domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

STRATEGIA DEL TERRORE
Pubblicato il 25-03-2016


Terrorismo soldatiUna disperata lotta di retroguardia, priva di sbocchi e senza prospettive, una partita che si gioca molto anche sul piano della comunicazione dove i terroristi hanno paradossalmente anche l’aiuto involontario delle tv che amplificano a dismisura il loro messaggio di morte. Il sociologo Franco Ferrarotti, accademico dei Lincei, ha affrontato più volte negli anni il tema del terrorismo, delle sue radici e il suo rapporto perverso con la comunicazione nel mondo moderno.

Sembra oggi e invece sono passati già quindici anni da quando in un articolo della rivista “Il granello di sabbia”, Ferrarotti spiegava che “il terrorismo è uno spettro che gioca soprattutto sul fattore sorpresa. Nella mancanza pressoché assoluta di indicazioni precise o almeno di massima, gli allarmi lanciati dalle autorità sono probabilmente destinati a produrre precisamente quello che i terroristi si ripromettono: paura diffusa, ansia apparentemente immotivata, angoscia, rabbia, frustrazione e, infine, di fronte al pericolo reale di un nemico invisibile, depressione”. “Il terrorismo pone innanzi tutto un problema di conoscenza. Con il terrorismo bisogna in primo luogo individuare gli obiettivi. Non basta dichiararli genericamente; bisogna ottenere informazioni attendibili su chi, come, quando, dove. L’esperienza della lotta contro il terrorismo in Italia, con le BR; in Francia, con Action Directe; in Germania, con la Rote Armee Fraktion ha insegnato che senza una raffinata intelligence, senza un buon numero di infiltrati e soprattutto senza l’apporto dei pentiti, e naturalmente entro i limiti stabiliti dalle libertà democratiche e dai diritti civili, è impossibile lottare efficacemente contro il terrorismo”. E oggi?

Ferrarotti FrancoProf. Ferrarotti lei è in procinto di partire per Parigi per un convegno universitario, ma non ha paura dopo gli ultimi eventi di Bruxelles?
Assolutamente no, non ho paura di partire per Parigi anche se rimane un obbiettivo sensibile. L’unica cosa di cui bisogna avere paura è la paura stessa. La sola risposta al terrorismo è continuare a vivere nella normalità di tutti i giorni.

Cosa è cambiato tra il terrorismo degli anni ’70-’80 e quello attuale?
Moltissimo, quasi tutto. Il terrorismo anni ’70 era specificatamente mirato su determinate figure (magistrati, politici, professori universitari) ed aveva un suo disegno criminoso. Era un terrorismo prettamente politico che aveva il fine di destabilizzare la struttura sociale. Oggi invece il terrorismo usa la violenza santificata, alla stregua dei templari o di una militia christi. Il tutto parte da una reazione violenta verso il capitalismo occidentale che, nelle figure di Usa, Russia, Cina ed India, sta effettivamente conquistando la maggior parte dei mercati mondiali. Inoltre il capitalismo tecnicistico occidentale minaccia fortemente le credenze religiose più radicali. Non è più una guerra sociale, ma una guerriglia irrazionale che purtroppo durerà ancora per molto tempo.

Il terrorismo degli ultimi anni ha effettivamente cambiato la sua modalità di agire in merito alla comunicazione e alla propaganda ?
Certamente. Propaganda e reclutamento negli anni ’70 avvenivano nelle università e nei circoli giovanili, fossero essi di destra o di sinistra. Invece oggi il terrorismo ha una forte necessità di visibilità che purtroppo gli viene concessa dallo sconsiderato desiderio dei Tg europei ed americani di fare audience. Inoltre effettua propaganda su mezzi informatici, non tanto in patria quanto all’estero. I terroristi di oggi sono cresciuti, e talvolta nati, in seno alle nazioni che stanno così crudelmente ferendo. Il terrorismo fondamentalista trova terreno fertile soprattutto su individui nati in Europa da genitori stranieri ai quali loro stessi imputano il tradimento dei valori religiosi e fondamentali della loro religione.

Quindi secondo lei c’è anche una responsabilità dei Paesi colpiti?
Sembra crudele dirlo, ma in alcuni casi è così. Gli attentati degli ultimi anni sono avvenuti a causa dell’incapacità di quasi tutte le nazioni europee, specificatamente della Francia, di procedere ad un’integrazione reale ed efficace. Basti pensare che a Parigi vi sono dei sobborghi in cui persone in possesso di nazionalità francese, ma di diversa etnia non sono considerati effettivamente come cittadini a tutti gli effetti. Se a questo si aggiunge un veloce quanto radicale smantellamento politico dei servizi segreti di informazione si arriva inesorabilmente a ciò che è accaduto il 13 novembre scorso. Gli attuali grandi movimenti di migranti dovrebbero essere considerati invece come una risorsa demografica per le nazioni a scarsa natalità come l’Italia.

Quali potrebbero essere le strategie non militari efficaci nella lotta al terrorismo?
Sicuramente negare loro la visibilità che cercano. L’eccessiva spettacolarizzazione dei telegiornali non fa altro che accrescere il clima di terrore. Bisognerà inoltre iniziare ad attuare reali metodi di cittadinanza inclusiva allo scopo di scongiurare futuri attentati dall’interno. Infine sarà necessario e fondamentale riprendere a considerare tutti, con il rispetto che meritano, come uguali cittadini, ognuno allo stesso livello.

Alessandro Munelli


Franco Ferrarotti (Palazzolo Vercellese, 7 aprile 1926) è professore emerito di Sociologia all’Università di Roma, direttore della rivista La Critica sociologica. Traduttore e collaboratore editoriale per Einaudi, negli anni che vanno dal ’42 al ’48, consulente industriale di Adriano Olivetti nel ’51, Deputato indipendente al parlamento italiano dal ’58 al ’63, professore di Sociologia, ha diretto con Nicola Abbagnano (1960-1967), “Quaderni di Sociologia”. Nel 1978 nominato Directeur d’études alla Maison des Sciences de l’Homme di Paris. Tra i fondatori, a Ginevra, del Consiglio dei Comuni d’Europa nel 1949. Responsabile della divisione Facteurs sociaux dell’Ocse a Parigi. Ha ricevuto il premio per la carriera dall’Accademia nazionale dei Lincei ed è stato nominato Cavaliere di gran croce al merito della Repubblica. È autore di un rilevante numero di saggi sui più importanti problemi del nostro tempo, dal lavoro, al potere alle questioni della famiglia, al razzismo, al terrorismo.

 

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