere” la strategia da opporre all’Occidente, vuoi nel concreto contrasto post-coloniale circa la proprietà e l’uso delle risorse, vuoi nel conflitto culturale globale d’ispirazione apocalittica circa la destinazione della Storia e dell’Uomo presi in mezzo tra Spirito, Natura, Ragione, Rivelazione, Salvazione e Perdizione. Temi oggi considerati noiosissimi, di cui si parla poco persino nelle aule universitarie e sulle pagine culturali dei giornaloni.
I giornaloni! Il fatto che non ti spieghino mai nulla con chiarezza e che invece confondano regolarmente le carte comprova la loro vergognosa vocazione di asservimento all’anarco-capitalismo straripante, una forza cieca e incapace di sostituirsi alla politica che però tenta in ogni modo di devastare al solo scopo di non cambiare niente.

Due grandi emergenze neofasciste si stagliano sullo sfondo di questa nostra contemporaneità stupidissima e tragica: da un lato c’è il neofascismo di marca populista occidentale che fomenta la guerra anti-islamica promettendo un residuo benessere ai “penultimi”; dall’altro lato c’è il clerico-fascismo islamista che rifrange gli interventi armati occidentali nella forma asimmetrica del terrorismo globale, promettendo agli ultimissimi di salvaguardare la loro miserabile dittatura misogina sulle ultimissime.
Quindici anni dopo l’attentato alle Twin Towers è maturata sopra l’Europa una temibile costellazione: a) nell’ulteriore peggioramento delle condizioni geo-politiche dentro l’area euro-mediterranea si sono installate le scuole d’odio dell’Isis; b) nell’ulteriore proletarizzazione, precarizzazione e pauperizzazione delle classi medie “autoctone” si vanno a ingrossare le fila populiste; c) nell’ulteriore aggravamento delle pratiche di marginalizzazione, esclusione e discriminazione riguardanti le masse immigrate continua a incubarsi potenziale manodopera terrorista.
Finché l’esportazione della “democrazia” (ma soprattutto l’importazione di materie prime) comportava l’ammazzamento di decine di migliaia di civili chissà dove… Finché veniva accoppato Olof Palme, o Rabin, o qualche mezzo centinaio abbondante di giovani antirazzisti… Finché le tremende tensioni interne ed esterne andavano a scaricarsi sugli USA o su Israele… Fin lì, a noi euroscettici, che ce ne calava, di tutto ciò?
Oggi però assistiamo alla “saldatura”.
Il rimbalzo caotico dei nostri export/import geo-politici si ricombina con gli effetti della lotta di classe condotta “dall’alto” contro i ceti medi inquieti e tutto questo si salda con gli effetti di una xenofobia massiccia, cinica e totalmente priva di pudore.
Questa saldatura ha portato agli orrendi attentati di Parigi e di Bruxelles. Ed essa potrebbe portare a eventi ancor più luttuosi, se andiamo avanti così. Ieri le autorità belghe temevano per le centrali nucleari. Il domani, lungo questa escalation, potrebbe riservarci tremende sorprese. Anni fa da Assisi l’ex ministro della difesa americano Robert McNamara ci metteva in guardia dal rischio di subire attacchi nucleari “sporchi” nelle nostre città.
È questo ciò che vogliamo?!
Lo otterremo, se non respingeremo le pulsioni oscure che ci abitano e che tendono a perderci sia nel conflitto geo-politico, sia nella spirale delle misure recessive e antisociali, sia nella deriva d’odio populista e xenofobo che incede verso il baratro, mano nella mano con lo stragismo di marca jihadista.

Andrea Ermano

L’AVVENIRE DEI LAVORATORI

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